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The Path 2×13 – MercyTEMPO DI LETTURA 6 min

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Mercy. The act of compassion that we hold like power in our hands. Does it matter who drowns? How do you find compassion for all the people you don’t even know? And serve lives you’d never intersect with? And make them matter? How do we show mercy, when the one we’re dying for forgiveness from is ourself?”

Giunti al termine di questa seconda stagione di The Path, quella che in teoria avrebbe dovuto sancire l’eventuale conferma di un prodotto solo a tratti convincente, l’impressione è quella di trovarsi davanti all’ennesima occasione sprecata.
Il solo apparente idillio familiare che vede coinvolti tre quarti della famiglia Lane, alternato al breve momento di intimità tra Cal, Mary e il loro figlio appena nato, apre le porte a questo season finale dai ritmi estremamente lenti e cadenzati, contraddistinto inoltre dalla quasi totale assenza di situazioni in grado di calamitare l’interesse dello spettatore. Un’abitudine che la serie ha già mostrato in passato e che pare essere l’ostacolo più grande al decollo tanto auspicato ma, purtroppo, mai arrivato.
“Mercy” è un episodio giocato soprattutto sul parallelo tra due figure, quelle di Eddie e Cal, di natura opposta ma spesso vicine nelle intenzioni e, in particolar modo in questa occasione, punti di riferimento per le persone che hanno deciso di affidarsi a loro per affrontare il proprio percorso di vita. Eddie incarna la figura del profeta, una figura attorno alla quale si stringono i suoi “discepoli”, i rinnegatori meyeristi, uniti non soltanto dal desiderio di vedere riconosciuta la propria appartenenza all’interno del movimento, ma anche dalla convinzione che il loro nuovo leader sia l’unico vero guardiano della Luce, legittimato da una sorta di chiamata divina al contrario della sua nemesi Cal. Quest’ultimo, invece, rappresenta il lato oscuro del movimento – e dei movimenti religiosi in genere – quello fatto di bugie, inganni e macchinazioni, insomma, quel versante governato unicamente dalla classica ipocrisia malcelata di chi predica bene e razzola malissimo. Cal è la figurazione televisiva della vittima diventata carnefice, di colui che da sempre ha sperato di poter essere la “prima scelta” di qualcuno, sia che questo qualcuno fosse una persona considerata parte di una famiglia, sia che vi fosse un legame sentimentale. Purtroppo però, per quello che abbiamo avuto modo di osservare finora nel corso della serie, le persone finiscono per legarsi a lui soltanto nel momento in cui il “piano A” – che solitamente include un’altra persona – incontra qualche complicazione oppure quando l’angoscia prende il sopravvento, oscurando ogni sorta di giudizio razionale: il recente riavvicinamento a Mary è una conseguenza della fuga di Sean, la relazione con Sarah frutto della disperazione della donna, e così via. Questa sua condizione, essere la scelta scomoda, quella mossa principalmente dalla disperazione, lo ha portato gradualmente a rinegoziare i presupposti del suo credo, ottenendo in questo modo una perdita di credibilità all’interno del movimento, perfino da parte di alcuni dei suoi pilastri (Richard in primis) e questo perché, una volta messo di fronte alle esigenze economiche e burocratiche della sua organizzazione religiosa – perché di questo si tratta – la sua vera natura ha cominciato progressivamente ad emergere, rivelando quel lato di lui, già menzionato in precedenza, attraverso il quale è possibile comprendere quanto il tornaconto personale sia molto più importante del seguire i sacri principi che lui stesso predica con ardore.
