Russell T Davies ha dei tratti distintivi ben precisi che portano lo spettatore a godere di ciò che guarda, dei singoli momenti emotivamente impattanti, di svolte di trama troppo assurde per essere accettate di primo acchitto, ma anche troppo assurde per non voler continuare spasmodicamente a vedere che cosa succede poi.
Venti anni dopo l’inizio della storia che ha rimesso Doctor Who in un punto importante della serialità moderna, la storia sembra continuare. Forse non più su Disney+, forse abbassando il budget di un bel po’, e – soprattutto – forse il pubblico dovrà aspettare parecchio.
Viene da chiedersi che tipologia di risvolti avrà l’ulteriore nuovo (?) corso e soprattutto che politica narrativa adotterà il team creativo. Perché nessuno sarebbe pronto a lasciar andare Doctor Who, ma alcune cose andrebbero forse riviste.
LA STORIA
Volendo esprimere un giudizio di pancia ci sarebbero un po’ di obiezioni da porre alla scrittura di “The Reality War“, così come, di conseguenza, a quella della stagione intera. Ad esempio: The Rani è stata rivelata dopo un lunghissimo insieme di ipotesi sulla misteriosissima Mrs. Flood, prima di condividere il palcoscenico con la bravissima Archie Panjabi. Risultato: la Rani di Panjabi viene mangiata da Omega, l’altra scappa (scelta comunque coerente con quanto accadeva nella serie classica). Senza contare che Omega, realizzato come un “dozzinalissimo” mostro, viene cacciato di nuovo nell'”upside down” con il Dottore che spara con il Vindicator (carina la spiegazione del Dottore sull’universo di anti-materia, peccato che il tutto è stato liquidato con una frase, ma ci torneremo).
La realtà apocalittica creata dalla trinità composta da The Rani-Conrad-Desiderium viene risolta con un grado adrenalinico niente male, ma viene messa in secondo piano da Poppy. Non tanto per la lunga porzione finale che la vede protagonista, quanto per l’intera questione “chi è Poppy” che porta Belinda e la bambina addirittura a farsi chiudere in quella specie di Pandorica.
Il messaggio finale sul Dottore che non può avere figli, sui Time Lord sterili (da lì una spiegazione sulla frequente bi-generation), sui desideri, sulle sottili differenze nella realtà, sul Dottore che decide di rigenerarsi per piegare il time-vortex con il Tardis e con la sua energia, Ruby che ricorda sempre anche realtà che sono state cancellate. Tutta questa roba avrebbe meritato un minutaggio differente, forse episodi appositi. Tutta questa roba è estremamente interessante e rappresenta tutta una serie di spunti narrativi che forse sono mancati terribilmente durante l’era Moffat e l’era Chibnall.
Tali showrunner hanno avuto indubbiamente una serie di differenti qualità (profondità narrativa uno, leggerezza scenica e capacità di andare al punto l’altro), ma la frustrazione di non assistere ad aspetti così originali e “romantici” ogni tanto faceva capolino. Inutile dire che la frustrazione è maggiore nel momento in cui se ne ha un semplice assaggio per poi liquidare tutto solo perché si hanno a disposizione pochi episodi, e perché la caratterizzazione dei protagonisti ha sempre la priorità sulla pura e semplice fantascienza.
È dal 2013, dai tempi di “The Day Of The Doctor“, che vengono fatte promesse in termini di svolte di trame da affrontare con l’aspettativa di epopee ed episodi epici. Il ritrovamento di Gallifrey (arrivato in maniera geniale con “Heaven Sent“, liquidato con “Hell Bent“), la scoperta sull’identità del Dottore (questione affrontata con “The Flux“, unica vera epopea del moderno Doctor Who, ma poi alla fine solo sfiorata), fino ad arrivare a Susan, Rogue e tutta una serie di altri elementi che in questa fase sono stati lanciati lì e lasciati (per ora) cadere.
