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Tokyo Vice 1×01 – The TestTEMPO DI LETTURA 4 min

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recensione Tokyo Vice 1x01 Difficile credere che una serie del genere sia americana e non asiatica.
Soprattutto per via dello stile profondamente lento e misurato, talmente intriso di cultura asiatica da sembrare uno di quei prodotti da festival del cinema asiatico.
Eppure Tokyo Vice, basato sull’omonima biografia del giornalista americano Jake Adelstein, è la nuova produzione targata HBO Max ambientata interamente in Giappone e con buona parte del cast autoctono. Una nuova serie televisiva che si pone come ponte fra due culture profondamente diverse e che rinnova, ancora una volta, il genere noir-poliziesco con una miniserie davvero interessante che fa luce su un mondo ancora troppo sconosciuto: quello della yakuza giapponese.

UN AMERICANO A TOKYO


Fin dalle prime inquadrature si percepisce che il tema fondamentale di questo episodio pilota è lo straniamento. Il protagonista, Jake (la star del recente West Side Story, Ansel Elgort) è un giovane aspirante reporter che ambisce a lavorare per lo Yomiuri Shinbun, il principale quotidiano giapponese specializzato in cronaca nera.
Già questo tipo di protagonista è abbastanza atipico trattandosi di un giovane che ha come unico scopo nella vita una professione così insolita, per di più se si tratta di un giovane occidentale in un contesto (quello giapponese) inconsueto e particolarmente chiuso verso gli stranieri.
Questa particolarità viene espressa tramite ampi primi piani del protagonista mentre il resto dello sfondo rimane spesso sfuocato alle sue spalle.
L’episodio si concentra sulla descrizione del personaggio in questione e si può quindi dire monocentrico. Ovviamente il punto di vista (nonostante l’ambientazione) è profondamente occidentale, focalizzandosi sullo straniamento del protagonista in un ambiente non suo (in questo aiutano molto le fattezze “bambinesche” del protagonista) e il razzismo nei suoi confronti da parte di tutti gli altri personaggi presenti. Ampia parte però viene riservata anche per il profondo amore che questo dimostra nei confronti della cultura giapponese, fra esercizi di yoga e judo e lettura costante di manuali e libri in giapponese.

YAKUZA E GIORNALISMO


Jake si rivela così il narratore migliore per una storia che vuole fare luce sul mondo violento e alienante della yakuza. In questo primo episodio viene fatto capire chiaramente come questa si comporti come una specie di “Stato nello Stato” con una propria costituzione e un codice d’onore. Molto suggestiva, inoltre, l’ultima scena con la descrizione del rituale d’iniziazione dei giovani “boss” dell’organizzazione. E soprattutto vien rimarcata la sudditanza nei loro confronti da parte della stessa stampa specializzata. L’episodio mostra infatti la paura nel solo scrivere e/o pronunciare la parola “omicidio” senza una dichiarazione ufficiale della polizia. Il che blocca anche solo dallo scrivere dell’organizzazione criminale.
In questo ambiente estremamente omertoso il giovane Jake ha come suo unico mentore il reporter Myiamoto (Hideaki Ito), l’unico che sembra non avere peli sulla lingua quando si parla di criminalità organizzata. Quest’ultimo è un personaggio ancora ambiguo ma comunque affascinante all’interno dello show e che potrebbe riservare non poche sorprese nei successivi episodi.

MICHAEL MANN STYLE


Altra star dello show è Ken Watanabe che qui interpreta il detective Hiroto Katagiri. Watanabe è una star non solo in Giappone ma anche (e soprattutto) negli USA e certamente la scelta di un interprete del genere non è causale. In questo episodio il suo ruolo è pressoché secondario anche se s’intuisce che avrà un’ importanza maggiore già dalla prossima puntata.
Per il resto il pilota è puramente descrittivo e offre un quadro molto preciso e realistico di molti problemi del Giappone contemporaneo fra cui l’usura, il gioco d’azzardo e la tratta delle donne europee. Sono solo accenni ma molto incisivi per tutto ciò che verrà trattato nei successivi episodi. Ed è un episodio pilota sicuramente d’impatto, che si prende i suoi tempi ma che non annoia. Anche perché vede alla regia un vero e proprio “mostro sacro” del noir contemporaneo come Michael Mann, anche co-produttore dello show insieme al regista J. T. Rogers.
Un regista in grado di offrire un’intensità incredibile attraverso i propri protagonisti. E così è con questo Tokyo Vice, uno show che convince con interpretazioni mai sopra le righe e intrise di una malinconia sorniona che attrae e ipnotizza lo spettatore.
Viene davvero voglia di immergersi in questo mondo ambiguo e violento della criminalità giapponese e scoprire cosa la sorte ha in serbo per il giovane ed ingenuo reporter Jake (probabilmente nulla di buono considerando la scena iniziale).

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Cast
  • Scena iniziale e finale
  • Ritmo narrativo suggestivo…
  • Empatia per il protagonista e cultura giapponese sullo sfondo
  • …che forse risulterà fin troppo lento per alcuni
  • Avere un attore come Ken Watanabe e usarlo davvero troppo poco!
  • Punto di vista unicamente occidentale (anche se coerente con la narrazione).

 

Tokyo Vice, nuova produzione Sino-Americana targata HBO Max, immerge lo spettatore nell’affascinante (ma anche ipocrita e subdola) cultura giapponese tramite un giovane reporter occidentale che si ritrova a scrivere di cronaca nera per un quotidiano giapponese. E di yakuza, anche se ancora non lo sa!

Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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