Marvel’s Jessica Jones 1×13 – AKA SmileTEMPO DI LETTURA 9 min

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Marvel’s Jessica Jones è paragonabile alle cinque fasi dell’elaborazione del lutto. Negazione, Rabbia, Patteggiamento, Depressione, Accettazione: il ritorno di Killgrave ha innescato esattamente questo processo in Jessica. Ciò a cui abbiamo assistito, in maniera prettamente noir e secondo la totale libertà narrativa di Netflix, è la riproposizione di questi cinque stadi come elementi cardine intorno cui far girare la narrazione e l’evoluzione del personaggio nel corso della stagione.

  • Negazione: “AKA Famelica ricerca di Killgrave dopo l’omicidio dei genitori di Hope”; 
  • Rabbia: “AKA Rocamboleschi tentativi di sbarazzarsi di questo incubo ritornato reale”; 
  • Patteggiamento: “AKA Grossolani tentativi di immolarsi ed esporsi in prima persona pur di farla finita”;
  • Depressione: “AKA Conseguenza per il fallimento e l’abbandono/allontanamento/cambiamento degli amici durante il percorso”;
  • Accettazione: “AKA Presa di coscienza del percorso di crescita, affrontando a viso aperto il suo passato, imparando non più a vederlo come uno spaventoso spauracchio ma come una personcina triste e ridicola con sopra un lenzuolo”.