LA PARABOLA DI NCUTI
Perché si ha, quindi, nostalgia di tutta quella prima fase di RTD e di Steven Moffat? Perché non veniva promesso niente. Venivano aggiunti elementi che si risolvevano al finire della stagione, lasciando magari piccoli elementi da completare in quelle dopo. Esempio: Donna ha il suo arco narrativo durante la quarta stagione. Inizia e finisce. È vero, è stato recentemente ripreso e anche risolto, aggiungendo un lieto fine. Ma è un semplice rimando alla quarta stagione.
Dal 2013, come detto, è stato suggerito allo spettatore che si deve costantemente aspettare qualcosa. Forse una svolta giusta per tenere vivo l’interesse nello show. Ma non si può poi continuamente dirottare l’attenzione verso caratterizzazioni specifiche. Clara era un personaggio ben scritto, così come lo è stato Ruby. Tuttavia, è ovvio che lo spettatore si indispettisce se quando ci si aspetta di vedere una ricerca di Gallifrey, un ritorno dei Time Lords, l’unica cosa che conta è il rapporto tra il Dottore e Clara. Stesso discorso di Ruby, della sua origine e di quella che doveva essere una misteriosissima madre che indica cartelli. Ovvio che poi con Amy e Rory, Rose, Martha e Donna il tipo di affetto che lo spettatore instaurava era diverso. Perché erano dei compagni, dei semplici compagni che ad un certo punto diventavano importanti per la trama. Erano pedine al servizio della fantascienza e non il contrario.
Ncuti Gatwa è totalmente vittima di questo nuovo sistema un po’ ADHD, dove è difficile trovare il focus. Il suo addio dopo due sole stagioni lascia l’amaro in bocca, perché era un personaggio dal grande potenziale, portato avanti da un grandissimo interprete, ma è stato oscurato da troppi elementi. Non ha avuto vere svolte nella sua storia, le companion, soprattutto Ruby, hanno avuto un peso specifico notevole, c’è stata una figlia di mezzo nel finale, ci sono stati episodi in cui addirittura è comparso pochissimo. E, dettaglio non da poco, è comparso in un totale di 19 episodi. Quasi un record. La sensazione di occasione sprecata è più forte che mai.
OH, CIAO!
Dopo tutte queste analisi sui problemi di gestione delle trame di una serie che comunque non si riesce a non amare, sembra quasi superfluo soffermarsi sul finale che sta rimbalzando su tutti i social e sulle testate specifiche (causando anche qualche spoiler qui e lì). Chi è impazzito e sta leggendo questa recensione senza aver visto l’episodio esca da questa pagina immediatamente.
Billie Piper fa la sua comparsa dopo la rigenerazione del Quindicesimo.
Lo spettatore scafato non può non pensare a tutta una serie di escamotage narrativi che hanno portato a questa scelta. Senza voler per forza arrendersi ad un fanservice talmente alto da raggiungere il famigerato salto dello squalo. Intanto Billie non si vede per intero, togliendo quindi certezze sull’effettiva rigenerazione. Senza contare l’implicazione del Time Vortex dove, venti anni fa, la stessa Rose aveva creato il suo particolare timbro facendo echeggiare il Bad Wolf da tutti i lati.
Ma qui si è ancora in un campo particolarmente soggettivo. Elemento più definito va cercato nei titoli di coda. Jon Hurt, Jo Martin oltre che il David Tennant bis, per citare tre Dottori apparentemente atipici, venivano presentati nei titoli di coda con “Introducing… as The Doctor“. Non è passata inosservata invece la chiusura in cui compare solamente “Introducing Billie Piper“. La stessa attrice ha recentemente dichiarato che il suo ruolo è tutto da scoprire (“…but quite how and why and who is a story yet to be told“).
Non si hanno dubbi che una trama più o meno convincente uscirà fuori. La sensazione è quella di voler creare scalpore per poi pensare in un secondo momento come uscirne. E quindi salvare il futuro di Doctor Who. Fosse così, ben fatto.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
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L’episodio in ogni caso è assolutamente godibile e RTD riesce comunque a far sciogliere i cuori dello spettatore. Speriamo che ora si concentri per bene per mantenere lo stesso grado di affetto anche nei più testardi (come chi scrive) che non riesce a non dare fiducia a questo show titanico.
