Marvel’s The Punisher 1×01 – 3:00 AMTEMPO DI LETTURA 6 min

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In materia di trasposizione cinematografica, il Punitore ha sempre rappresentato un grosso calvario per tutti coloro che se ne sono occupati. Il motivo è principalmente per la scomodità del personaggio, sia in termini di temi da lui veicolati, sia nell’esecuzione del suo tratto distintivo. Il rigido e intransigente metodo di giustizia applicato dal Punisher – che non solo promuove la giustizia personale, ma anche il ripudio di regole morali e legislative – ha sempre scatenato grosse polemiche e dibattiti, portando sceneggiatori e registi a pesanti rivisitazioni. Il problema è che il Punitore, anche a livello di caratterizzazione, è un personaggio che non ammette zone grigie: o lo si trasporta così com’è, o non lo si trasporta affatto. Ed è qui che Netflix entra in gioco, riuscendo dove altri avevano fallito.

1: “One batch. Two batch. Penny and Dime.


La potenza narrativa e mediatica del “Vendicatore” – come era conosciuto nei primi adattamenti/traduzioni Italiani – la si era già vista nell’episodio “New York Finest” della seconda stagione di Marvel’s Daredevil, dove, insieme al Diavolo Custode, riusciva a dar vita ad uno dei migliori episodi del filone cinecomics. Dopo essersi dimostrato estremamente funzionale come personaggio di supporto, la piattaforma streaming ha deciso – a seguito anche di un plebiscito di favori positivi da pubblico e critica – di metterlo alla prova come protagonista di una serie tutta sua. Per trasposizioni di personaggi del genere, la prima mossa è quella che conta, e lo showrunner Steve Lightfoot prende una decisione piuttosto atipica per un episodio pilota, ma che risulta poi funzionale, anche grazie all’aiuto di un Jon Bernthal totalmente in simbiosi con il protagonista.
Lightfoot non crea semplicemente una puntata lenta, quanto più intimista e fortemente psicologica, anche se non lo sembra. Nei fumetti, anche dopo aver vendicato l’omicidio della sua famiglia uccidendo tutti i responsabili coinvolti, tutti si sono chiesti perché Frank Castle continuasse la sua crociata. Lightfoot decide di mostrare allo spettatore il perché Frank non abbia mai abbandonato il teschio: un po’ tramite immagini e spiegazioni esplicite (la vita umile da operaio) e un po’ attraverso simbologie da interpretare (il sogno con la moglie che lo sveglia). Tra queste immagini, il più importante è sicuramente la presenza fugace, ma importantissima, del libro di Mody Dick.

2: “…dal cuore dell’Inferno, io ti trafiggo!”


Scritto nel 1851 da Herman Melville, questo seminale romanzo della letteratura mondiale è principalmente una storia che racconta di un’ossessione perpetrata con ostinazione e temerarietà fino al raggiungimento dell’odio per l’oggetto per cui si è ossessionati, che sfocia poi in tragica fine per entrambe le parti (ossessione e ossessionato). Frank Castle non è che un moderno Achab la cui balena bianca è la criminalità. Frank non solo sente di avere un debito con la società per cui non sentirà mai pienamente pagato (vedi il sogno della moglie interrotto dal criminale che la uccide) ma in un certo senso la morte della famiglia gli dà quello che cercava da tempo: una guerra. Nel Capitolo 132 di Moby Dick intitolato “La Sinfonia”, Melville dice che Achab è sposato, ma che “la moglie diventò subito vedova” perché il marito era costantemente per mare. Frank, in molti anni di matrimonio, ha partecipato a diversi servizi nella Seconda Guerra in Afghanistan, passando poco tempo coi figli, nonostante il suo affetto. Questo passaggio non è da sottovalutare poiché descrive il Punitore come il classico eroe faustiano che decide di trascendere la ragione in favore dell’annichilimento e la morte (degli altri), rinunciando asceticamente ad una vita più tranquilla e pacifica.
Come avevano fatto Preacher e American Gods prima di lui, con “3:00 AM” Lightfoot e Bernthal  decidono di concentrarsi sul lato psicologico del personaggio, riuscendo dove Dolph Lundgren, Thomas Jane e Ray Stevenson avevano fallito, rassicurando gli spettatori che almeno lo spirito del protagonista è stato azzeccato. In altri media si preferisce a volte non spiegare certi passaggi, oppure utilizzare altri modi per far capire le motivazioni di alcune scelte narrative; però quando si tratta di televisione, si tende a spiegare e dare una origine a tutto. Quindi quale modo migliore se non far capire allo spettatore – e a Frank Castle – cosa rappresenta il Punitore privando il personaggio del teschio così da mettere in moto tutti i meccanismi visti nella puntata? Frank Castle deve essere The Punisher perché Castle stesso ha bisogno di lui per esprimere chi è veramente.

