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Vikings 4×03 – MercyTEMPO DI LETTURA 5 min

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Alla fine della visione di “Mercy”, nascono due modi di vedere la puntata. Da un certo punto di vista potrebbe essere un semplice copia-incolla di quella precedente; da un altro potrebbe, invece, rappresentare un punto di svolta di importanza non indifferente, anche se non troppo radicale. La verità sta nel mezzo.
Arrivati al terzo episodio, Vikings fornisce una seconda conferma riguardo alla costruzione degli episodi. Michael Hirst abbraccia (per il momento) la modalità di costruzione seriale in cui ogni episodio sembra una puntata preparatoria in vista di eventi di più grande importanza, ma per non farla sembrare prettamente riempitiva ai fini della stagione, fornisce in punti strategici delle evoluzioni di trama più o meno importanti e/o incisive e di grande impatto visivo. Infatti, se da una parte è vero che “Mercy” è un episodio di passaggio proprio come “Kill The Queen“, è altrettanto vero che alcune delle storyline in attivo raggiungono importanti punti di arrivo. La lotta tra Bjorn e l’orso è uno di questi.
Lo scontro selvaggio è da valorizzare per diversi motivi. Il primo è che soddisfa la sete di sangue sempre insita nello spettatore di Vikings, dato che la sequenza riempie il vuoto dedicato all’azione in un episodio abbastanza privo di sanguinosi massacri come i precedenti. Il secondo è per il modo in cui si è splendidamente coreografato lo scontro senza usare troppi effetti speciali, rendendolo quindi molto realistico. Il terzo è perché è la sequenza che più rappresenta quanto abbiamo detto nelle righe precedenti riguardo agli importanti punti di arrivo. Come in ogni episodio del serial vichingo, ogni sequenza (onirica e non) ha più di una lettura, resa possibile da una buona conoscenza della mitologia scandinava e della lingua svedese. Infatti la lotta tra i due non è da considerarsi come un semplice inconveniente della permanenza di Bjorn nelle terre selvagge, ma sopratutto come prova fisica e materiale per superare sé stessi e dimostrare ulteriormente il proprio valore. Ricordiamo che Bjorn si avventurò nelle terre selvagge per dimostrare il suo valore al padre e che il suo nome (nelle lingue latine con influenza germanica che andranno poi a creare l’inglese, il tedesco, lo svedese e tutte le altre) significa letteralmente “orso”. Quindi Bjorn non affronta semplicemente un esemplare di ursus arctos, ma affronta l’avatar primordiale di quello che rappresenterebbe il suo nominativo. I sioux chiamavano l’animale “il guerriero a quattro zampe”: Bjorn ha appena dimostrato di essere quello a due.
Riguardo alla lotta, sui forum non sono mancati superficiali osservazioni riguardo a come un confronto fisico contro un orso sia arrivata quasi in concomitanza con l’uscita del film “Revenant” che ha visto proprio nella sua scena madre una analoga schermaglia. Come avete letto però, non è negli interessi di Vikings seguire la moda e, come avete potuto constatare, gli interessi del serial sono ben altri e di ben altra levatura. Questa parentesi apparentemente non centra nulla, ma ci premeva sottolinearlo.
Parlando di altre memorabili sequenze, come non parlare di un colpo di scena tanto apprezzato quanto inaspettato come il ritorno (tramite allucinazione) di Athelstan? Mentre per Re Ecbert ha una valenza minore e di semplice “apparizione spettrale”, per Ragnar la comparsa spiritica dell’amico defunto porta, invece, una simbologia molto più marcata e ricca di conseguenze anche su altre trame. Il momento che si crea tra i due è quello della lavanda dei piedi, momento in cui è lo spirito di Athelstan che prega Ragnar di mostrare più pietà verso Floki. Da qui, infatti, non solo deriva il titolo dell’episodio ma anche la scelta del re di Kattegat di sciogliere l’ormai odiato avversario da una punizione così tremenda, non tanto perché effettivamente Ragnar prova pietà verso l’assassino di Athelstan, quanto perché glielo ha chiesto lui. Inoltre, è proprio in questa sua scelta che il sogno fatto da lui in “A Good Treason” acquista ancora più valenza; l’entrata al Valhalla gli è ancora preclusa perché Ragnar non sa ancora a chi deve la sua fedeltà, se a Odino (divinità che ha caratterizzato tutta la sua vita adulta) o a Gesù (scelto per ricordare in qualche modo Athelstan).
In una puntata relativamente tranquilla che muove semplicemente le pedine, con però i suoi grandi momenti, mancava solo un po’ di lieve e leggero umorismo, qui ricoperto dai bislacchi e Fantozziani tentativi di Rollo di imparare il francese antico nella speranza di capirci qualcosina in più del luogo in cui sta vivendo. La scena, non particolarmente comica, è resa comunque esilarante per l’eccessiva reazione del vichingo. E siamo solo alle presentazioni! Chissà quale sarebbe stata la sua reazione quando l’insegnante gli avrebbe rivelato che, per dire numeri e annate, avrebbe dovuto quasi imbastire una equazione matematica.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Bjron VS l’orso
  • Il (breve) ritorno di Athelstan 
  • Rollo VS Il francese antico
  • Puntata più lenta del solito
Vikings continua con il suo modus operandi scelto dall’inizio della quarta stagione, cioè procedendo con calma e cautela, fornendo però ad ogni episodi minime evoluzioni di trama e caratterizzazione, senza che queste portino profondi cambi di status quo. A quanto pare, per Michael Hirst i tempi non sono ancora maturi per mostrare qualche evento di vera ed elettrizzante palpitazione, ma complimenti allo showrunner per costellare comunque gli episodi di scene degne di essere ricordate. Rispetto ai precedenti episodi, questo sarebbe anche un filo più lento e avrebbe meritato magari una votazione più bassa per il lieve torpore degli eventi, ma “Mercy” riesce a strappare il Thank Them All grazie alla lotta di Bjorn con l’orso e il cameo ai fini della trama di George Blagden. 

