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The Handmaid’s Tale 2×13 – The WorldTEMPO DI LETTURA 5 min

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In un periodo convulso per il mondo seriale dove si sovrappongono mille nuove serie per altrettante che vengono cancellate, The Handmaid’s Tale si guadagna un posto di rilievo in questo 2018 pieno di delusioni per tanti show che non hanno rispettato le aspettative. La serie basata sull’omonimo romanzo della Atwood ad ora è senza alcun dubbio la migliore dell’anno, per una storia che è costantemente migliorata senza deludere mai i propri fan. A un comparto tecnico perfetto, con una fotografia caratterizzata da colori freddi e cupi ed una regia impeccabile, si uniscono le ottime interpretazioni di un cast di alto livello, con l’unica eccezione forse di Joseph Fiennes che non ha mai convinto appieno nel suo ruolo del Comandante Waterford.
Al contrario invece le sue colleghe Elisabeth Moss, Yvonne Strahovski, Alexis Bledel, Madeline Brewer e Ann Dowd hanno dato vita a prove attoriali di alto livello e le candidature agli Emmy per Dowd, Strahovski, Bledel e Moss ne sono la prova evidente.
Il vero punto di svolta è arrivato con l’attentato suicida dell’ancella che ha costretto Waterford a letto e Serena a prendere le redini della situazione, ricordandole chi fosse prima dell’avvento di Gilead, sensazione rinforzata ulteriormente dal viaggio diplomatico in Canada. Da quel momento tutte le pedine hanno iniziato a muoversi sulla scacchiera, seguendo direzioni diverse ma convergenti infine per dieci minuti finali della puntata che hanno cambiato radicalmente le carte in tavola.

Commander Waterford: “You are our ruin.

Questa breve ma significativa frase, che il Comandante Waterford rivolge a June, racchiude perfettamente il pensiero maschilista posto alla base della società costruita ex novo su dettami religiosi. In questo season finale ancora una volta emerge drammaticamente il ruolo subalterno al quale sono state relegate le donne all’interno di Gilead. Non è un caso allora che private dell’autonomia, dell’attività lavorativa, dei diritti politici e persino dell’istruzione, le mogli degli alti comandanti decidano, guidate da Serena, di chiedere per loro e per le proprie figlie la possibilità di leggere le Sacre Scritture. Nella società teocratica di Gilead l’odio verso le donne, nemmeno troppo celato, rappresenta uno dei cardini della comunità: dalle ancelle, passando per le Marte, le donne di classi inferiori come era Eden o le moglie dei Comandanti, nessuna in realtà è vista positivamente in quanto appartenente al genere femminile. Una tematica di enorme attualità in un momento storico dove le questioni di genere e le pari opportunità occupano quotidianamente il dibattito dell’opinione pubblica. Produrre una serie del genere in questo preciso periodo si è rivelata sicuramente una decisione felice per Hulu che grazie alla riuscita di questo show ha raddoppiato i propri abbonati.
In questo season finale però si assiste anche al riscatto dei character femminili con l’azione violenta di Emily contro zia Lydia e l’intraprendenza di Rita che permette la fuga di June e figlia. Il vero capolavoro dello show è rappresentato dall’ambivalente rapporto tra Serena e June, che si è costantemente evoluto puntata dopo puntata toccando picchi emotivi sia positivi che negativi. Due character femminili molto forti che nel corso di questa seconda stagione hanno attraverso fasi molto diverse tra loro, dall’odio viscerale alla complicità. Serena si è progressivamente risvegliata dal torpore in cui era caduta a causa di un sistema sociale che ha contribuito lei stessa a creare con i suoi libri e le ideologie che hanno veicolato. Un personaggio maturato molto rispetto alla prima stagione che liberamente sceglie di “arrendersi”, facendo fuggire June e Nichole conscia del fatto che la figlia sarebbe solo prigioniera nel suo mondo, come ha avuto modo di imparare a sue spese tra cinghiate e mignoli mancanti (“Serena, listen! Listen to me! I can get her out. I can get her out of here. She cannot grow up here. She cannot grow up in this place. Listen to me. You know she can’t.“).

June:You’re getting out. You’re getting out of Gilead. Call her Nichole. Tell her I love her.

