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Black Panther - Wakanda Forever: recensione
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Black Panther: Wakanda Forever

La regina Ramonda, Shuri, M’Baku, Okoye e la Dora Milaje combattono per proteggere la loro nazione di Wakanda dalle potenze mondiali che intervengono dopo la morte di re T’Challa. Mentre i Wakandiani si sforzano di abbracciare il loro prossimo capitolo, gli eroi devono unirsi con l’aiuto di War Dog Nakia e Everett Ross e forgiare un nuovo percorso per il regno di Wakanda.

A conti fatti, dopo aver visto il risultato, a chiudere la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe non poteva essere che questo Black Panther. Il sequel del fortunato primo episodio (vincitore di ben 3 Academy Awards) arriva in sala portandosi dietro due grandi incognite, queste ben più sfortunate purtroppo.
La prima è quella legata allo stesso MCU, con una Fase 4 che ha convinto pochi, che tra grande e piccolo schermo ha avuto un rendimento piuttosto altalenante, se non confuso. Adesso è tempo di fare un bilancio e si può capire come questa “confusione” post-Thanos e post-Infinity War sia stata quasi voluta. In primis, per l’idea di differenziare maggiormente i prodotti, chiamando in causa autori del calibro di Sam Raimi e Cloé Zhao, così come nello stile e nella messa in scena, vedi la recente e chiacchierata comedy She-Hulk o l’ispirazione al cinema orientale registrato in Shang-Chi. In secondo luogo, tra i vari “nuovi” Falcon e Hulk, appunto, Yelena e Kate Bishop, lo stesso Shang-Chi e gli Eterni, fino al “nuovo inizio” con cui di fatto si sono chiusi i rispettivi archi di Spiderman e Thor, si capisce che il principale legame conduttore di questa fase (oltre ovviamente all’introduzione del Multiverso e di Kang, con cui si aprirà la Fase 5, con Ant-Man) è stato quello dell’introduzione di coloro che succederanno agli Avengers originali, raccogliendone l’eredità. Una pratica piuttosto comune nei fumetti, dove è la “maschera” a regnare sovrana piuttosto che chi davvero la indossa, decisamente più complicata da riportare nella realtà, dove chiaramente l’affezione è anche e soprattutto rivolta agli attori che la interpretano.
Ma in fondo non è altro che la pratica di “fidelizzazione” già attuata egregiamente nella prima fase del MCU, quando la sfida di Feige fu quella di portare al cinema e far diventare di successo personaggi ben meno popolari alla massa, rispetto ai soliti Batman, Superman e Spiderman. Dopo esserci riuscito, la nuova sfida è adesso quella di cambiarne i volti, i caratteri e i background, senza intaccare la gigantesca macchina messa in piedi in quasi quindici anni. Come detto, non si può certo dire che l’impresa sia stata del tutto raggiunta, eppure il proposito di mantenere ancora “viva” e funzionante quella macchina è ancora abbondantemente in corsa. Ed è qui che questo Black Panther: Wakanda Forever arriva in una perfetta sintesi di tutto questo, visto che l’altra pesante quanto tragica incognita è proprio quella legata a chi prenderà il posto del compianto Chadwick Boseman. Un’operazione che, visto il successo precedente soprattutto per ciò che ha significato, specie negli Stati Uniti, è inesorabilmente accompagnata dal cinismo produttivo ed economico dello “show must go on”, insieme alla volontà, ben più romantica e nostalgica, di onorare la memoria di un bravissimo attore, di una bellissima persona, ma soprattutto di un gigantesco simbolo per la sua stessa comunità.

The King is dead. The Black Panther is gone.

L’EREDITÀ DI CHADWICK


L’onere toccato a Ryan Coogler (già registra del primo episodio, oltre che di Creed), quindi, non era affatto dei più semplici. A lui come a Laetitia Wright, il volto di Shiri, sorella minore di T’Challa, “costretta” dalle tragiche circostanze a dover passare da personaggio evidentemente pensato e caratterizzato per fare da spalla dell’eroe, emotiva quanto di supporto grazie alle sua sapienza tecnologica, a doverne ricoprire il ruolo e di conseguenza sorreggere un intero film. Eppure ciò che ha subito affascinato uno spettatore esterno ed ignaro del mondo di Black Panther e della sua Wakanda è sicuramente questo incrocio tra riti ancestrali e saggezza atavica e, appunto, una tecnologia all’avanguardia e oltremodo futuristica. La centralità inattesa di Shiri diventa così un’opportunità che Coogler coglie al volo, dato che è il personaggio che più di tutti incarna proprio questa intrigante dicotomia. È chiaro allora che tutta la lunga prima parte, pur essendo il momento in cui la pellicola soffre maggiormente, appare come essenziale per presentare a dovere il dualismo interiore della protagonista, sempre resistente agli anacronistici e “barbari”, dal suo punto di vista, cerimoniali del suo popolo, ma al tempo stesso tradita dalla scienza, che non è stata in grado di salvare l’amato fratello.
Laetitia Wright, sorprendentemente va detto, riesce a trasmettere alla grande questo conflitto sullo schermo e a reggere la pesante centralità che le compete. Guidata, sulla scena come nella finzione, dall’esperienza imponente e illuminata di Angela Bassett, anch’essa ritrovatasi Regina del Wakanda senza volerlo neanche lontanamente, ma capace di dominare sullo schermo con una forza vigorosa e impressionante. È lei a rappresentare la continuità col passato, nonché la diversità e l’attrazione per la cultura del Wakanda stesso. Lei e la colonna sonora (già premiata agli Oscar), che si occupa nuovamente di mischiare sonorità tribali a quelle più smaccatamente urban e underground, in una ibrida commistione che diventa tanto epica ed entusiasmante nei momenti topici, cogliendo ancora nel segno.

