Empire 1×01 – PilotTEMPO DI LETTURA 7 min

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È sempre difficile non provare diffidenza verso una nuova serie, specialmente se questa dichiara spassionatamente di basare il proprio plot su quel King Lear di tale William Shakespeare. Certo, eccezioni eccellenti che hanno osato “giocare” con le trame di Shakespeare ci sono e ultima tra tutte è stata Sons Of Anarchy, tuttavia si ha tutto il diritto di approcciarsi con ben più di qualche dubbio ad una serie che butta nello stesso calderone rap, Shakespeare e tanto “nigga style”. Nonostante le tre cose possano apparentemente sembrare incongruenti tra di loro, Empire riesce a dosare elegantemente gli elementi. dimostrandosi un prodotto (seppur frivolo) sopra le righe, eccentrico ma anche ben strutturato.
FOX non è nuova a prodotti seriali che sfruttano la musica sia come forma di intrattenimento. sia come modo per far soldi, Glee infatti è stato il primo vero capostipite di questo nuovo business e, anche se i tempi in cui era una macchina per far soldi facili sono lontani, ha dimostrato che unire musica e serialità dà i suoi frutti. Empire va quindi visto innanzitutto in quest’ottica meramente commerciale e solo poi, dal punto di vista seriale. A sostenere il lato artistico di questa nuova gallina dalle uova d’oro della FOX c’è un certo Timothy Mosley, forse più conosciuto con il nome di Timbaland, che si occupa di creare e adattare le canzoni per ciascun protagonista, episodio dopo episodio. Già solo in questo “Pilot” ne sono presenti molte decisamente orecchiabili (“No Apologies” ne è un esempio) che rimangono in mente già subito dopo il primo ascolto e che, ovviamente, sono disponibili per l’acquisto su iTunes. Stesso modus operandi di Glee, pubblico e appeal decisamente diversi però.
Delineato brevemente il comparto musicale possiamo quindi spostarci sull’aspetto meramente seriale di Empire. Innanzitutto, per analizzare un pilot, è sempre importante capire chi lo ha creato e qual è il background dell’intera serie perchè solo così si possono cogliere sfumature altrimenti invisibili. I responsabili di questa King Lear in salsa rap sono Lee Daniels e Danny Strong, due personaggi che più diversi non si può: se il primo ha alle spalle una variegata carriera di produttore, regista con tanto di nomination all’Oscar, attore e sceneggiatore, il secondo è sicuramente noto ai fan di Buffy per il ruolo di Jonathan anche se, in realtà, dovrebbe essere famoso per i 3 Emmy, 2 Writers Guild of America Awards, 1 Producers Guild of America Award e 1 Golden Globe vinti grazie ai due film politici di HBO Game Change e Recount.
Strong e Daniels si sono conosciuti sul set di The Butler e da li hanno poi deciso di creare Empire, una serie che non sembra esattamente essere stata partorita da loro due ma che comunque li vede entrambi come creatori, sceneggiatori del “Pilot” e solo Daniels anche come regista dello stesso.
Onestamente pare poco consono accostare l’opera di Shakespeare ad Empire: è vero si che ci sono delle similitudine nella trama iniziale, ma è anche vero che il tutto prende una piega diversa sin dall’inizio della narrazione. L’elemento che hanno in comune le due opere è fondamentalmente uno solo: l’incipit. In entrambe le situazioni vi è un “re” che decide di abdicare per cedere il comando ad uno dei tre figli, per Empire, figlie, per Re Lear; tuttavia da qui in poi le due storie prendono sentieri completamente differenti e risulta quindi inappropriato parlare di Empire come della trasposizione odierna dell’opera di Shakespeare.
Sin dalle prime scene appare chiara la scelta di Strong e Daniels di puntare molto sull’effetto scenico a discapito della profondità narrativa e dei dettagli. Per esempio, piuttosto che spiegare il come ed il perchè Cookie, il personaggio di Taraji P. Henson (Person Of Interest), sia uscita di prigione, si preferisce puntare l’attenzione su feste e dialoghi farciti di frasi fatte e reazioni a catena facilmente prevedibili. In un modus operandi che ricorda molto The O.C. per la descrizione del mondo patinato in cui vivono i protagonisti, Empire si dimostra fin da subito caratterizzato da una forte componente musicale e scenica degli attori che catturano l’attenzione dello spettatore portandolo con la mente il più lontano possibile dalle mancanze dello script. Travolti da un susseguirsi di performance musicali coinvolgenti, ci si dimentica ben presto i difetti grossolani che si notano all’inizio e questa è una cosa che dimostra il carisma dello show. Infatti, il ritmo della series premiere è talmente alto che si rimane catturati e si fatica veramente molto per rimanere “lucidi” di fronte al carisma espresso in 40 minuti. I difetti ci sono, solo che passano totalmente in secondo piano per il tono ed i modi usati nella narrazione e, a fine episodio, le uniche cose che rimangono in mente sono: il color oro presente praticamente in qualsiasi scena, i ritornelli musicali e l’interpretazione sopra le righe di certi character.
