True Detective 2×08 – Omega StationTEMPO DI LETTURA 8 min

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“Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”.
Come si può recensire un episodio la cui visione ha suscitato continuamente esclamazioni quali “prevedibile”, “eh bé, ma era chiaro”, “telefonatissimo”, ma che è riuscita comunque a mantenere sospeso il fiato nei suoi 86 minuti di durata?
Benvenuti all’inferno. Vinci, la città con più intrallazzi di tutte, dove basta una rapina in gioielleria per scatenare “una cascata di tradimenti” (come dirà Ani nel finale). La sensazione che traspare, e che è stata lasciata trasparire già nello scorso episodio con la triste fine di Paul, è quella di una totale mancanza di possibilità di salvezza. L’incapacità di salvarsi, scavando nel profondo, non deriva solamente da un mucchio di corrotti criminali, quanto dal senso di autodistruzione insito nei personaggi narrati (Ani compresa che, nel finale, sembra voler tornare nella tana del lupo).
Il modo in cui sono stati fatti fuori Ray e Frank può inizialmente far storcere la bocca. Il primo fa la scelta più stupida e più telefonata (appunto) che si potesse mai immaginare: andare a salutare il figlio. Figlio che naturalmente va in una scuola il cui cortile ha uno di quei recinti a cui qualsiasi maniaco può avvicinarsi come di fronte ad un acquario (ricorda tanto una scena verso la fine di questa serie). Comunque, a partire da quel momento, per quanto riguarda Ray, si profila la duplice visione descritta ad inizio recensione. La cimice, la telefonata a Ani, la fuga nei boschi, il sacrificio (l’inquadratura degli alberi ricordava un altro finale), il messaggio non mandato: tutto abbondantemente stereotipato; eppure, impossibile non seguire la scena in apnea. E c’è da dirlo, il merito di questo va dato a Colin Farrell e alla plasticità del suo Ray Velcoro. A recitare sceneggiature originalissime sono bravi tutti, una buona interpretazione in un insieme di stereotipi thriller è meno scontata.
Stesso discorso per quanto riguarda Frank, con leggero calo qualitativo. La capacità di Vince Vaughn (non da tutti apprezzato in questa veste: non è il caso di chi scrive, ma sembra fatto apposta il dialogo iniziale in cui Jordan dice a Frank di non saper recitare la parte del cattivo, alché lui risponde “non sto recitando”) è stata proprio quella di apparire sobrio. Uno spilungone sempre dritto con la schiena e ben vestito che guarda con schifo e disprezzo il mondo di criminali che lo circonda. La scrittura di Frank non ha mai dovuto dimostrare quanto fosse spietato, calcolatore, cinico, avido o buono. Qualora l’indicazione data a Vaughn sia stata quella di rappresentare l’insoddisfazione di mezza età in ambito criminale, condita da disprezzo stampato sul volto, allora la sua interpretazione può dirsi riuscita in pieno. In linea con il personaggio, quindi, non riuscire a tollerare la richiesta da parte di un brutto ceffo messicano di separarsi del suo inseparabile suit (considerando ovviamente la presenza dei diamanti al suo interno). Forzata la scelta per arrivare all’accoltellamento? Forse. La camminata nel deserto (in stile decimo Dottore), tuttavia, con tanto di apparizioni di fantasmi e con la conclusione dell’angelica visione, potrebbe aver privato Frank delle caratteristiche sopra descritte. Accorciando di molto la sua esecuzione l’effetto sarebbe stato più conciso e meno prolisso. Il passato di Frank non ci è stato praticamente mai rivelato, di conseguenza l’effetto sull’apparizione dei suoi fantasmi non può che essere relativamente blando.
Altro aspetto non così positivo dell’episodio è stato quello caratterizzato dai dialoghi e dalla gestione di alcune soluzioni sceniche. Se, infatti, l’avvicinamento sentimentale tra Velcoro e Bezzerides può apparire realistico nel suo pessimo tempismo, oltre che ben riuscito nella sobrietà recitativa dei due, dall’altra parte coinvolge poco proprio per la sua “giovane” presenza. Il colpo di scena finale del bambino, poi, nasconde una quantità di cliché difficilmente quantificabile (eppure – leitmotiv della recensione – il suo effetto scenico è ben riuscito). Inutile dire come qualsiasi parola tra i due (così come nel ben peggiore e lungo dialogo iniziale tra Frank e Jordan) suoni come un addio annunciato a colpi di megafono.
