The Good Fight 1×01 – 1×02 – Inauguration – First WeekTEMPO DI LETTURA 7 min

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You know nothing, Diane Lockhart.


Venga perdonata la falsa citazione che introduce questa recensione. Venga piuttosto presa come ammonizione a chi ha in qualche modo diffidato di questo spin-off, scrivente compreso.
Una rondine non fa primavera, è risaputo, ma The Good Fight impone di alzarsi in piedi e battere le mani a due showrunner come i coniugi King che devono iniziare ad essere per forza considerati come figure di riferimento nello scenario seriale contemporaneo.
Quali potevano essere le perplessità di questo nuova serie? I procedurali sono terreno fertile per creare diramazioni e rendere personaggi secondari protagonisti di un nuovo ciclo di storie. The Good Wife, tuttavia, aveva un finale di quelli scomodi, che spesso scontentano, ma che allo stesso tempo avevano definitivamente elevato la serie ad un livello superiore. Il gioco di “End” era proprio quello di lasciare un velo di sospensione sul futuro di praticamente tutti i personaggi, soprattutto della protagonista.
Alicia era una figura ingombrante per lo studio legale, al centro dell’opinione pubblica. Difficile quindi pensare ad uno spin-off, ambientato nell’immediato futuro, in cui si potesse mantenere quell’aura di mistero su un personaggio quasi-pubblico. Sarà su questo sottile equilibrio che i King dovranno portare avanti i 10 episodi di questa prima stagione (ma anche di tutta la serie), non rovinando la magia del finale sospeso di TGW, mantenendo allo stesso tempo un’aura di veridicità e di estrema attinenza con l’attualità e la contemporaneità (l’apertura di Diane che assiste al giuramento di Trump sa tanto di scena riscritta rapidamente, visto il colpo di scena politico di qualche mese fa).
Seppur collocata un anno dopo gli eventi della serie madre, l’impressione dei primi minuti è quella del futuro lontano e distopico dei finali di alcune comedy. Alla fine di 30 Rock è possibile assistere ad una scena ambientata in un futuro lontanissimo, quasi beffa dei lenti progressi interni alla NBC nelle sette stagioni dello show. Allo stesso modo assistiamo, in questo caso, a una bonaria auto-presa in giro. Durante tutto The Good Wife, lo studio, originariamente Lockhart&Gardner, subisce mutamenti, ognuno dei quali portatore di radicali svolte di trama. In questo caso, sapere che in un solo anno il nome sia diventato Lockhart, Decker, Gussman, Lee, Lyman, Gilbert-Lurie, Kagan, Tannenbaum & Associates pone la scelta come un’ironica scrollata di spalle nei confronti dell’ingombrante passato.
La scrollata di spalle avviene anche nella scelta dei protagonisti. Diane sì, ma non solo. Anzi, l’ingresso di Diane nello studio Reddick, Boseman & Kolstad, portandosi così la neo-avvocato Maia, sembra quasi porre la Lockhart in una posizione di “cavallo di Troia” per introdurre un personaggio/protagonista assolutamente inedito (basti notare la disparità di presenza di Diane tra il primo e il secondo episodio). Ci si accorge però che questa volta la funzione di main character è equamente divisa in tre fronti, garantendo una coralità che comunque implicitamente in The Good Wife non mancava. Maia, Lucca e Diane: un personaggio nuovo, uno inserito solo alla fine della serie madre, uno storico. Ovviamente non si poteva armonizzare meglio il cambio di scenario.
Un plauso va riservato all’interpretazione di Rose Leslie (come facile immaginare dalla citazione iniziale, la Ygritte di Game Of Thrones), abilissima nell’interpretare i panni di un’impacciata alle prime armi, al centro, suo malgrado, di uno scandalo finanziario. Da questo punto di vista, con un personaggio tutto nuovo, si ricreano le stesse condizioni di partenza della serie madre. Evidentemente i King trovano una fonte di ispirazione enorme nelle figure facilmente prendibili di mira dall’opinione pubblica, ponendosi così in un punto di vista niente affatto scontato.