IL FUTURO DI RIRI


Dove allora Shiri trova terreno fertile nel suo personale desiderio di rottura col passato, invece, è nell’altro personaggio “giovane e high-tech” della pellicola, quella Riri Williams che sarà protagonista della serie di prossima uscita (autunno 2023) Ironheart (a proposito di pesanti eredità). Non è allora un caso se, nel corso della trama, diventa inaspettatamente chiave per le sorti del regno, finendo sia nelle mire governative di Julia Louis-Dreyfus/Allegra de Fontaine (praticamente il nuovo ricorrente “Nick Fury” di questa fase, in virtù dell’annunciato film sui Thunderbolts), sia in quelle più vendicative e minacciose del villain Namor. La sua sopravvivenza diventa così oggetto di tensione tra i due popoli, in qualche modo simile ai problemi che nel primo episodio aveva portato la volontà di T’Challa di accogliere e salvare Martin Freeman/Everett Ross (e i fan di The Office UK e di Seinfeld saranno ben lieti di ritrovare, qui, i propri beniamini). Ed è da questo punto di vista che la presenza del personaggio di Freeman, altrimenti non di particolare contributo al film, acquista un certo significato. La testimonianza di Ross sostiene la bontà delle azioni del Wakanda di fronte al governo, diventato nel frattempo ostile per via del suo interesse sul vibranio. D’altro canto, la protezione del proprio popolo da parte di Namor, rovescia la medaglia contro i wakandiani, che si rifiutano di sacrificare per questo una vita umana, per quanto “straniera” e in qualche modo complice dei loro aggressori, proprio come T’Challa gli aveva insegnato a suo tempo. Dopotutto, la saga di Black Panther si conferma, in questo senso, probabilmente la più “politica” dell’MCU.
E in questo discorso Coogler e soci si vogliono inserire benissimo, con i loro personaggi forti e orgogliosi della propria cultura e provenienza, delle proprie radici. Da un lato giocando col fantomatico (e saturato, davvero) “politically correct”, qui rispettato alla perfezione con il protagonismo di donne, minoranze (etniche e sessuali) e gen-Z, pacchetto completo insomma. Dall’altro, naturalmente, sfruttandolo per poter comunicare qualcosa, appunto, con il concetto dell’apertura delle risorse del Wakanda al mondo intero che stavolta trova le sue dirette conseguenze, nel bene e nel male.

EL NIÑO SIN AMOR


L’altro lato della medaglia di questa sintesi “politica” tra passato e futuro, come detto, sta allora tutta nel personaggio di Namor, la controparte segnata dalla violenza del mondo e che, in maniera speculare al Wakanda, ha chiuso per secoli i propri confini, custodendo il suo infinito potere. Talocan (e non Atlantide) è la rappresentazione vivente del dilemma del Wakanda. In questo senso, allora, la riscrittura della storia di Namor, rispetto al fumetto, funziona perfettamente. Specialmente nel suo renderlo il personaggio “grigio” della pellicola, così come in fondo lo era lo stesso Killmonger, ed è curioso notare, anche qui, il filo conduttore tra i villain di questa saga, portatori di conflitti sempre intriganti.
Il contatto con le meraviglie di Talocan e la conoscienza di Namor, quindi, arriva ad influenzare l’arco stesso del personaggio di Shiri, tanto da renderlo altrettanto controverso e ambiguo. Il percorso della protagonista è allora di gran lunga la componente migliore e sicuramente più riuscita della pellicola, pur scaturendo in una conclusione meno coraggiosa e forse non all’altezza dei buonissimi presupposti, anche se decisamente spettacolare e intensa da vedere. Alla fine, però, la memoria di T’Challa e di Chadwick Boseman continua ad essere rispettata, proprio nella delicatezza con cui Coogler la affronta, senza renderla affatto ingombrante come si poteva temere, ma onorandola nel sottinteso, nel profondo, con una delicatezza sinceramente commovente.


Quello che risulta essere il miglior film della Fase 4 è un’opera tutt’altro che perfetta, ma che riesce nei suoi difficilissimi intenti, con il merito anche di restituire uno sguardo positivo al futuro. Come testimonia la scena dopo i titoli di coda (che ovviamente non spoilereremo), l’eredità di Chadwick Boseman può dirsi ben assicurata. E insieme ad essa, viste tutte le nuove leve presentate in questa lunga e problematica fase, quella di tutto il MCU. Considerando, infine, l’ottimo weekend d’esordio al box-office, i Marvel Studios sono infatti ben lontani dal loro esaurimento, nonostante certe azzardate previsioni. Le prossime due fasi saranno sicuramente decisive per la sua sopravvivenza, ma il sentiero, adesso, è finalmente ben tracciato.

 

TITOLO ORIGINALE: Black Panther: Wakanda Forever
REGIA: Ryan Coogler
SCENEGGIATURA: Ryan Coogler, Joe Robert Cole
INTERPRETI: Laetitia Wright, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Dominique Thorne, Tenoch Huerta, Martin Freeman, Julia Louis-Dreyfus, Angela Bassett
DISTRIBUZIONE: Walt Disney Studios Motion Pictures
DURATA: 161′
ORIGINE: USA, 2022
DATA DI USCITA: 09/11/2022

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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