Sono però i minuti finali a dare uno slancio ancora più superiore alle attese. June improvvisamente si ritrova al suo terzo tentativo di fuga, pur sentendo nell’aria il profumo di libertà per lei e per sua figlia, decide all’ultimo istante di rimanere consegnando Holly Nichole ad Emily assicurandole una vita migliore. Una scelta, sia in termini di sceneggiatura che in termini di mera sequenza narrativa, estremamente audace e che coglie alla sprovvista uno spettatore già frastornato da questa improvvisa escalation di eventi.
Da un punto di vista oggettivo si potrebbe anche criticare aspramente questa decisione di Bruce Miller, in quanto una 3° stagione ambientata fuori da Gilead con al centro una June intenta a riprendersi Hannah sarebbe stata molto audace e ancora più sopra le righe; da un punto di vista emotivo invece si capisce la decisione (anche narrativamente più semplice e canonica) di optare per un “abbandono” della neonata per tornare indietro e provare a salvare la primogenita, Hannah. Non ci fosse stato quel fugace ma intenso incontro in “The Last Cerimony” le cose sarebbero state diverse, tuttavia la pur flebile speranza di poter salvare sua figlia e portarla poi in Canada da Luke ha avuto la meglio. E se ne capisce totalmente l’importanza nonostante qualche rammarico.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ottimo comparto tecnico
  • Valenza socio-politica della serie
  • Interpretazioni cast femminile
  • Rapporto ambivalente Serena-June
  • Intraprendenza Emily e Rita
  • Finale a sorpresa
  • Niente da segnalare

 

Questa 2° stagione era chiamata a eguagliare la prima di altissimo livello pur partendo con presupposti del tutto differenti, visto che al termine dei primi dieci episodi si poteva dire conclusa la storia basata sul romanzo della Atwood. Sicuramente la collaborazione della scrittrice con Bruce Miller ha giovato enormemente alla serie che si è confermata ad alti livelli, rinnovandosi ma senza snaturarsi. L’unica pecca, se proprio si vuole trovare il pelo nell’uovo, è rappresentata dalla storyline che ha riguardato le colonie, poco incisiva ma che è servita comunque a reintrodurre il personaggio interpretato da Alexis Bledel.
Complessivamente sia questo season finale che l’intera stagione meritano il massimo dei voti, e per una serie dagli importati risvolti sociali e politici che ha fatto discutere e continuerà a farlo a lungo questo è d’obbligo.

 

Postpartum 2×12 ND milioni – ND rating
The World 2×13 ND milioni – ND rating

Cinefilo disperato e divoratore di serie tv, venera due antiche divinità: Sergio Leone e Gian Maria Volontè.
Lostiano intransigente, zerocalcariano, il suo spirito guida è un mix tra Alessandro Barbero e Franco Battiato.

2 Comments

  1. Tipensate alla propria vita spesso ti fa partire da un episodio e da lì, a cascata,ricollochi tutto il successivo, fino al presente.
    Stessa cosa per le serie tv.
    La loro bellezza (e grandezza) spesso dipendono da come i loro finali, di stagione e complessivi, riescono nello stesso processo. Infatti spesso non bastano fotografia, musica e attori, se la storia o il capitolo, non si chiude degnamente.
    Il nostro bellissimo finale parte da tanti piccoli pezzi che in quest’ultima ora collimano perfettamente.
    3 esempi.
    Non ci sarebbe stata questa Emily senxa le colonie, il flashback all’aeroporto e la sua rabbia mai repressa.
    Non ci sarebbe stata Serena che legge la Bibbia senza Eden, come non ci sarebbe stata Serena che lascia andare Nicole/Holly senza il padre di Eden che denuncia la figlia (ovvero, in lui si è rivisto il lato peggiore del fanatismo di Gilead, lo stesso del marito).
    E soprattutto non ci sarebbe stata June, senza tanti piccoli tasselli (“i need a pen”, la decisione di non sparare dall’attico, la fuga fallita, la fuga rifiutata).
    La serie chiude alla grande una stagione che una volta decollata non s’è più fermata.
    L’incognita per il rilancio finale rischia di abbagliare e rendere ciechi di fronte a tanta forzatura, ma cosa c’è di più forzato di una distopia che pare sempre meno distopica?

  2. Ovviamente condividiamo la tua passione per le serie tv, motivo per cui ci impegniamo tanto per recensirne il più possibile in modo da avvicinare le persone a questo fantastico mondo. Per quanto riguarda The Handmaid’s tale è scritta e recitata benissimo, narrativamente molto complessa in stile Westworld e anche se tecnicamente è una serie ambientata in un universo distopico, in realtà le tantissime tematiche legate all’attualità la rendono meno distopica di tante altre. Questo sicuramente è uno dei suoi maggiori punti di forza e potrebbe diventare una delle poche che andando avanti invece di peggiorare, migliora sempre più.

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