Altra motivazione che rende ancora meno giustificato un timore che si poteva avere, verso la creazione di uno spin-off, è riscontrabile nell’enorme universo che The Good Wife portava con sé. Vi erano personaggi che non erano regular ma neanche occasionali. Da questo frastagliato mondo narrativo è così possibile attingere a piene mani. Se nel primo episodio si vedono alcuni personaggi familiari, nel secondo questi si moltiplicano. La figura di Marissa, sempre graditissima in TGW, sembra calzare a pennello nel tridente femminile di questa nuova serie. Allo stesso tempo, l’apparizione a sorpresa del giudice Abernathy farà scappare uno strilletto da fangirl impazzita anche al più disincantato spettatore. Scorrendo Wikipedia, alla voce dei personaggi secondari, è possibile poi constatare come moltissimi altri avranno modo di comparire in The Good Fight.
Quindi, continuità e discontinuità allo stesso tempo. Tanta familiarità con gli stessi ambienti e personaggi presentati, ma tanto materiale inedito nel creare uno stacco con la storia già raccontata. Diane e Maia. Da una parte colei che voleva andare in pensione dopo anni di battaglie legali in un mondo che gli spettatori ben conoscono, dall’altra una giovane mai mostrata prima, con una famiglia assolutamente nuova al mondo di The Good Wife, a monopolizzare la trama orizzontale fondante, con una storia diversa e uguale allo stesso tempo a quella dei coniugi Florrick. Le posizioni sono ovviamente diversissime per evidenti motivi, ma è possibile notare la base di partenza simile.
Oltre a personaggi e alla trama orizzontale disegnata, stilisticamente come si pone The Good Fight? E’ forse questo l’aspetto di maggiore discontinuità con la serie madre. Occorre ricordare che questa nuova serie non va in onda sulla CBS ma sulla piattaforma streaming CBS All Access. Soprattutto dal secondo episodio (infatti il primo è andato in onda in via eccezionale sulla CBS) è possibile riscontrare tutte le caratteristiche di una serie via cavo. Dai “fuck” pronunciati senza troppe remore (un inside joke quello che vede uno dei due informatici infastidirsi per il turpiloquio?), alla diversa durata degli episodi (42 minuti il primo, 52 il secondo). Il gusto raffinato per i sottofondi musicali classicheggianti ovviamente non manca, nella fotografia e nella luce è possibile notare invece cambi radicali. Se The Good Wife presentava colori caldi e accesi, The Good Fight sembra virare più per una maggiore freddezza, anche nell’espressività delle inquadrature, limitando i primi e primissimi piani solo per lo stretto indispensabile (Maia che cerca di capire se la madre – Gloria, per i fan di Mozart In The Jungle – stia mentendo). Fino ad arrivare al marchio di riconoscimento degli autori: il finale ad effetto, la chiusura totalmente anticlimatica, utile a lasciare lo spettatore con il fiato sospeso all’apparizione dei titoli di coda. Ed era immaginabile che la madre di Maia fosse in combutta con lo zio Jax, ciò però non toglie la spettacolarità della chiusura di “First Week”.
In fin dei conti c’è una discreta curiosità verso una serie stilisticamente via cavo che però avrà dalla sua elementi di proceduralità, in questo il basso numero di episodi potrebbe spazzare via del tutto qualsiasi tipo di perplessità sulla natura stessa dello spin-off.
Se proprio si vuole andare a cercare un difetto, in questa prima uscita di The Good Fight, ma forse sull’essenza stessa della serie, lo si può trovare nella ripetitività di alcuni schemi. Molto sottili a dire il vero. Si è già parlato dell'”eterno ritorno” (elemento su cui tanto si è insistito nelle recensioni della settima stagione di TGW) di alcune situazioni: Maia e Diane come due facce della stessa Alicia medaglia nell’atto di partire in una nuova avventura lavorativa, Boseman e Kolstad come i due Will e Diane all’inizio della serie madre, un personaggio vicino alla protagonista in prigione…
Ma non è questa la ripetitività di cui si parla. Ciò che rischia di stonare un po’ è l’autocompiacimento nell’insistenza di presentare e fare sfoggio del mondo legale. Se il fan sfegatato godrà a continuare a sentire “objection” e simili, la tendenza a presentare modelli di casi verticali già visti e rivisti – 7 stagioni da 22 episodi sono tante – potrà essere a suo modo rischiosa (tutto sommato si poteva prevedere, nella 1×02, che il querelante ne uscisse sconfitto).
Si parla ovviamente di lana caprina, soprattutto quando c’è curiosità di vedere come procederanno i prossimi 8 episodi. E’ passato meno di un anno, ma non ci si era accorti di quanto fosse mancato l’universo di The Good Wife.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Diane, Maia & Lucca
  • Trama orizzontale avvincente
  • Cambio di stile con impostazione via cavo
  • Tanti personaggi familiari
  • Tanti personaggi inediti
  • Ironica chiusura con il passato con il chilometrico nome del vecchio studio
  • Interessante l’idea di Diane che si unisce ad uno studio di soli afroamericani
  • Interpretazione della scozzese Rose Leslie
  • L’apparizione del giudice Abernathy
  • Equilibrio (almeno per ora) nel nominare Alicia, lasciando gli spettatori nell’incertezza suscitata dal finale
  • Le foto con Will
  • Attenzione alla ripetitività nelle trame verticali!
Christine Baranski e i coniugi King rappresentano una garanzia, oltretutto l’universo di The Good Wife, con il suo brillante stile narrativo, aveva ancora molto da regalare (e visto il finale riservato a Diane nella 7×22, il suo personaggio meritava di proseguire).
Però in tutto questo anche BrainDead era fichissimo e non lo dovevano cancellare.
Inauguration 1×01 7.16 milioni – 0.7 rating
First Week 1×02 ND milioni – ND rating

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Approda in RecenSerie nel tardo 2013 per giustificare la visione di uno spropositato numero di (inutili) serie iniziate a seguire senza criterio. Alla fine il motivo per cui recensisce è solo una sorta di mania del controllo. Continua a chiedersi se quando avrà una famiglia continuerà a occuparsi di questa pratica. Continua a chiedersi se avrà mai una famiglia occupandosi di questa pratica.
Gli piace Doctor Who.

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