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Recensione Elvis Film Re Rock
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Elvis

Difficile racchiudere una vita incredibile, una grande ineguagliabile, in sole due ore e mezza. Uno spettacolo pirotecnico e folgorante, ecco, quello è già più fattibile. E se a realizzarlo è Baz Luhrmann, si può star certi che ne varrà sicuramente la pena.

La formidabile e straordinaria ascesa del “Re” Elvis Presley viene narrata dal suo misterioso e controverso manager, il colonnello Tom Parker. Oltre vent’anni insieme che segneranno la storia degli Stati Uniti e della musica, raggiungendo una celebrità e un’importanza senza precedenti.

Si può dire di tutto su Baz Luhrmann, tranne naturalmente che sia un autore prolifico e quindi, di conseguenza, che ogni suo nuovo progetto possa passare facilmente inosservato, nel bene o nel male. Ancor di più se, per la sua sesta fatica, il regista australiano sceglie di raccontare la vita del “Re”, Elvis Presley. Presentato all’ultimo festival di Cannes, fuori concorso, dove gli elogi non si sono affatto risparmiati, Elvis si inserisce nel filone dei biopic musicali di ultima generazione, che negli anni recenti hanno quasi rappresentato l’unica vera alternativa “blockbuster” al genere incontrastato dei cinecomic.
Ma siamo proprio sicuri che, in fondo, siano così tanto differenti? Elton John, Freddie Mercury, “eroi” dei nostri tempi, più veri, più reali, ma comunque inarrivabili, capaci di gesta ineguagliabili per un “normale” essere umano, un semplice spettatore, che non può fare altro che ammirarli e sognare con loro dalla propria poltrona. Specie se, in questo caso, l’eroe è davvero uno dei più grandi di tutti.

Un reverendo una volta mi ha detto: “quando le cose sono pericolose da dire… canta”.

COME SI FA UN BIOPIC CLASSICO, SENZA ESSERE CLASSICI


D’altronde, fin dall’inizio della pellicola, la storia di Elvis ci viene presentata appunto come un mito, filtrato dagli occhi di chi gli è stato accanto, in un modo o nell’altro, per tutta la sua carriera, ovvero il suo storico manager. È questa la prima chiave con cui Baz Luhrmann decide di differenziare il suo biopic dai tanti predecessori, pur seguendo di base i binari classici della narrazione del genere, partendo dalla sua modesta origine, passando per la sua mirabile ascesa, concludendosi con l’inarrestabile e fragorosa caduta.
Attraverso la retorica del colonnello Tom Parker, interpretato da un sempre magistrale (e omonimo) Tom Hanks, che cerca di discolparsi agli occhi del pubblico, finendo però col confermare le terribili accuse che circondano la sua figura. Luhrmann non nasconde di pari passo lo sguardo della camera da presa, non cerca quindi di umanizzare, come tanti suoi colleghi, il mito, anzi lo abbraccia. E la magia della finzione, del racconto cinematografico, diventa parte integrante della messa in scena, il filtro attraverso lo spettatore deve scovare l’uomo.
Perché Elvis è chiaramente la storia di un uomo, di un ragazzo, e del paese che l’ha visto diventare grande, che l’ha osannato e condannato al tempo stesso, che l’ha reso, appunto, “mito”. Anche gli Stati Uniti e i trent’anni in cui l’artista cresce e raggiunge la sua fama sono infatti dei veri e propri protagonisti. Fin da quando Elvis è solo un bambino, allora, in cui lo si vede scoprire il potere della musica, infilandosi di soppiatto in una messa gospel, tutto diventa parte del grande “spettacolo spettacolare” messo in piedi dal colonnello e, dietro la macchina da presa, da Luhrmann. Proprio lui che ha fatto della spettacolarizzazione il proprio marchio di fabbrica, la propria poetica, fin dagli esordi di Romeo+Juliet, passando per l’iconico Moulin Rouge fino al più recente Il Grande Gatsby, tutti film che in un modo o nell’altro hanno fatto “epoca”.
Ed è così quell‘epoca americana, quell‘eroe epico della sua Storia, sono al servizio di una scenografia incredibile, ovviamente della musica a dir poco trascinante, al solito impreziosita da suggestive intrusioni “moderne”, e soprattutto di un montaggio che esalta l’intero apparato tecnico e artistico all’inverosimile, valendo da solo il prezzo del biglietto.