A proposito della gestione delle soluzioni sceniche, non si può non tirare in ballo la soluzione del mistero. La componente soap, presentata nel finale, si era già fatta strada precedentemente con la rivelazione sui due fratellini e su chi era effettivamente il loro padre. Intanto la rapidità di tale rivelazione, e la sua conseguenza, ci evitano la classica, lunghissima e “agatachristiana” rivelazione (oltre a concederci un po’ di sana e desiderata azione). Però alzi la mano chi non avrebbe desiderato, alla luce di ciò, tanti, troppi dettagli in meno nei precedenti episodi. Lungi da noi sostituirci a Pizzolatto e soci, ma ora abbiamo tutti gli elementi per capire cosa possa essere stato gratuito e cosa no. Verrebbe anche in mente una forte provocazione. Pur considerando il precedente episodio come uno dei migliori, soprattutto per il suo finale, il personaggio di Paul non poteva forse essere saltato a piè pari? Non è questa una considerazione soggettiva o legata al grado di apprezzamento verso il personaggio (che, nel caso del vostro recensore, non è stato basso). L’idea viene, esclusivamente, pensando al minutaggio concesso per determinate sequenze e come queste possano aver condotto allo scioglimento di eventi nel finale. L’unico pensiero cinico e razionale che giustifica la scrittura di Paul Woodrugh è quello di andare ad arricchire le vedove e orfani presenti nel finale. Non è un elemento così nascosto, infatti, quello che vede la sopravvivenza totale delle donne – mogli e/o madri e/o sorelle che siano – sugli uomini. 
Tornando alla questione del minutaggio, il vero problema di questa seconda stagione di True Detective è la relativizzazione dell’importanza di trame e sottotrame. Lo spettatore x, alla fine della visione, vuole considerare inutili i percorsi d’indagine e le ramificazioni di questa? Di conseguenza vuole ritenere importante la caratterizzazione di Velcoro&co.? Bene: tale spettatore non avrà tutti i torti a lamentarsi della lunghezza di ogni singolo episodio, oltre alla molteplicità di personaggi e sotto-personaggi per una stagione di soli otto episodi. Qualora, invece, uno spettatore y consideri True Detective importante proprio nella sua entità di giallo/thriller, ritenendo i protagonisti delle semplici guide nel districarsi di un mistero, le cose sono due: o lo spettatore stesso ha il muro di casa tappezzato di collegamenti sul caso, non pensando ad altro di settimana in settimana, oppure necessiterà di una seconda visione per far quadrare tutto. La dispersività in ogni episodio (se visto con cadenza settimanale, si intende) lascia ben pochi punti di riferimento nel seguire alla perfezione il caso. Quindi, se è una virtù per un film dire “per capirlo bisogna vederlo più volte”, per una serie TV ciò è ancora da decidere. Sia chiaro: indicare la poca chiarezza degli elementi di indagine non è un giudizio soggettivo. Ci sarà chi avrà afferrato più elementi di altri. Tuttavia, c’è da riconoscere che alcune figure chiave sono forse state mostrate troppo poco per rimanere impresse nella mente dello spettatore. Per quanto, attualmente, sublimate più che mai, le serie TV sono pur sempre serie TV. Non vi è l’attenzione (e la concentrazione temporale) di una sala cinematografica, ma la comodità del divano di casa propria, con tutte le distrazioni che possano incorrervi. Come se uno fosse stato costretto a ricordarsi gli elementi di un film di 8 ore invece che di 2.
Cosa rimarrà di questa seconda stagione, una volta dimenticati anche i pochi elementi narrativi rimasti in mente? Sicuramente la sensazione di una regia che ha influenzato non poco la percezione del risultato. Una serie scritta bene ma con una pessima realizzazione scenica non verrà mai considerata come buona serie al 100%. Una serie invece con delle pecche di scrittura (soggettive), ma maestosa nella sua raffigurazione, potrà mai essere considerata una brutta serie?