Sottolineiamo subito un elemento: non tutte le sottotrame vengono portate alla loro naturale conclusione. L’esempio più lampante è la scoperta di Trish Walker riguardo l’esistenza della misteriosa organizzazione IGH, apparentemente connessa sia al fu-Kevin Thompson, sia all’amica-sorellastra Jessica, informazione di cui la Walker viene a conoscenza solo agli sgoccioli della stagione, lasciando la sottotrama inconclusa e aperta ad un seguito. La cosa è ovviamente voluta, anche prescindendo una possibile seconda stagione della serie. Mentre Marvel’s Daredevil poteva funzionare anche come telefilm a sé stante, Marvel’s Jessica Jones è il primo serial che comincia a piantare i semi che poi germoglieranno nella serie sui Difensori. Prima i continui riferimenti ad Iron Fist in Daredevil, ora la IGH. Potrebbero sembrare sparute citazioni che nascono e muoiono li, ma se si pensa ai mattoni che si stanno ponendo passo dopo passo, è chiaro che Jeph Loeb voglia dirci qualcosa. Lo stesso discorso vale per la relazione di Jessica con Luke e il suo futuro alla Alias Investigations appositamente sospesi che saranno di sicuro approfonditi e portati avanti nel prossimo Marvel’s Luke Cage, nel già citato Marvel’s The Defenders e nella probabile seconda stagione di Jessica: quest’ultima ancora non confermata nel momento in cui scriviamo ma, nel caso in cui lo fosse, è attualmente datata post-Defenders (e anche qui, qualche Senso di Ragno dovrebbe cominciare a pizzicare).
Altra cosa per cui qualcuno potrebbe lamentarsi è un po’ l’aria amara che si respira nel season finale, a cui però c’è una giustificazione. Fin dal Pilot abbiamo detto che Marvel’s Jessica Jones è il più classico dei noir, impreziosito dalla componente supereroistica, certo, ma comunque un noir. Racconti di questo genere possono finire solo in due modi: malissimo oppure bene (ma non benissimo, attenzione). Non esiste l’happy ending nel noir, la forma più simile è comunque sempre attraversata da una tagliente e contagiante malinconia simile alla depressione post-parto, un sentimento del tutto contrario a quello che dovrebbe in teoria dominare a causa di un enorme sforzo, che qui si manifesta come cambiamento di umore, irritabilità generale e disinteresse nelle attività quotidiane (vedi i rifiuti alla chiamate).
Qui il genere noir è tiranno poiché è nato da una costola del giallo investigativo ma spinge ognuno dei suoi protagonisti verso i limiti morali e fisici, tant’è che alla fine della narrazione arrivano ammaccati e spossati e tutto quello che vogliono fare è solo voltare pagina. Nell’ultimo, spettacolare e mozzafiato confronto finale tra la mai diventata Jewel e l’Uomo Porpora dei comics, assistiamo alla esorcizzazione del demone, la cui uccisione del fu-Kevin Thompson scatena malinconia per via dell’incredulità di aver compiuto quello che sembrava impossibile compiere. Sicuramente la felicità arriverà col tempo ma adesso c’è più un senso di smarrimento causato dalla perdita di una figura che, più nel male che nel bene, ha dato un senso all’esistenza di Jessica Jones. I due erano legati così a doppio filo che la loro relazione è diventata un morboso tira e molla dall’esito incerto. Jessica è una protagonista che si è potuto amare perché contrapposta a Killgrave ma ora che può camminare con le sue gambe, il suo carisma sarà abbastanza grande per farla reggere in piedi da sola?
Chi segue il Marvel Cinematic Universe sin dal primo “Iron Man” ha sicuramente potuto notare una cosa: tra i villain non si accettano prigionieri. Quasi ogni antagonista dei supereroi rivisitati al cinema sembra non riuscire a superare l’ora e mezza di gloria, morendo poi nell’arco del lungometraggio per non tornare mai più; qualche eccezione l’abbiamo vista, ed è anche vero che (come diceva Stan Lee) “la morte all’Universo Marvel ha le porte girevoli”, ma la fortuna sembra sempre girare a favore dell’eroe. Il rischio è ovviamente quello di non riuscire a creare un parco nemici accattivante e variegato come, al contrario, è quello dei suoi eroi e personaggi principali. Questa volta, però, Killgrave rappresenta un’eccezione alla regola, dato che (viste come sono andate le cose) il fu-Kevin Thompson è stato programmato fin dall’inizio come un personaggio destinato a morire. Per usare un esempio telefilmico, l’Uomo Porpora era per Jessica Jones quello che l’Ospedale Sacro Cuore era per JD di Scrubs: un luogo in cui crescere, formarsi, sbagliare e fare esperienza, per poi uscirne più forte, più esperto, migliore; non è un caso se alla fine delle nove otto stagioni del serial, John Dorian lascia il Sacro Cuore, perché ormai la sua funzione all’interno della sua esistenza era terminata. Qui è accaduta la stessa medesima situazione, in salsa supereroica.
Sicuramente Melissa Rosenberg avrebbe potuto trovare il modo per tenerlo ancora in vita ma, così facendo, Killgrave avrebbe finito per diventare come il Sylar di Heroes, villain vittima di soluzioni narrative oscene create con il solo scopo di tenerlo nella storia. Certo l’omicidio di Killgrave da parte della Jones farà discutere, perché atto imprigionato in un paradosso Schrödingeriano, in quanto sbagliato perché un buono uccide un cattivo, ma giusto perché un soggetto del genere non poteva essere lasciato a piede libero. In ogni caso Jessica ce lo ha ripetuto per tredici episodi: non è una eroina.
Sul finale di puntata ritorna improvvisamente la voce fuori campo della Ritter, quasi a simboleggiare l’effettivo cambio di status quo avvenuto ed il ritorno alla normalità. Era da diversi episodi che non si assisteva più a questa tecnica e la scelta, voluta, non si era fatta sentire come differenza nè in senso positivo nè negativo. È importante sottolineare però che, nell’esatto istante in cui si è ritornato ad usarla, si è scelto di ritornare al suo utilizzo come metafora del cambiamento avvenuto.
Unica pecca di questo finale soddisfacente, elettrizzante e davvero ben costruito, è la presenza di Claire Temple, personaggio utile come trait-d’union tra Marvel’s Jessica Jones e il suo precedessore. Il perchè è semplice: è un elemento di distrazione verso il season finale in sé. Il character di Rosario Dawson ha un passato molto legato a Devil e, benché Jessica non sappia chi sia, lo spettatore onnisciente la conosce e sposta, anche inconsciamente, tutta la sua attenzione su di lei: perché la conosce meglio, perché ha già avuto modo di distinguersi ma soprattutto perchè si aspetta l’entrata in scena di Matt Murdock da un istante all’altro. Fosse stato un cameo così, giusto per far capire agli spettatori che succede tutto nella stessa location, era un conto, ma renderla uno dei personaggi più importanti dell’episodio (visto l’aiuto che da a Luke) è stato totalmente anticlimatico. Apprezzabile ma anticlimatico.

