Dear White People 1×01 – Chapter 1TEMPO DI LETTURA 9 min

in Recensioni by

“Are there any niggers here tonight?” [Lenny Bruce, 1925-1966]

Prima di iniziare occorre fare una premessa: questa recensione, così come tutte quelle scritte in RecenSerie riguardo i pilot, prende in considerazione la sola puntata. E trattando in questo caso una serie tv Netflix è d’obbligo sottolinearlo.
Dear White People è la nuova serie tv originale creata da Justin Simien (già regista ed ideatore dell’omonimo film del 2014) che approda sulla famosa piattaforma streaming. Così come il film citato, la serie è improntata alla satira rientrando nel campo delle comedy-drama.
Nel bene o nel male questa nuova creazione di Netflix riuscirà a far parlare di sé, quindi cerchiamo di approcciarci ad essa da un ampio spettro di punti di vista.

Partiamo da lontano, prima di analizzare la mezzora circa di pilot della serie, e prendiamo in considerazione come la stessa è stata etichettata: “satire“.
Nell’Enciclopedia Treccani la satira viene definita come “composizione poetica che rivela e colpisce con lo scherno o con il ridicolo concezioni, passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono perciò considerati vizi o difetti) o dall’ideale etico dello scrittore“.
Di questo elemento, nell’episodio, non appare nemmeno la più piccola traccia. Ma magari è la definizione di “serie satirica” ad essere troppo stringente, veniamoci quindi in aiuto ed ampliamo questa definizione a semplice “serie comedy”. Sicuramente adesso potremo riscontrare qualche elemento di ilarità.
Ebbene è brutto da constatare ma, tralasciate alcune discutibili battute a sfondo sessuale ed una entusiasmante versione a luci rosse di Scandal chiamata Defamation (in cui il miglior dialogo si conclude con: “Well, I’ve got a job for you. Blow me. Right here in the Oval Office.“), l’intera puntata non esibisce nessuno spunto comico o presunto tale. E non è sicuramente una cosa che passa inosservata trattandosi di una serie tv satirica, fatta proprio per intrattenere in questo campo. Ma, dato l’argomento spinoso fulcro centrale della narrativa, la serie si pone anche come strumento per una dura critica sociale e di denuncia. È probabile quindi che la comicità sia stata accantonata per lasciar spazio alla narrazione seria. Ma è veramente così?
Due. Sono solamente due i momenti nei quali la series premiere si sobbarca l’incarico di denuncia sociale: il primo riguarda le discutibilissime “Blackface party” ed il secondo concerne il discorso conclusivo della protagonista, Samantha White (interpretata da Logan Browning).
Le Blackface Party prendono spunto dai Minstrel show: una sorta di varietà comico/musicale in cui attori bianchi interpretavano degli afroamericani pitturandosi di nero il volto. Si trattava di rappresentazioni dei neri in maniera stereotipata ed offensiva, ma non è una pratica che è scomparsa con il passare dei secoli e con l’aumento dell’impegno governativo per la copertura scolastica della popolazione, a quanto pare la stupidità è l’erba più difficile da estirpare, difficile da crederlo.
Questa festa è il casus belli della diatriba non solo verbale tra la redazione satirica Pastiche e le varie unioni di studenti neri della Winchester University, tra le quali si contano:

  • Unione Studenti Neri (BSU);
  • Unione Studenti Afro-americani (AASU);
  • Forum Americani Neri (Black AF);
  • Coalizione Per L’Uguaglianza Razziale (CORE);

Ed è in questo preciso istante, quando Reggie (Marque Richardson, già apparso in True Blood, The Newsroom e Brooklyn Nine-Nine) sottolinea come questa riunione tra associazioni (chiamata Black Caucus) dia solo l’apparenza di unità, che riaffiora alla memoria il monologo tanto attaccato di Chris Rock: “There’s a lot of racism going on. Who’s more racist, black people or white people? It’s black people! You know why? Because we hate black people too! Everything white people don’t like about black people, black people really don’t like about black people. There’s some shit going on with black people right now. It’s like a civil war going on with black people. And there’s two sides: there’s black people and there’s niggas. The niggas have got to go. You can’t have shit when you around niggas, you can’t have shit.[Bring The Pain, Chris Rock; 1996].

Perché abbiamo detto che è stato tanto attaccato questo monologo? Perché contiene troppe volte la parola “niggas“, così tante volte che Chris si ritroverà a dover rimuovere il pezzo dal proprio spettacolo.
Tornando a Dear White People, senza divagare ulteriormente negli ambiti della stand-up comedy americana, il secondo momento in cui la serie si fa carico del proprio impegno sociale coincide con il finale di puntata. Samantha si ritrova alla radio e si scatena nell’unico effettivo momento in cui la tematica di fondo della serie viene a galla, riuscendo a non essere ridicolizzata: vengono citati i casi di Sandra Bland, Trayvon Martin e Philando Castile ed il tutto riesce a dare un tono serio e permeato di buone intenzioni, davvero ben espresso, ma non ci si può che chiedere dove fossero queste tematiche, questi dialoghi e questi toni nei precedenti trenta minuti di episodio. Davvero avvilente doversi appigliare al finale di episodio per rimettere un attimo in carreggiata il tutto.
D’altra parte “ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo“.