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Interpretazione complessiva degli attori (tolta qualche faccia di Vaughn nel deserto)
  • Per fortuna Bezzerides alla fine non si è tuffata in acqua appena partita la barca, sarebbe stata la ciliegina sulla torta degli stereotipi
  • “Presentazione” dei figli di Velcoro
  • Realismo nella veloce liquidazione del caso
  • Realismo nel pessimo tempismo nella love story tra Ani e Ray
  • Coerenza nel messaggio complessivo di Pizzolatto: il mondo è un brutto posto
  • Suspense nelle scene finali in macchina di Ray e Frank
  • Dialogo iniziale tra Frank e Jordan (ma in generale discorsi poco incisivi per il pesante marchio che porta la serie con sé)
  • Prolissa la scena nel deserto alla Breaking Bad
  • Il tempismo di certe soluzioni soffre il realismo (vedi Thumbs Up)
  • Ennesima irruzione in una casa in modalità pochi VS tanti
  • Morte dei personaggi maschili telefonata più volte con insistenza
Tema principale di questa recensione, per come è stata percepita la puntata, è il continuo dualismo tra “questa scelta mi è piaciuta poco” con “sì, però è stata fatta bene”. Pensandoci, si può dire sia stato così per l’intera stagione. Lo dimostrano le recensioni precedenti: quasi mai tenere con le scelte di sceneggiatura, ammirate verso lo stile di regia e le potenti scenografie. Mai bocciando, in ogni caso, nessun episodio. La scelta della valutazione è fragile e incerta. Domani il vostro recensore potrà svegliarsi avendo cambiato totalmente idea, conscio della radicale opposizione tra raziocinio e gusto istintivo che può presentarsi in un linguaggio comunque seducente come quello di True Detective.
Black Maps And Motel Rooms 2×07 2.18 milioni – 1.0 rating
Omega Station 2×08 ND milioni – ND rating

Approda in RecenSerie nel tardo 2013 per giustificare la visione di uno spropositato numero di (inutili) serie iniziate a seguire senza criterio. Alla fine il motivo per cui recensisce è solo una sorta di mania del controllo. Continua a chiedersi se quando avrà una famiglia continuerà a occuparsi di questa pratica. Continua a chiedersi se avrà mai una famiglia occupandosi di questa pratica. Gli piace Doctor Who.

2 Comments

  1. Hai messo nero su bianco tutte le sensazioni che ho avuto, guardandolo. Purtroppo mi sono fregata la "sorpresa" (si fa per dire, appunto) della morte di Ray e Frank. Questo perché – a metà puntata -, essendomi arresa all'idea che la trama era troppo complicata, dispersiva e inutilmente ricca di dettagli e personaggi, mi sono messa a cercare spiegazioni e approfondimenti. E sono incappata in un'immagine di Ray disteso a terra, con tanto di didascalia… ;(
    Non sono io la detective, non ho – appunto – la parete ricoperta delle foto degli indiziati, e detesto dover cercare continuamente su Google le facce di tizio o caio per capire quando e se le ho intraviste durante il percorso. (Eccezion fatta per Trono di spade, in cui alcune relazioni pseudo-parentali mi sono ancora oscure. Ma mi sacrifico volentieri.)
    Comunque mi è piaciuto Vaughn, forse più di Farrell e i suoi sopracciglioni! 😉

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