3: “Welcome Back, Frank”


Sullo sfondo, “3:00 AM” si concentra anche sulla creazione di un parco di villain e comprimari che incroceranno piano piano la strada, strada che però passa in secondo piano rispetto alla presentazione intimista/psicologica del protagonista. Proprio per questo, per quanto sia interessante questo “open day” nella testa del Punitore, questa atipica decisione dello showrunner potrebbe scoraggiare alcuni spettatori che si aspettavano sin da subito un bagno di sangue e l’elogio dell’ignoranza. Lightfoot comincia spiegando che il Punitore non è solo quello e lo fa molto bene, però l’episodio pilota può essere poco digeribile per tutti coloro che si aspettavano la classica formula del binge-watchinig.

  1. La scelta del camion da parte di Frank come mezzo di trasporto non è qualcosa di casuale. Nella sua carriera, specialmente negli anni ’90, il Punitore usava una camionetta come base mobile armata di tutto il necessario. Non aveva un nome specifico, ma gli autori e i fan lo soprannominaromno “Punisher’s Battle Van”.
  2. Il nome che si è scelto/gli è stato dato per vivere sotto copertura è un insieme di citazioni. “Pete” è diminutivo di “Peter”, riferimento a Peter Parker aka l’Uomo Ragno. Il Punitore fece la sua prima apparizione su un numero di Spidey, precisamente, Amazing Spider-Man #129 del 1974 in qualità di nuovo villain del Ragno, per poi evolvere verso una caratterizzazione migliore. “Castiglione” invece è un riferimento al fatto che il cognome del Puni, “Castle”, ha origini siciliane ed è stato desunto dall’Italiano “Castiglione”.
  3. Nell’episodio, Frank sembra uccidere quelli che sono i membri dei Dogs Of Hell del cartello Irlandese e Messicano. I loro capi – Jimmy The Bear, Leon e Pope – sono da considerarsi deceduti. I Dogs Of Hell fecero la loro prima apparizione diverso tempo fa, nella 1×15 di Marvel’s Agents Of S.H.I.E.L.D.
  4. Il personaggio di Louis Wilson è stato inventato appositamente per lo show.
  5. La versione televisiva di Curtis Hoyle è molto diversa dalla controparte fumettistica. Nel fumetto, oltre ad essere caucasico, si presenta anche molto più infame, meschino e invischiato in traffici loschi e cospirazioni. Compare per la prima volta su The Punisher #1 del 1987 e viene ucciso da Frank Caslte il numero dopo.
  6. Il personaggio che appare alla fine è Micro; se ne parlerà meglio nella recensione di “Two Dead Men”. Quello che interessa, però, è che alla fine il personaggio dice “Welcome Back, Frank” citando una famosa e acclamata storia del Punitore scritta da Garth Ennis e disegnata da Steve Dillon.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Jon Bernthal
  • La sigla
  • Episodio pilota atipico, ma funzionale alla presentazione psicologica del protagonista
  • Violenza, tanta e sana violenza
  • Episodio di difficile digeribilità

 

Partenza atipica per Marvel’s The Punisher che preferisce posticipare cercando di far entrare lo spettatore nella testa del Punitore. Forse non il bagno di sangue che ci si aspettava, ma il linguaggio di Steve Lightfoot e l’interpretazione di Jon Bernthal regalano allo spettatore una prospettiva del Punitore nuova e decisamente più sfaccettata e rispettosa verso il materiale originale, cosa non fatta – o fatta in parte – dai predecessori. “3:00 AM” è un avvertimento: The Punisher è un personaggio ambiguo e complesso ed era giusto partire con tutta la calma del caso.

 

3 AM 1×01 ND milioni – ND rating

 

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