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Winning Time: The Rise Of The Laker Dynasty 1×05 – Pieces Of A ManTEMPO DI LETTURA 4 min

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Winning Time 1x05 recensioneWinning Time: The Rise Of The Laker Dynasty è già stata rinnovata per una seconda stagione, anche se ancora non è noto se sarà il proseguo di questa prima stagione o una stagione antologica con una storia diversa. Una cosa invece si sa già benissimo: anche se sono stati trasmessi solo cinque episodi, il nuovo prodotto seriale di casa HBO è una perla di rara bellezza e già si candida a essere una della serie migliori dell’anno.

KAREEM ABDUL – JABBAR


Sono stati scritti libri e innumerevoli articoli sull’enorme importanza che Kareem Abdul – Jabbar ha rivestito nel mondo dello sport statunitense, per i suoi grandiosi trionfi sportivi e tanto per citarne qualcuno:

  • 6 titoli NBA
  • Miglior marcatore di sempre della storia NBA
  • 6 volte MVP della regular season
  • 2 volte MVP delle Finals

Semplicemente una leggenda vivente.
Ma ancora più importante è stato quello che ha rappresentato fuori dal campo in quegli anni travagliati della società americana, sin dalla sua conversione all’Islam nel 1971 e conseguente cambio del nome, da Ferdinand Lewis Alcindor Jr a quello ben più noto.
Un percorso molto importante, paragonabile in parte a quello di Muhammad Alì, su cui per questioni di tempo non ci si dilungherà, ma questo quinto appuntamento è quasi interamente dedicato all’ex centro, con un lungo approfondimento caratteriale e psicologico del character più gradito che mai.
Grazie all’ ottima prova attoriale di Solomon Hughes gli spettatori riescono a cogliere le radicate convinzioni culturali, sociali e religiose di Kareem, per un personaggio complesso e sfaccettato sicuramente difficile da portare sul piccolo schermo.

SHOWTIME


Il nuovo e rivoluzionario sistema di gioco ideato da Jack McKinney che, finalmente, permette ai Lakers di vincere e offrire spettacolo, venne poi denominato Showtime, divenendo famoso in tutto il mondo.
Ma con questo termine si può riassumere anche la visione di Jerry Buss dietro l’acquisto della franchigia, all’epoca decadente e lontana anni luce dalla fama e dal successo che avrebbe conquistato in seguito: la famiglia Buss è ancora oggi proprietaria dei Lakers e la squadra di Los Angeles è la seconda più vincente di sempre con ben 16 anelli conquistati, seconda solo ai Boston Celtics che ne hanno vinti 17.
Dalle “Lakers girls” (Paula Abdul sarebbe divenuta una star negli anni a venire) all’intrattenimento per i tifosi e le celebrità al “The Forum“, tutto ruotava intorno a campagne di marketing e comunicazione diverse per attirare gli spettatori, un’offerta al pubblico che andava ben oltre la partita dei Lakers e che avrebbe cambiato radicalmente il modo di vedere una partita di NBA.

SEMPLICEMENTE HBO


A livello tecnico lo show creato da Max Borenstein e Jim Hecht, prodotto da Adam McKay, è di altissimo livello: a partire dalla splendida sigla, passando per la fotografia, la regia, il montaggio e la colonna sonora che sono perfetti e trascinano lo spettatore durante la visione. Si ha quindi un effetto visivo a metà tra serie e documentario, con sfondamento della quarta parete e una resa degli anni ’70 ottimale.
Nemmeno a dirlo ma la nuova serie di casa HBO ha un cast notevole: Jason Clarke, Adrien Body, Jason Segel, Tracy Letts e Gaby Hoffmann tanto per citarne qualcuno. Ma a fare la parte del leone è senza alcun dubbio John C. Reilly con un’interpretazione eccelsa di Jerry Buss che lascia il segno e rappresenta al meglio il mondo Lakers di quegli anni, dove oltre al basket vi era molto di più.
A livello narrativo poi non mancano certo le sorprese e dopo il colpo di scena nella parte finale del terzo episodio, si assiste a un altro plot twsit nel finale di puntata (evento realmente accaduto) con l’incidente in bici di McKinney. Il ruolo di coach dei Lakers sembra essere veramente maledetto.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Regia, montaggio, fotografia, colonna sonora, persino la sigla: è tutto perfetto e di alto livello.
  • Molto interessante l’approfondimento su Kareem Abdul – Jabbar
  • Ottima prova attoriale di Solomon Hughes
  • Cast complessivamente eccelso, ma il Jerry Buss di John C. Reilly svetta sugli altri
  • Piccolo omaggio a Kobe Bryant
  • Plot twist nel finale
  • Niente da segnalare

 

L’ennesimo episodio perfetto per una delle serie rivelazione dell’anno, uno show che migliora puntata dopo puntata e in cui trovare aspetti negativi è veramente difficile. La valutazione non può che essere il massimo dei voti per 60 minuti che non si fanno sentire e offrono uno spettacolo di altissimo livello agli spettatori, tra un comparto tecnico perfetto e un cast veramente degno di nota. Semplicemente HBO in tutto il suo splendore.

Venera due antiche divinità: Sergio Leone e Gian Maria Volontè.
Lostiano intransigente, zerocalcariano, il suo spirito guida è un mix tra Alessandro Barbero e Franco Battiato.

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