Marvel’s Jessica Jones 2×13 – AKA PlaylandTEMPO DI LETTURA 3 min

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Un season finale del genere scatena commenti basati sul gusto personale, generando discussioni a non finire. Può personalmente piacere o meno, ed è anche lo scopo di spaccare il pubblico e creare confronto) però bisognerebbe anche essere in grado di anteporre il proprio gusto ad uno sguardo più critico e, piaccia o meno, “AKA Playland” è decisamente incline alle premesse e allo sviluppo della seconda stagione di Marvel’s Jessica Jones.
Sicuramente molte cose non sono andate come previsto, un po’ perché nonostante i tentativi di allontanarsi da Kilgrave si è sentito nuovamente il bisogno di riesumarlo in scene a metà fra il fanservice e l’esercizio di stile, altre, invece, sono state il perfetto prodotto distorto di una “clausola” (che comincia ad essere fastidiosa) che vuole le serie Marvel Studios/Netflix composte da tredici episodi, cosa che ha creato episodi di puro nulla. Nonostante questi impedimenti, in “AKA Playland” la Rosenberg scopre le sue carte: un ufficiale riavvio della vita di Jessica Jones verso un obiettivo più nobile.
Se con Kilgrave si toccava la superficie dei disagi della Jones, con Alisa – complice il grado di parentela – si va molto più nel profondo, arrivando ad approfondimenti psicologici ben costruiti che hanno dato più spessore alla protagonista, oltre che una nuova consapevolezza di sè stessa e delle sue abilità. Nonostante un personaggio come Jessica Jones sia appetibile perché più vicina ad un Philip Marlowe che ad una Wonder Woman, lei stessa realizza come sia necessario un radicale cambio di registro, uscendo dalla fase di autocommiserazione autodistruttiva. È anche un irrealistico viaggio che ricorda il film “La 25° Ora” a farla reagire. La pellicola di Spike Lee e la puntata sicuramente non sono comparabili sotto numerosi punti di vista, tuttavia bisogna riconoscere che entrambe le opere hanno puntato tutto su un’operazione di anti-climax passivo e costante, dove la conclusione della storyline principale non arriva a sorpresa ma con un lento e frustrante incedere. E questa è una delle cose che si fa più fatica ad accettare, ossia quello di aver puntato tutto su un finale che si lascia volutamente andare, costringendo il pubblico ad accettare gli eventi (criticabili per l’assenza di una vera e propria battaglia finale).
Per una storia che ha puntato ripetutamente sullo scontro fisico tra madre e figlia, arrivare al season finale e non assistere al classico scontro presente in ogni film e serie supereroistica porta ovviamente a confrontarsi con le aspettative, deluse e naufragate in una lentezza generale che è difficile da digerire. La Rosenberg ha preferito evitare il confronto andando ad eliminare Alicia in un altro modo, potenzialmente anche comprensibile ma, come già detto, anticlimatico all’ennesima potenza. Esattamente come gli ultimi istanti finali che vedono Jessica in un quadretto famigliare.
A posteriori, quindi, l’unica vera grande assenza di questa seconda stagione è quella di un villain incisivo e memorabile come lo fu Kilgrave in precedenza. Un rischio che la Rosenberg han messo in conto e che ha accettato di buon grado, visto che si è preferito usare il ritorno di Alisa non tanto per dare vita a degli scontri fisici, quanto più come la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ed ora, in caso di un rinnovo, il futuro della serie è imprevedibile.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Finale anticlimatico
  • Morte di Alisa
  • Trish mostra segni di Hellcat
  • Malcom va con “il nemico”
  • Equilibri destabilizzati
  • Nessuno scontro finale
  • Finale anticlimatico
  • Lentezza enorme
  • Non è il caso, cara Netflix, di riconsiderare la formula a tredici episodi?

 

La seconda stagione di Marvel’s Jessica Jones è riuscita in qualche modo a raccontare una storia ancora più personale della prima stagione, scavando nella psicologia dei personaggi e gestendo egregiamente tutte le varie sfumature degli stessi. Come ogni show ha avuto i suoi momenti no, quelli che sembravano funzionare meglio sulla carta che nella effettiva resa ma si ringrazia quanto meno la stagione per aver tentato una strada diversa e aver sperimentato un po’ con il genere supereroistico e le sue contaminazioni noir viste nella serie, oltre che per il finale in sé, a tratti straziante e in altri pieno di speranza.

 

AKA Pray For My Patsy 2×12 ND milioni – ND rating
AKA Playland 2×13 ND milioni – ND rating

 

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Nato da un'idea di Stefano Accorsi e appassionato di fumetti, telefilm, film, musica e scrittura. Si unisce a RecenSerie perché gli piaceva troppo dire la frase: "Ogni recensione in più, è un passo in meno per ottenere una cattedra nell'insegnamento". Non è un idiota, è solo che lo disegnano e caratterizzano così, e Frank Miller non è pagato abbastanza per abbassarsi così tanto. E' destinato a salvare la cheerleader: il problema è che già conosce poco la geografia di casa sua, figuriamoci se sappia dove si trovano gli Stati Uniti.

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