Sons Of Anarchy 7×11 – Suits Of WoeTEMPO DI LETTURA 6 min

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Alla fine ci siamo arrivati. Sutter ce l’ha fatto sudare questo momento, ma finalmente la verità è venuta a galla, e con essa tutte le macchinazioni che Gemma e il “povero” Juice si sono trascinati dietro per troppo tempo. Le polemiche riguardo un inizio di stagione dai ritmi un po’ troppo sostenuti, fatta eccezione per la one hour and a half premiere, non possono che essere accantonate alla luce di questo undicesimo episodio che qualcuno in rete ha, forse esageratamente, accostato ad un certo “Ozymandias“. Voi direte, se ne sentono tante in giro. Sicuramente il paragone è esagerato se guardiamo alle performance recitative (soprattutto dei comprimari), ma se invece analizziamo l’episodio sotto il profilo dell’intensità, allora “Suits Of Woe” non ha nulla da invidiare al capolavoro nel capolavoro di Vince Gilligan. E come fu allora, anche in questo caso il titolo dell’episodio ci offre una traccia della direzione che la puntata affronterà, oltre che un’indicazione circa il percorso intrapreso dai personaggi.

“Seems,” madam? Nay, it is. I know not “seems.”
‘Tis not alone my inky cloak, good mother, 

Nor customary suits of solemn black, 
Nor windy suspiration of forced breath, 
No, nor the fruitful river in the eye, 
Nor the dejected ‘havior of the visage, 
Together with all forms, moods, shapes of grief, 
That can denote me truly. These indeed “seem”,
For they are actions that a man might play. 
But I have that within which passeth show, 
These but the trappings and the suits of woe.
“Sembra”, signora? No, è. Non conosco “sembra”.
Non è solo il mio mantello tinto d’inchiostro, madre cara,
Né le mie abituali vesti d’un nero solenne,
Né i rotti e profondi sospiri,
E neppure il fiume che scorre dagli occhi,
Né la disfatta espressione del volto,
Insieme a tutte le forme, modi, aspetti della sofferenza,
Può davvero rappresentarmi. Queste cose”sembrano”,
Per loro sono azioni che un uomo può recitare.
Ma io ho qui dentro qualcosa che è al di là di ogni mostra,
Il resto non è che l’ornamento e il vestito del dolore.