Tralasciando questo aspetto -uno dei pochi punti a favore della puntata e, giunti a questo punto, possiamo dire della serie- ben poco rimane da commentare in questo season finale. Dopo il primo quarto d’ora passato a raccontare il nulla più assoluto, l’episodio cerca di risollevarsi proponendo più che altro spunti per un’eventuale terza stagione, senza mai affondare realmente il colpo. Risultato finale: una fine ingloriosa per la storyline di Abe, una conclusione ancora più ingloriosa per quanto riguarda la faccenda dell’inquinamento delle acque, ulteriore spazio (inutile) dedicato ad Hawk e alle sue conquiste amorose, leggero sussulto per la fuga di Sarah dal bagno, picco di interesse per la svolta dark di Mary, discreta emozione per il faccia a faccia finale tra i due ex coniugi Lane e grandissima perplessità sul “cliffhanger” (virgolettato non a caso) che chiude questo secondo arco stagionale. Non esattamente il modo migliore per dare l’arrivederci ai propri spettatori.
Sotto questo punto di vista “Mercy” finisce per elevarsi ad emblema di questa seconda stagione, agli occhi dello spettatore quasi buttata lì, realizzata solo perché occorreva proseguire il lavoro cominciato l’anno precedente e, infatti, chiusa in maniera del tutto anonima e pressapochista. Personaggi e questioni irrisolte vengono così trascurati se non abbandonati. Il bacio di Cal alla madre di Noa visto qualche episodio fa, simbolo del pressapochismo sopracitato in virtù della sua completa gratuità ai fini della trama; personaggi come Kodiak e Chloe, spariti nel nulla con la stessa velocità con cui sono arrivati; la degenerazione emotiva di Abe, tormentato da tutte le brutte cose che ha fatto e scelta autoriale discutibile viste le potenzialità mostrate dal personaggio; gli infiniti triangoli amorosi senza un senso ben preciso. Ecco, queste – e molte altre non citate per dovere di sintesi – sono alcune delle motivazioni alla base dell’insuccesso della serie, dopo due stagioni ancora ferma ai blocchi di partenza, impossibilitata a spiccare il volo nonostante le evidenti potenzialità insite nel tipo di argomento trattato.
Il cambio di fronte finale rappresenta certamente un momento significativo per quanto concerne l’economia della serie da un punto di vista prettamente narrativo, ma appare altrettanto vuota dal lato squisitamente emotivo. Le occhiatacce di Mary dirette al padre di suo figlio e i tentativi di scatenare in lui un desiderio di vendetta nei confronti del sovrano usurpatore Eddie Lane, lasciano presupporre un futuro ruolo della ragazza nei panni di braccio destro del suo uomo, un sospetto rafforzato anche dalla somiglianza dei due character, entrambi traviati da traumi familiari in tenera età e soprattutto disposti a tutto pur di ottenere ciò che, almeno a loro avviso, gli spetta di diritto. Interessante anche il distacco di Sarah nei confronti di Eddie nonostante questa volta egli sia mosso da una genuina fede nel movimento, distacco che, insieme alla cortesia di facciata mostrata da Cal e al nuovo atteggiamento di Mary, certamente contribuirà alla nascita di ulteriori scontri e raggiri all’interno delle mura del complesso meyerista, aspetto sul quale la serie dovrà puntare per guadagnare qualcosa in più dal punto di vista del coinvolgimento spettatoriale.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il confronto tra Eddie e Cal
  • Il dialogo finale tra Sarah ed Eddie
  • Il ribaltamento di fronti sul finale
  • Primo quarto d’ora d’episodio totalmente inutile, quasi quanto Hawk
  • Ritmi estremamente lenti per essere un season finale
  • Alcuni personaggi secondari e sottotrame semplicemente abbandonate
  • Storyline di Abe stuprata

 

Un season finale deludente che non suscita nello spettatore il desiderio di scoprire come si evolveranno le vicende; insomma, una grandissima chance buttata alle ortiche e un’enorme delusione per tutte quelle persone che si aspettavano un’atmosfera da conclusione stagionale. In più di un’occasione ci siamo dimostrati clementi nel dare il nostro giudizio, forse nella speranza, un giorno, di riuscire a vedere la Luce, ma a giudicare dall’esito finale forse conviene ricorrere a metodi più drastici, tipo il napalm. Burn!

 

Spiritus Mundi 2×12 ND milioni – ND rating
Mercy 2×13 ND milioni – ND rating

 

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