A dirla tutta i 40 minuti del “Pilot” stanno un po’ stretti al plot che necessiterebbe di maggior minutaggio per potersi dipanare a dovere: il problema principale è infatti la gestione del tempo e delle attenzioni di ciascun protagonista che, in quanto tale, deve essere tridimensionalizzato il più possibile per poter attecchire sul pubblico. Terrence Howard è perfetto nel ruolo di Lucious e nelle sue diverse caratterizzazioni tra presente e passato, Howard infatti riesce a infondere una dose di carisma non indifferente al boss di Empire dimostrandosi eccentrico quanto basta ma anche fazioso, crudele e imprevedibile. Per capire meglio il suo personaggio bisognerà aspettare qualche altro episodio ma appare chiaro, sin da ora, che non è arrivato lì dov’è ora solo per merito della sua bravura come cantante hip-hop: l’armadio è pieno di scheletri, così come la strada per la successione al trono è piena di sassi. Lucious Lyon ha il classico background da rapper afroamericano cresciuto nei ghetti newyorkesi, ha fatto cose che non doveva fare, ucciso persone per mettere a tacere segreti ingombranti, spacciato droga per guadagnarsi da vivere e poi, come dice lui stesso, “music saved my life”. La sua storia ricorda fin troppo bene quella di Power ma, ormai, rappresenta anche il moderno sogno (afro)americano, quindi almeno da questo punto di vista non rappresenta quella novità che potrebbe apparire ad una prima visione. Certo argomenti come l’integrazione, l’omosessualità e la realizzazione di un sogno, specialmente in un momento storico come questo, hanno un forte impatto sul pubblico ed è esattamente per questo che Empire funziona così bene e ha avuto gli ascolti che ha avuto: una volta dimenticati alcuni errori, è la storia a parlare toccando elementi di vita quotidiana particolarmente sentiti.
A supportare Terrence Howard troviamo un cast di attori che, seppur non di primordine, risultano perfetti per i ruoli assegnategli. Innanzitutto Taraji P. Henson è, al solito, perfetta e, nonostante possa apparire molto eccentrica e sopra le righe nel ruolo dell’ex galeotta Cookie Lyon, riesce ad essere credibile dimostrando profondità e diverse sfaccettature, soprattutto se paragonate ai vari flashback. Prima di finire in prigione, a quanto pare per aiutare Lucious nella sua carriera, Cookie ha dato alla luce tre bambini: Andre, il più vecchio tra tutti, che attualmente ricopre il ruolo di CFO nell’Empire Entertainment e che nella lotta alla successione, “teoricamente” sarebbe il più adatto per governare l’azienda; Jamal, il secondogenito, che pur essendo un cantante nato, incarna in sè il prototipo del figlio omosessuale odiato dal padre e, per questo, ripudiato in ogni modo e forma; Hakeem, il più giovane e anche il più amato da Lucious in quanto rappresenta una macchina da soldi grazie alla sua futura carriera da hip-hop star. Ciascuno di loro rappresenta, per diversi punti di vista, il candidato ideale per la successione al trono dopo la morte per SLA del padre, tuttavia ciò che è veramente interessante da notare è la reazione all’incontro con la propria madre dopo anni di prigione. Nessun rapporto in questa famiglia è candido e puro al 100%, è tutto un gioco di potere e di alleanze per accaparrarsi la fetta più grande della Empire Entertainment, un gioco che rappresenta la base per l’intera trama orizzontale e, onestamente, è un gioco che funziona su tutti i fronti e che piace.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ottimo casting
  • La presenza dietro le quinte di Timbaland si sente tutta e a gioirne sono le nostre orecchie
  • Massima attenzione ai colori (oro in ogni dove) e alla scenografia nel suo complesso, utile e funzionale nel replicare il mondo sfarzoso in cui è ambientato Empire
  • Interessante la caratterizzazione dei tre fratelli Lyon
  • Superficialità narrativa di certe scene
  • Inutilità di Bunkie, il migliore amico di Lucious
Pur non essendo esente da difetti, questa series premiere di Empire cattura e funziona prima di tutto per l’attenzione maniacale all’estetica ma anche per l’estrema bravura con la quale Timbaland ed il suo team confezionano ogni canzone presente. Cast e regia funzionano molto bene, un po’ meno lo script ma non si può pretendere tutto. A conti fatti comunque merita una chance, anche solo per ascoltare un po’ di buon hip-hop.
Pilot 1×01 9.90 milioni – 3.8 rating

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Appassionato di fumetti, film e telefilm, ha un'età compresa tra i 20 ed i 33 anni ed è noto ai più per essere il fondatore del "Progetto Recenserie". E' un burbero dal cuore d'oro che gira per l'etere con una maschera di Venom continuando a ripetere che i Bloody Beetroots lo hanno copiato ma nessuno gli crede. Nel sottobosco del web si dice che abbia una laurea in statistica, una in economia ed una smodata passione per la scrittura tanto che pensa di poter scrivere un libro per vendere i diritti ad Hollywood per un film. Sognatore.

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