L’angolo del Nerd della fumetteria all’angolo

Poteva RecenSerie non sbattersi per voi a raccattare tutte le curiosità, e le ammiccate d’occhio per questa incarnazione live-action dell’investigatrice privata Marvel? Maccerto che no! Doveva eccome! Per la gioia dei nostri carissimi lettori, di seguito, come fatto per Marvel’s Agents Of S.H.I.E.L.D.Marvel’s Agent Carter e Marvel’s Daredevil eccovi la “guida” a tutti i vari easter eggs e trivia sulla puntata.
  1. Ci permettiamo di fare una piccola parentesi sui poteri di Luke Cage. Luke è dotato di una pelle virtualmente impenetrabile, in grado di resistere a proiettili, alte temperature, impatti o colpi di forza sovrumana, esplosioni e perfino ai raggi repulsori di Iron Man. Insomma, niente esce e niente entra. La sua epidermide è così impenetrabile che non sente nemmeno il caldo e il freddo (tuttavia le radiazioni possono fonderla e l’adamantio è in grado di tagliarla). Cage dispone inoltre di una forza sovrumana che, sebbene sia inferiore a quella della Cosa, di Thor o di Hulk, rimane tra le più rilevanti dell’Universo Marvel: inizialmente in grado di sollevare senza il minimo sforzo fino a 25 tonnellate, grazie a un processo mistico del Dottor Strange la sua forza è stata ulteriormente incrementata permettendogli di sollevare, sempre senza sforzo, anche più di 75 tonnellate. Cage è in grado di lanciare in aria automobili con una mano sola, far tremare il terreno colpendolo ripetutamente e abbattere pareti senza sforzo.
  2. Ritorna a farci visita Rosario Dawson nei panni di Claire Temple. L’avevamo vista per la prima volta in “Cut Man“. 
  3. La scena del ricovero ospedaliero di Luke è presa direttamente da due momenti dei fumetti, qui presentati in versione riassunta e unita, di due storie in cui Jessica e gli amici di Cage cercano di far fronte ad un serio infortunio dell’ex-Power Man e l’impossibilità di curarlo vista la sua pelle impenetrabile. Uno è stato in Secret War, mentre l’altro è stato su New Avengers: Powerloss. 
  4. Quando Killgrave prende la sua ultima dose di siero potenziante, la sua pelle diventa per pochissimi istanti viola. È un omaggio al suo vero e normale aspetto del fumetto.
  5. Lo yacht del personaggio Justin Borden (non presente nell’originale universo cartaceo) si chiama Goldfish. È un riferimento al primo lavoro da professionista di Brian Michael Bendis, un crime comics scritto e disegnato da lui, con cui si fece notare dalla Marvel. 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Jessica Jones VS Killgrave: Confronto finale
  • Malinconia noir
  • Claire Temple
  • David Tennant
  • Riscatto delle eroine
  • Killgrave: personaggio fatto per morire
  • Claire Temple 
E siamo arrivati al season finale che ha per titolo l’ultima frase che abbiamo sentito in “AKA Ladies Night“: smile, dall’inglese, sorridi, un titolo che si contrappone e fa da accattivante contrasto al mood generale dell’episodio, tendenzialmente (e volutamente) malinconico per rispettare le esigenze del noir. Marvel’s Daredevil aveva raccontato la nascita di un’icona. Qui invece si racconta della sua rinascita, dell’esorcizzazione di ciò che stroncò sul nascere qualcosa di promettente. Quella paura, quel senso di vergogna, quel peso sulla coscienza che impediva Jessica Jones di sbocciare è sparito, e cosa rimane da fare se non sorridere? E a noi, cosa ci resta da fare, se non alzarci in piedi ed applaudire per l’ennesimo serial comics realizzato in maniera moderna, attuale, audace e spregiudicata, senza che abbia mai tradito una volta la vera anima dei suoi personaggi? Sorridere.

AKA Take A Bloody Number 1×12 ND milioni – ND rating
AKA Smile1x13 ND milioni – ND rating

Nato da un'idea di Stefano Accorsi e appassionato di fumetti, telefilm, film, musica e scrittura. Si unisce a RecenSerie perché gli piaceva troppo dire la frase: "Ogni recensione in più, è un passo in meno per ottenere una cattedra nell'insegnamento". Non è un idiota, è solo che lo disegnano e caratterizzano così, e Frank Miller non è pagato abbastanza per abbassarsi così tanto. E' destinato a salvare la cheerleader: il problema è che già conosce poco la geografia di casa sua, figuriamoci se sappia dove si trovano gli Stati Uniti.

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