Better Call Saul 1×03 – NachoTEMPO DI LETTURA 5 min

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“Nobody wants to leave home”
Anche se i nomi coinvolti per Better Call Saul sono certezze che rassicurano ogni dubbioso spettatore, incerto sulla buona riuscita di questo serial dalla molteplice identità (che si presenta come spin-off, sequel e prequel), era legittimo che questi spettatori di poca fede avessero paura di qualche clamoroso fiasco. Innumerevoli sono gli esempi di promesse della narrazione (in qualsiasi forma essa si manifesti) presentate, proprio per i grandi nomi e i loro sedicenti commenti rassicuranti, come “la cosa migliore che abbiate mai visto”, ma che poi hanno finito solo per beccarsi le migliori pernacchie e insulti mai visti della storia dell’uomo (vero, The Walking Dead?). Alla luce di questi svariati precedenti, nessuno biasimerà i fan di Breaking Bad che hanno dubitato di Vince Gilligan, chiedendosi non solo se questo alternative take sull’avvocato Saul Goodman sarebbe stato all’altezza della sua costola di provenienza, ma anche se era necessario.
Soffermiamoci su questa domanda, che potremmo definire la domanda manifesto di ogni spin-off. Il quesito solleva la questione e pone (implicitamente) un’importante condizione di indispensabilità: “Era necessario?”. Ovviamente no, non era necessario, come non era indispensabile; Breaking Bad avrebbe potuto funzionare benissimo così, senza ulteriori aggiunte o qualsiasi cosa allarghi il suo microcosmo televisivo, cose che finiscono spesso e volentieri per impoverirlo (vedi l’iniziativa Before Watchmen). Dunque, perché Better Call Saul, allora? La terza puntata di questa prima stagione, ci fornisce una più che sincera e convincente risposta: nessuno vuole lasciare la propria casa. In apparenza, potrebbe sembrare una risposta un po’ infantile, perché vorrebbe implicitamente dire che Vince Gilligan non è ancora in grado di staccarsi dall’opera che l’ha consacrato a una di quelle tante figure per cui dovremmo inginocchiarci ed esprimere quanto non ne siamo degni (come fanno Wayne e Garth con Alice Cooper in Wayne’s World), ma in verità e in verità vi dico, che il problema di questo pensiero sta più che altro nella perversità delle mente umana, “costretta” sempre di più a ragionare per assoluti. Nessuno vuole lasciare la propria casa = Mammone immaturo. Spin-off/Sequel/Prequel = Sarà una merda/Sarà una figata (qui, la risposta, dipende dal vostro rapporto con queste tre entità). Trasposizione cinematografica da libro/fumetto/brochure informativa a film = Non avrà la stessa intensità del libro/fumetto/brochure. Tutte affermazioni assolute, un poco stereotipate e nella maggior parte dei casi, false. 
Se possibile, nessuno vuole lasciare la propria casa, perché patria est ubicumque est bene (la patria è dove si sta bene: Cicerone dicit). Se possibile, nessuno vuole lasciare la propria casa, quanto sente che può ancora fare qualcosa per quel luogo inanimato, eppure, denso di personalità. E lo spin-off/prequel/sequel, non necessariamente farà schifo, come non necessariamente sarà bellissimo: dipenderà tutto da che impronta si vuole dargli; vuoi usare un nome noto per attirare facilmente spettatori perché attratti dal retaggio dell’opera originale? Dubitiamo che qualcosa di buono verrà fuori. Vuoi usare lo stesso personaggio per fargli fare altro, senza inventarti niente da zero? Dubitiamo che qualcosa di osceno verrà fuori. Del resto, anche qui sono innumerevoli i titolo di spin-off/prequel/sequel venuti male (Joey, Casper & Wendy, Matrix: Reloaded) e bene (Star Wars: L’Impero Colpisce Ancora, Angel, Terminator 2). E per le trasposizione cinematografiche, sfatiamo questo mito ufficialmente e una volta per tutte; Forrest Gump, Jurassic Park, Il Padrino, Mrs Doubtfire, Full Metal Jacket, Blade Runner, Il Laureato e Psycho, sono solo alcuni nomi di lungometraggi tutti tratti da un libro che sono riusciti ad imporsi nell’immaginario collettivo meglio di quanto abbia fatto la loro controparte cartacea. E, anzi: dubitiamo fortemente che, senza il film, qualcuno al giorno d’oggi sarebbe al corrente della loro esistenza. 
Alla luce di ciò, ecco a cosa serve “Nacho”: una conferma del fatto che, Better Call Saul, è solo una storia; indissolubilmente sposata a Breaking Bad, certo, ma solo una storia: un close-up come tanti sulla vita di un comune disperato nella arida cittadina di Albuquerque. Che noi già conosciamo, è vero, ma anche se non fossimo al corrente di chi James/Saul sia, il serial funzionerebbe comunque perché forte di elementi dell’opera di provenienza senza che li scimmiotti pietosamente. Una conferma del fatto che non necessariamente tutto deve essere pensato, e realizzato, per estremi. Una conferma che si può utilizzare un terreno di gioco congeniale e già collaudato per qualcuno, per pura “deformazione professionale”, infarcendo il tutto con le ottime capacità recitative delle pedine del regista, la sua virtuosa abilità nella regia, la maniacale attenzione ai dettagli e la iconica verve con cui esso si è consacrato, come le incomprensioni tra i personaggi che danno vita ad assurde e disperate conseguenze. Cosa c’è di male nell’accontentarsi nell’intrattenimento di eccelsa ed eccellente qualità, anche se non raggiunge universalmente la classificazione di “capolavoro”? E’ così “out” avere a disposizione una serie capace di rendersi speciale per qualcuno (e che, anzi, punta proprio su quello) rifiutandosi di essere la macchietta buona per tutti, ma speciale per nessuno?
Better Call Saul è questo, e in questa puntata, si consacra a tale definizione.
THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Eccellente recitazione generale
  • Regia tecnicamente impeccabile
  • Attenzione maniacale, e funzionale, ai dettagli
  • “Sexy Robot Voice”
  • Nulla
Better Call Saul si conferma non solo una serie che bisogna seguire per la grondante qualità, ma anche per la sua capacità di essere una storia contemporaneamente collegata a Breaking Bad, ma allo stesso tempo, unica, personale e particolare. 
Mijo 1×02 3.4 milioni – 1.6 rating
Nacho 1×03 3.23 milioni – 1.6 rating

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