Il “Suits Of Woe” shakespeariano che lo showrunner di SOA prende in prestito dall’Amleto, esprime quel dolore finora solo “indossato”, arrivato ora a sferrare il suo colpo fatale grazie alla verità tanto inseguita e finalmente agguantata. Una scoperta della verità che passa per tre tappe: prima da Wendy, personaggio esterno al Club; poi da Unser, da sempre collegamento tra il Charter e l’esterno; infine da Juice, ex membro di SAMCRO e “rivelatore” ormai rassegnato al suo destino, sfiancato dal peso che comporta custodire una tale quantità di bugie e inganni.
Ed è proprio da quest’ultima confessione che scaturisce un, anzi, IL dialogo più emozionante dell’intera stagione (e forse dell’intera serie). È impossibile rimanere indifferenti dinanzi alla performance recitativa di Hunnam e Rossi. Nei loro sguardi possiamo leggere tutta la sofferenza che deriva dalla consapevolezza di essere giunti alla fine, in una condizione dove la vendetta per la prima volta non è la risposta a tutto, tantomeno per lenire il dolore legato al peggiore dei tradimenti: quello materno. Allo stesso modo, è impossibile non provare pena per Juice, arrivato in principio a “tradire” il Club per una sua paura infondata, finendo per fare da custode ad una verità davvero troppo pesante per essere nascosta, spalleggiando Gemma solo per cercare di non perdere il suo legame con SAMCRO. La sensazione che Theo Rossi ci ha trasmesso in questi ultimi episodi, veicolata straordinariamente anche grazie alle scelte operate nella scrittura del suo personaggio, porta lo spettatore a provare un conflitto interiore sul giudizio di colpevolezza nei confronti di Ortiz, spiazzandolo totalmente. Un conflitto che inevitabilmente termina con un sentimento di compassione una volta appurato che la scure del Mayhem, nonostante i sacrifici fatti per il Club, è oramai ad un passo dall’essere calata: “Thank you for telling me the truth. I’ll make sure it’s quick“.
E parlando di rassegnazione non si può far altro che puntare il riflettore su Gemma, la “gatekeeper”, colei che conosce la verità celata dietro ciascuna menzogna, dentro ogni segreto. Ed ecco che come Jax giunge alla rivelazione attraverso un percorso a tappe, parallelamente Gemma giunge gradualmente all’acquiescenza. Il primo passo è naturalmente il passaggio di testimone a Wendy, la “prima madre” a cui finalmente la matriarca conferisce la propria benedizione (“It’s the right thing, the right time.“), finendo col concedersi gli ultimi momenti da “mamma” con il suo nipotino Tommy. La seconda tappa è necessariamente la conferma della propria colpevolezza a Nero, del tutto inerme di fronte all’atroce scoperta e visibilmente deluso dalla donna con cui ormai sognava di ricominciare a vivere da persona onesta. Infine, la parabola discendente percorsa da mamma Teller, trova la sua naturale conclusione con il saluto al vero rivelatore, ancor prima di Juice, colui che indirettamente, si è trasformato nella sua nemesi: Abel. La consegna dell’anello e l’oltremodo inquietante “Goodbye grandma“, sanciscono la fine della vita di Gemma per come la conosciamo, consolidando le aspettative riguardo la morte del suo personaggio. Magari preceduta dalla confessione circa il suo coinvolgimento nella morte di John Teller.
If you gave a shit about Tara, maybe you’d spend a little less time being a thug and a little more time being a dad“. E alla fine arriva Jax. Analogia infelice, ma utile a capire il ruolo del ragazzo all’interno di questo dramma. La somma di tutte le decisioni sbagliate, le vendette compiute, le persone corrotte e tradite, tutto questo, alla fine, si è abbattuto prepotentemente sul Pres, trasformandolo nell’uomo che lui stesso ha ucciso con un colpo alla gola. Clay Morrow, colui che ha fatto della manipolazione la sua arma più forte, impallidisce dinanzi al Jax presentatoci in questa ultima stagione, un ragazzo portato lentamente alla rovina e corrotto dall’oscuro fascino di Charming (scusate il gioco di parole), giunto ora al più meschino dei dilemmi: uccidere o no la propria madre. Se la decisione spettasse a noi spettatori, la risposta sarebbe un fragoroso “SI” urlato a pieni polmoni, ma in realtà questo per Jax rappresenterebbe l’apice del suo fallimento, nonchè il punto più basso del suo viaggio verso l’oblio.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La moto di John Teller è pronta a partire
  • La tanto attesa rivelazione
  • La scena in carcere tra Jax e Juice
  • L’accettazione da parte di Gemma
  • Wayne si conferma il numero uno
  • L’inquietante “Goodbye grandma”
  • L’inseguimento e la musica in sottofondo
  • Charlie Hunnam immenso in questo episodio
  • Nulla
La tragedia “sutteriana” è quasi giunta al suo atto conclusivo. I ritmi blandi d’inizio stagione sono ormai un ricordo lontano e, sebbene non basti un finale di stagione ben scritto per riparare alla delusione dei fan circa la gestione delle puntate precedenti, sarebbe folle non esaltare la qualità di questo episodio, emblema del carico emotivo che questa serie porta con sé e chiara manifestazione del genio di Kurt Sutter. Il “final ride” è quasi giunto al termine e la moto di JT è pronta a graffiare di nuovo l’asfalto. E finalmente scopriremo se oltre alla moto i due Teller condivideranno lo stesso triste destino.
Nota a margine: Charles Barosky, interpretato da Peter Weller (attore famoso per aver vestito i panni di RoboCop nel film del 1987 e nel sequel del 1990) non appare in questo episodio, ma è presente dietro la macchina da presa in veste di regista.
Faith And Despondency 7×10 4.38 milioni – 2.2 rating
Suits Of Woe 7×11 4.62 milioni – 2.4 rating



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