Kill The Queen 4×02 2.02 milioni – 0.6 rating
Mercy 4×03 1.80 milioni – 0.3 rating

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5 Comments

  1. Che bello vedervi recensire una serie meritevole come vikings! grazie! per quanto concerne la puntata sono d' accordo con la tua analisi, anche se questo inizio è stato un po lento abbiamo visto alcune scene che credo avranno forti ripercussioni in futuro

  2. Grazie Mala, felici di averti soddisfatta sia nella decisione di parlare di Vikings, sia della recensione! L'occasione era fin troppo ghiotta e l'abbiamo presa al volo 🙂

    Concordo a mia volta con il tuo giudizio riguardo alla lentezza, anche se questo torpore viene "scusato" dal fatto che questa volta gli episodi sono 20 della stagione e non più 9/10 come le tre precedenti.

  3. Recensione molto interessante. Piccola precisazione riguardo la parte del nome di Bjorn: svedese, tedesco e inglese non sono nate da "lingue latine con influenza germanica" ma da lingue germaniche vere e proprie, lo svedese più precisamente dalle ugrofinniche. E di queste tre nominate soltanto l'inglese ha subito una trascurabilissima influenza latina. I romani non hanno mai colonizzato i territori oltre il Reno! E Rollo è la dimostrazione di quanto la civiltà dei franchi (latinizzata) e quella vichinga siano distanti! ?

  4. Ciao Angela, grazie per il complimento!

    Per quanto la piccola digressione sulla lingua, nella recensione non è stato spiegato perché non era l'aspetto più importante della puntata, bastava semplicemente sapere che Bjorn significa "orso". In verità, le tre lingue citate hanno diverse contaminazioni latine, sopratutto l'inglese, visto che è tutt'altro che trascurabile e (anzi) decisamente non indifferente. Ci sono un centinaio di vocaboli ancora oggi in uso che sono stati presi in prestito dal latino e che sono diventate poi parte integrante del vocabolario inglese; altre poi prese in prestito dal francese antico: di fatti, francese antico e il latino "puro" (chiamiamolo così) sono le due matrici principali da cui nasceranno poi le radici dell'inglese. Quindi, l'influenza è tutt'altro che trascurabile, come vedi. Anche se non la riconosce a pieno titolo, l'inglese è certamente un figlio bastardo del latino.

    Anche il tedesco ha avuto influenze latine in ben tre momenti topici sparsi dal 1° al 15° secolo. Per esempio, i giorni della settimana entrano in uso con i Romani già nel 1° secolo d.C. e i Germani li percepiscono in forma di calchi. Questi avvengono soprattutto in Renania. I calchi sono traduzioni del significato e dello schema di una parola o locuzione straniera in cui non viene imitata la fonetica. Esempio: "Dies lunae" da loro venne percepito come "der mond + tag" e diventò Montag, cioé Lunedì. E non credo che i giorni della settimana non siano una parte importante della dialettica tedesca, non trovi?

    Per lo svedese devo invece darti ragione, anche se abbiamo comunque una influenza latina anche qui non indifferente. L'alfabeto, per esempio, è preso (a parte alcune eccezioni) da quello latino. Se così non fosse stato, oggi chi deve imparare lo svedese avrebbe dovuto imparare le lettere delle rune.

  5. Da linguista posso dirti che conosco bene i calchi (strutturali e letterali) e i prestiti (di lusso, di necessità, etc.) ma non bisogna confondere la contaminazione con la derivazione. Dire che l'inglese nasce da una contaminazione latina o che deriva addirittura direttamente da lingue romanze come il francese antico è del tutto errato. Questa era la mia precisazione. Ho definito poi l'influenza latina sull'inglese "trascurabilissima" perché in un'ottica più ampia abbiamo testimonianze ben più corpose dove le commistioni sono ancor più incisive, mentre l'inglese è di fatto una lingua del ceppo germanico che, come tutte le altre del resto, ha subito un'azione di superstrato, sostrato, adstrato e influenza da altre lingue. Ma resta una lingua germanica! ? Ripeto, la recensione è apprezzabilissima, ma sarebbe ancor più apprezzabile se nella citazione di informazioni secondarie riuscisse ad essere più precisa.

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