La series premiere, per quanto cerchi di sottolineare come la disparità in America sia una cosa tutt’altro che superata, fallisce miseramente nel tentativo. L’era post razziale, idealmente pensata con l’avvento di Barack Obama alla Casa Bianca, è solamente un mito. Nulla di più. Lo stesso Obama ha lasciato cadere un velo di pietoso silenzio sull’argomento cercando di ingraziarsi i più proponendosi sia come “abbastanza bianco“, sia come “abbastanza nero“. Con l’elezione di Trump, questa serie aveva il potenziale di poter esprimere un qualcosa, il razzismo nudo e crudo che viene spesso e volentieri dato per scontato e come un qualcosa di normale, ma fa cilecca. Almeno al primo tentativo.

There are four hundred thousand words in the English language, and there are seven you can’t say on television. What a ratio that is: 399,993 to 7. They must really be bad; they’d have to be outrageous to be separated from a group that large! “All of you over here, you seven? BAD WORDS.” That’s what they told us they were, remember? “That’s a bad word!” …No bad words; bad thoughts, bad intentions…and words. You know the seven don’t you that you can’t say on television? Shit, piss, fuck, cunt, cocksucker, motherfucker, and tits. Those are the heavy seven. Those are the ones that will infect your soul, curve your spine, and keep the country from winning the war.[Class Clown, George Carlin; 1972]

Bisogna però tornare ad uno dei punti affrontati fino a qui: la satira. E va fatto chiudendo un cerchio, riprendendo (abbreviata) la citazione con la quale si è deciso di aprire questa recensione: “Are there any niggers here tonight? Now what did he say? ‘Are there any niggers here tonight?’ I know there’s one nigger, because I see him back there working. Let’s see, there’s two niggers. And between those two niggers sits a kike. And there’s another kike. And there’s a spic. Right? Hmm? Well, I was just trying to make a point, and that is that it’s the suppression of the word that gives it the power, the violence, the viciousness. If President Kennedy would just go on television, and say, ‘I would like to introduce you to all the niggers in my cabinet,’ and if he’d just say ‘nigger nigger nigger nigger nigger’ to every nigger he saw, ‘til nigger didn’t mean anything anymore, then you could never make some six-year-old black kid cry because somebody called him a nigger at school“.
Ci sarebbe ben poco da aggiungere alla già emblematica frase “è la repressione di una parola che le dà potere e violenza” se non fare una breve analisi: Lenny Bruce, a cavallo tra anni sessanta e settanta non puntava a fomentare l’odio razziale, né tanto meno a spingere le persone all’uso spropositato del gergo volgare per via del quale dopo molti spettacoli rischiava di essere incarcerato lui stesso. No, Lenny Bruce cercava di mettere di fronte agli americani la loro stessa coscienza, come una sorta di specchio: la soluzione per combattere determinate questioni sociali, in maniera decisa e convinta, non è sicuramente quella di bandire parole (basti pensare alle Seven dirty words di George Carlin citate poco sopra). Da quando la civiltà umana esiste, il protezionismo ed il fare di un qualcosa un tabù non ha mai risolto nulla (Boardwalk Empire non vi ha insegnato proprio nulla?).
Reprimere determinate parole, etichettarle e aggiungerle a delle sorta di liste di proscrizione non fa altro che alimentare il sottobosco nel quale vegetano, peggiorando la situazione.
Ed è qui che Dear White People fallisce forse in maniera più vistosa: potrebbe essere chiamato eccessivo buonismo televisivo, ma la rappresentazione sociale data nel primo episodio è quanto mai fallimentare (fatta esclusione per quanto concerne la questione Blackface Party, di cui già si è scritto).

There is absolutely nothing wrong with any of those words in and of themselves. Their only words. It’s the context that counts. It’s the user. It’s the intention behind the words that makes them good or bad. The words are completely neutral. The words are innocent. I get tired of people talking about bad words and bad language. 
Bullshit! 
It’s the context that makes them good or bad. The context. That makes them good or bad. 
For instance, you take the word “Nigger.” There is absolutely nothing wrong with the word “Nigger” in and of itself. It’s the racist asshole who’s using it that you ought to be concerned about. 
We don’t care when Richard Pryer or Eddie Murphy say it. 
Why? Because we know they’re not racist. Their Niggers! 
Context. Context. 
We don’t mind their context because we know they’re black. Hey, I know I’m whitey, the blue-eyed devil, paddy-o, fay gray boy, honkey, mother-fucker myself. Don’t bother my ass. Their only words. You can’t be afraid of words that speak the truth, even if it’s an unpleasant truth, like the fact that there’s a bigot and a racist in every living room on every street corner in this country.[George Carlin,  1937-2008]

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Finale di puntata per due motivi: finisce l’episodio; unico dialogo realmente interessante degli oltre trenta minuti di messa in onda
  • La serie tv simbolo della cultura nera dell’Università, Defamation
  • Ogni volta che la parola satira viene utilizzata a sproposito, una stella si spegne in cielo
  • Personaggi con la caratterizzazione di un cartonato
  • Trattamento della questione sociale pari a zero
  • Vacuità pura e semplice

“Let me be the first to pop that fucking bubble and send you hurling back to reality.”


Dear White People non riesce a porsi né come serie satirica/comica, né tanto meno appare in grado di affrontare una tematica tanto vasta quanto importante come il razzismo ed il suo permanente peso nel tessuto della società moderna. E tutto ciò appare, purtroppo, come una inesorabile sconfitta.
Chapter 1 1×01 ND milioni – ND rating

Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L’Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv, film e lettore appassionato di libri e manga. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell’umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di Recenserie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L’unico uomo con la licenza polemica.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from Recensioni

error: Nice try :) Abbiamo disabilitato il tasto destro e la copiatura per proteggere il frutto del nostro duro lavoro.
Go to Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: