American Gods 1×01 – The Bone OrchardTEMPO DI LETTURA 6 min

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American Gods è una delle opere più acclamate di Neil Gaiman, scrittore britannico dalla fine penna. Sono molteplici i motivi che hanno determinato per questo libro l’acquisizione di una notorietà così tanto chiacchierata da far arrivare il suo nome alle major televisive. Non si parla solo della sua capacità di prosa – semplice, scorrevole ma raffinata – perfezionata scrivendo e lasciando il segno in produzioni per tutte le piattaforme narrative conosciute (ricordiamo che “Sandman”, opera considerata la sua magnus opus, è un fumetto), ma anche e soprattutto per l’enorme ricerca e studio delle fonti che sono state fondamentali per la realizzazione di una trama così particolare e ricercata.
L’arrivo di American Gods sul piccolo schermo è stato un leggero fenomeno di development hell. Già si parlava di un suo adattamento per la HBO nel 2011 ma, da quella dichiarazione in poi, si passarono in rassegna tutti i passi di un progetto che non voleva saperne di venire alla luce. Dopo un turbinio di dichiarazioni di intenti, continuando poi con lunghi silenzi tra un aggiornamento e l’altro, decisioni sfociate poi in un nulla di fatto, concludendo con passaggi di mano da network a network, si è arrivati a Starz. Come dichiarato dal presidente della HBO Micheal Lombardo in una intervista del 2014, i problemi avuti con American Gods riguardavano tutti la difficoltà dell’adattamento televisivo del libro; non si riusciva a trovare un buon compromesso in termini di fedeltà, fallendo nel soddisfare equamente le esigenze televisive e di attinenza al materiale originale. Starz, dopo aver analizzato il romanzo, si fece una domanda non poi così legittima al giorno d’oggi: perché cambiarlo?
L’errore alla base commesso da HBO a suo tempo fu proprio quello di non aver analizzato bene il prodotto che aveva tra le mani. Proprio per le varie esperienze di scrittura di Neil Gaiman, American Gods si presentava già come un’opera che sanciva la maturazione dello scrittore e la consolidazione di ciò che aveva appreso scrivendo libri, ma anche per il fumetto e la televisione. Ergo, American Gods si presentava come un prodotto prettamente televisivo già di per se: era nella sua natura essere una sceneggiatura di una serie scritta in maniera più ricercata e complessa delle normali sceneggiature. Il libro stesso passava per varie fasi e saghe che potevano essere considerate come delle stagioni e i capitoli in mezzo come episodi. Starz l’aveva capito nel momento in cui mise mano al progetto e quindi non fece proprio nulla per cambiarlo, perché tanto il grosso del lavoro era già stato fatto da Gaiman stesso. Con “The Bone Orchard” ci si limita quindi a concretizzare tutto il manoscritto scegliendo gli attori, le location, gli effetti speciali e tutto il corollario necessario per dare forma a quelle parole.
Detto ciò, più che ad un lavoro di adattamento, ci si trova davanti un lavoro di traduzione ed abbellimento, non un mero copia e incolla. Il lavoro fatto da Bryan Fuller e Michael Green (gli showrunner scelti per questa nuova serie Starz) è quello di evitare di riproporre scempi come Shining, dove il comparto audiovisivo era “il nemico”. In questo caso, proprio per la sua naturale predisposizione alla serialità televisiva, il supporto di audio e immagini non è “un avversario” ma il mezzo più efficace per riuscire a dare vita, volto e corpo alle immagini che Gaiman cercava di far figurare nella mente del lettore attraverso le sole parole. E, alla fine, il duo Fuller/Green ci riesce, complice anche il fatto che i due non sono più gli stessi dei tempi di Heroes e Smallville; Green soprattutto ha raggiunto una certa maturità nella scrittura: è in parte sua la sceneggiatura di Logan, ultimo film con Hugh Jackman nei panni di Wolverine, pellicola già acclamata come capolavoro del genere cinecomics.
In questa prima puntata gli autori riescono (con successo) a ricreare in tutto e per tutto l’atmosfera dell’American Gods cartaceo, riproponendo l’alone di suggestione e mistero dei primi capitoli. I personaggi, poi, sono tutti azzeccati sia in termini di recitazione che di presenza e molti hanno anche già lavorato per Fuller (Gillian Anderson e Jeremy Davies per esempio). Il casting è stato talmente ben curato e azzeccato che le sensazioni che si provano nel vedere gli attori recitare è la stessa che si prova nel rivedere un vecchio amico che non si frequentava da tempo. C’è addirittura una grande cura riguardo la trasposizione della simbologia disseminata per tutto il libro. Le sequenze oniriche e le immagini simboliche che riconducono alla mitologia degli dei protagonisti sono proposte con il doppio della potenza rispetto al libro in quanto valorizzante dal comparto audiovisivo che concretizzano quell’immagine prima solo immaginata. L’esempio più esplicativo è quello del bisonte, simbolo della ciclicità della natura, che qui appare in veste minacciosa e surreale.
Un po’ di difficoltà, invece, potrebbero trovarle gli spettatori che non hanno riferimenti letterari e che arrivano vergini alla visione di “The Bone Orchard”. In effetti, il pilot non si preoccupa più di tanto nel presentare la trama nella sua interezza, seguendo più l’esempio di pilot come Preacher e Legion, limitandosi semplicemente ad ammaliare lo spettatore servendosi di sequenze d’impatto visivamente efficaci, dialoghi ben scritti e taglienti (per il 90% presi a piene mani dal romanzo), caratterizzazioni carismatiche ed effetti speciali spettacolari e molto scenici.
Più che capire il microcosmo di American Gods e la trama orizzontale, l’intento di Fuller e Green (almeno per questa puntata) è quello di far simpatizzare ed empatizzare il pubblico con il protagonista Shadow Moon, tirato per caso in mezzo a bizzarre personalità che mostrano della abilità fuori dal comune. L’intento era quello di dare un assaggio di un mondo fatto di misticismo, magia e mitologia e la resa soddisfa l’obiettivo degli autori permettendo agli spettatori a digiuno dalla versione cartacea di American Gods di rimanerne sorpresi, intrattenuti e galvanizzati da quanto mostrato dalla puntata che riesce anche a riprodurre la scorrevolezza dello storytelling di Neil Gaiman.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Finalmente assistiamo alla serie tv di American Gods
  • Il casting
  • I personaggi
  • La sigla molto anni ’80
  • Fedeltà massima con il libro
  • Gli effetti speciali e le sequenze oniriche
  • Simbologia
  • Trama non pervenuta (per chi non la conoscesse già)
Ogni promessa è debito e, dopo sei anni di silenzio e mezze verità, viene presentato in pompa magna American Gods, trasposizione traduzione televisiva dell’acclamato libro di Neil Gaiman. Pur limitandosi ad organizzare quello che si potrebbe definire un fascinoso ed affascinante open day della serie, “The Bone Orchard” già convince il pubblico (sia la parte che ha letto libro, sia quella che non l’ha letta) per la sua capacità di imporsi come prodotto incredibilmente ambivalente. Lo stile e la capacità di impatto di American Gods è tale che si presenta sia come una delle migliori trasposizioni libro/serie tv, sia come prodotto televisivo a sé stante. Infatti, anche se lo spettatore non è al corrente che la nuova promessa di Starz è tratta da un romanzo, questa sua “mancanza” non toglierebbe comunque nulla all’esperienza fornita da questi 60 minuti di puntata.

The Bone Orchard 1×01 0.97 milioni – 0.4 rating

Nato da un’idea di Stefano Accorsi e appassionato di fumetti, telefilm, film, musica e scrittura. Si unisce a RecenSerie perché gli piaceva troppo dire la frase: “Ogni recensione in più, è un passo in meno per ottenere una cattedra nell’insegnamento”. Non è un idiota, è solo che lo disegnano e caratterizzano così, e Frank Miller non è pagato abbastanza per abbassarsi così tanto. E’ destinato a salvare la cheerleader: il problema è che già conosce poco la geografia di casa sua, figuriamoci se sappia dove si trovano gli Stati Uniti.

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