IL GRANDE ELVIS


Tutto viene deliziosamente orchestrato in modo che lo spettatore si immedesimi perfettamente nel pubblico sullo schermo, alle donne in visibilio e urlanti davanti alle esibizioni e all’immortale movimento di bacino di “Elvis The Pelvis”. E in tal senso, chiaramente, l’altro valore aggiunto lo gioca un altrettanto incredibile Austin Butler, la cui carriera è pronta ufficialmente a spiccare il volo. Come il collega Rami Malek, anche Butler viene dalla fu “gavetta” del piccolo schermo, ben conosciuto in questi lidi naturalmente fin dallo sfortunato spin-off di Sex and the city, The Carrie Daries e dall’altrettanto inglorioso The Shannara Chronicles.
Il triste destino delle citate produzioni, comunque, non gli hanno negato di arrivare a lavorare con maestri del grande schermo del calibro di Jim Jarmush e Quentin Tarantino. La scelta di Luhrmann di affidargli il pesante ruolo del protagonista, allora, ha reso perplessi i più, ma non il regista, rimasto impressionato ai provini con una convincente prova canora di Unchained Melody che gli ha permesso di sbaragliare la concorrenza. Ma, soprattutto, ad averlo convinto dev’essere stato proprio quel volto da “bello e dannato” così classico alla Hollywood di James Dean, così perfetto per interpretare colui che proprio dall’iconico attore era tanto affascinato.
E Butler non ha affatto deluso, reggendo divinamente l’intera pellicola, trasformandosi totalmente attraverso i diversi e celebri costumi e variegate acconciature sfoggiate per tutto il film, tanto da assicurarsi un posto in prima fila nella prossima stagione di premi, dal forte profumo di Oscar.

Da piccolo, ero un sognatore. Leggevo i fumetti e diventavo l’eroe della storia. Guardavo un film, e diventavo l’eroe del film. Ogni sogno che ho fatto si è avverato un centinaio di volte.

UNCHAINED MELODY


La fortuna di un biopic, dopotutto, la fa anche e soprattutto il soggetto protagonista, decretandone il successo a volte quasi di riflesso, vedasi Bohemian Rhapsody, su tutti. Altre volte però, come in questo caso, a renderlo tanto accattivante è la capacità, e la sensibilità, dell’autore nel riuscire a restituire l’autenticità e la grandezza del personaggio, senza scadere però nei soliti cliché. Detto della felice chiave adottata da Luhrmann, ossia di “raccontare il mito attraverso il mito”, Elvis non si esime comunque dal mostrarne gli aspetti negativi, come in ogni biopic che si rispetti, la differenza sta nel fatto che anche questi diventano “spettacolari”.
La persecuzione del governo e dell’opinione pubblica nei suoi primi anni di carriera, diventa così terreno per una reazione di protesta intensa e magnifica. Il tracollo della sua carriera cinematografica, mentre l’America veniva sconvolta dall’assassinio di Martin Luther King veniva assassinato a Memphis, gli dona la volontà e il coraggio di rimettersi in gioco e di dar vita a uno show memorabile. Il ritratto su cui il regista insiste è quello di un artista “senza catene”, che per tutta una vita ha dovuto lottare con chi lo voleva invece “incatenare”, alla famiglia, ai parametri del commercio discografico, perfino ai confini del suo paese.
Ed è così che anche nella conclusione più malinconica ed emotivamente dolorosa, dove quelle catene sembrano aver avuto tristemente la meglio, ecco che Luhrmann con un colpo da maestro, proprio nell’estrema semplicità della scelta stilistica, sembra mostrare che invece, fino alla fine, nella sua voce e nella sua musica quest’immenso artista è sempre stato libero. Ed anche la commozione non può che farsi infinitamente grande.

 


Difficile racchiudere una vita incredibile, una grande ineguagliabile, in sole due ore e mezza. Uno spettacolo pirotecnico e folgorante, ecco, quello è già più fattibile. E se a realizzarlo è Baz Luhrmann, si può star certi che ne varrà sicuramente la pena.

 

TITOLO ORIGINALE: Elvis
REGIA: Baz Luhrmann
SCENEGGIATURA: Baz Luhrmann, Sam Bromell, Craig Pearce, Jeremy Doner
INTERPRETI: Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thomson, Richard Roxborg, Olivia Dejonge, Luke Bracey
DISTRIBUZIONE: Warner Bros.
DURATA: 157′
ORIGINE: USA, 2022
DATA DI USCITA: 22/06/2022

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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