Arrow 3×18 – 3×19 – Public Enemy – Broken ArrowTEMPO DI LETTURA 9 min

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Nel periodo in cui siamo un po’ tutti rimasti affascinati dal Marvel’s Daredevil di Netflix (sia chi se l’è “sparata” tutta in una volta, sia chi se la sta ancora “dosando” pian piano), sarebbe piuttosto facile demolire le scelte facilone e sensazionalistiche, sopra le righe e al limite del trash, dello show della The CW, specie se messe in confronto all’iperrealismo noir che caratterizzano quelle del Diavolo di Hell’s Kitchen. A nostro modesto avviso, però, s’incapperebbe in un errore. Pur essendo tutte riassumibili nel campo delle “serie tv basate sui fumetti”, sempre più in espansione, non bisogna comunque incorrere nell’impropria generalizzazione. Non va dimenticato, infatti, lo stile che sta alla base della serie, più volte rimarcato nelle nostre recensioni, che lo differenzia inevitabilmente da ogni altro singolo prodotto, fin dal suo principio. Anche se, a dirla tutta, in realtà l’approccio avuto con la trasposizione dell’opera della DC Comics non è poi così diverso da quello della Marvel, almeno per quanto riguarda la prima stagione.
Eppure anche in questo caso, tralasciando quindi la deriva “soprannaturale” che ha colpito le avventure dell’Arciere di Starling City dall’entrata in scena del Mirakuru in poi, le differenze degli stilemi tecnici e narrativi delle due serie appaiono comunque abissali. Va chiarito, però, che non consideriamo l’ultima arrivata, per questo, migliore a prescindere. È un pò quel dualismo tra cinema mainstream e autoriale che affligge le diatribe tra critici, studiosi e semplici appassionati, spesso ancorate a fissi e superficiali paradigmi. In ultimo, a proposito, in un’ottica più pragmatica ma in fin dei conti più importante di tutte le altre, la libertà espressiva e creativa che una rete come Netflix si può permettere, a differenza del canale generalista. Ma, anche qui, il discorso è vecchio come la nascita della televisione (o, meglio, con la messa in onda del pilot di Lost).
Insomma, tutta questa verbosa (scusate) intro per dire che analizzando questi ultimi due episodi di Arrow per ciò che la serie è, da parte nostra possiamo solo ritenerci più che soddisfatti, perchè, per dirla in parole povere, ci troviamo davanti a “tanta roba”. Quello che sorprende e che emoziona, più d’ogni altro aspetto, è la corposità della trama e il ritmo frenetico e asfissiante che dall’opera di diffamazione del supereroe attuata dalla Lega degli Assassini ci porta dritto dritto all’ “ultima carta” giocata da Ra’s Al Ghul ai danni di Oliver con il quasi omicidio di Thea, attraverso frequenti e inaspettati colpi di scena. Vero fulcro di “Public Enemy” e “Broken Arrow”(o, almeno, uno dei due) è l’identità di Arrow. Come sta praticamente accadendo anche in The Flash, a differenza di quanto succede nei fumetti di riferimento, il dogma canonico di nascondere ad ogni costo la propria identità ai rispettivi cari e nemici è tutto fuorché rispettato a dovere. Se, nel caso di Barry Allen, la conta dei personaggi che non sanno chi è in realtà il Velocista Scarlatto di Central City è oramai ridotta alla sola Iris, in quello di Oliver Queen si preme proprio sulla scoperta da parte dell’ultimo rimasto, Lance, elevandola a motore portante di questo mini-ciclo di episodi.
Si tratta della storyline che presenta un po’ tutti i pregi e i difetti dello show degli ultimi tempi. La svolta di Ra’s che rapisce Lance per rivelargli chi si nasconde sotto il cappuccio di Arrow, per esempio, appare piuttosto forzata nella sua dinamica, in una scena molto simile a Slade che, nella scorsa stagione, si presentava a casa di Laurel per fare la stessa cosa, per poi andarsene successivamente come niente fosse successo. Al contrario l’indagine che l’evento scatena è diluita nell’arco dei due episodi e presenta non pochi aspetti positivi. Le azioni della polizia, guidate da un Lance vendicativo e determinato come non non l’avevamo mai visto, scandiscono l’alto ritmo delle scene, mettendo all’angolo il team dell’eroe protagonista, costringendolo a costituirsi in “Public Enemy”, in una magnifica sequenza dall’altrettanto elevato impatto emotivo. Così come lo scambio Roy/Oliver attuato dal team Arrow, concretizzatosi poi in “Broken Arrow”, per quanto anche stavolta non privo delle forzature del caso, dimostra un certo ragionamento e una particolare attenzione da parte degli autori per la componente più prettamente “legale” della vicenda, con le accuse di Lance nel primo episodio, prontamente aggirate nel secondo, con esiti intensi e imprevedibili.

Ovviamente, strettamente collegato a tale storyline, l’altro fulcro è quello riguardante “l’offerta che non si può rifiutare” del Leader della Lega degli Assassini. Collegato perchè, ricordando proprio le parole profetiche dello stesso Ra’s Al Ghul (dimenticandosi di accennargli che sarebbe stato lui stesso a causare il tutto), Oliver si è ritrovato ad essere considerato una minaccia dalla città che aveva giurato di proteggere. Dallo scontro dialogico di quell’occasione, si è passati ad una battaglia decisamente più concreta, e dal punto di vista dello spettatore si sente tutta. L’atmosfera di “fine dei giochi”, di punto di non ritorno, è assolutamente resa al suo massimo livello. Una caccia all’uomo che raggiunge il suo culmine nella “profanazione” della cosiddetta Arrow Cave, in “Broken Arrow”, finora sempre immacolata almeno da parte delle forze dell’ordine, e, di conseguenza, dall’intera opinione pubblica (come ricorda lo stesso Lance). Anche nell’eredità di Oliver come nuovo Ra’s il confronto con i fumetti si è sprecato, soprattutto da parte dei cultori delle storie della DC, ricordando che colui che la Testa del Demone ha sempre voluto come proprio successore è in realtà Bruce Wayne/Batman. E pure stavolta va tenuto conto, invece, di ciò che accade nello show, dove la direzione presa fin dal duello di Nanda Parbat si può giudicare quantomeno più che coerente, oltre che parecchio affascinante nel suo distacco dallo stereotipato rapporto eroe/villain.
Volente o nolente, intanto, chi si trova sicuramente al centro degli ultimi episodi è Ray Palmer/Atom, neo-supereroe che ha da poco visto la sua genesi definitiva. I primi veri intoppi, però, si sono palesati a lavoro ultimato. Il giovane magnate di successo ha, piuttosto verosimilmente (almeno qui), poca esperienza quando si tratta di dover “menar le mani”, e il suo periodo di rodaggio è passato perfino nel suo crossover in The Flash, fallendo puntualmente tutte le volte, fino a sfociare nell’efficace soluzione temporanea a cui avevamo pensato un po’ tutti, ovvero concedendo il controllo in campo puramente fisico ad Oliver (certo, a questo punto, perchè non fargli indossare direttamente l’armatura?). A parte qualche saltuaria scena divertente qua e là, però, il personaggio proprio non ne vuol sapere di far breccia nei cuori del fandom, nè tantomeno di allontanarsi dal fantasma perenne del Tony Stark di Robert Downey Jr. Anzi, con l’uso della nanotecnologia, creata da lui stesso per salvarsi la vita, in “Public Enemy”, Palmer non è mai apparso tanto simile all’Iron Man della Marvel e al suo “piccolo” problema al cuore. Uno spin-off (se poi si realizzerà davvero), che parte male in partenza, quindi. Eppure ogni buon produttore televisivo/cinematografico non dovrebbe ormai avere ben assimilato l’aura di fallimento che circonda qualsiasi tentativo di avviare un franchise con il volto di Brandon Routh?
Medesimo discorso da riservare alla sua storyline amorosa con Feliciy, che infatti già ha iniziato a far presagire un’inevitabile rottura. Contando l’episodio crossover con The Flash si può così delineare una breve “trilogia” della coppia che parte dall’ “I love you” di “Public Enemy”; passa per la “luna di miele” di “All Star Team Up“, condita dalle battute di Cisco e Barry sulla palese sinergia e quasi “fastidiosa” chimica dei due innamorati; prosegue, in parte (vedi le “frecciate” di Oliver, battutona!), in questo “Broken Arrow”, per poi, apparentemente, avviarsi ad una precoce chiusura nel finale, con lo sguardo pensieroso e disilluso di Ray all’indirizzo di Felicity, che nel rincuorare lo stesso Oliver nel momento del saluto ad Arsenal gli fa inconsapevolmente prendere coscienza del legame indissolubile tra i due.
E qui veniamo al saluto finale di Roy Harper, fonte di numerose curiosità per lo spettatore: si tratta di un addio definitivo allo show? O, proprio per accattivare il fandom finora piuttosto disinteressato, sarà invece presente nello spin-off di Atom? Ad ora è già stata confermata la sua presenza in uno dei prossimi episodi così come si dà per scontato il suo ritorno in veste di guest star anche nella prossima stagione ma, ad ora, di più non si sa.
Retroscena fuori contesto a parte, però, va innanzitutto espresso che ci saluta un personaggio il cui percorso è stato forse tra i più coerenti e lineari all’interno della serie (non sempre altrettanto sostenuto dalle scadenti prove messe in scena dal suo attore). La trasformazione da giovane fuorilegge di strada qual era, a fidata spalla dell’eroe Arrow, non è mai stata particolarmente invasiva, protagonista sì di emozionanti guizzi (l’avvelenamento da Mirakuru, l’assassinio di Sara), ma senza mai risultare troppo ingombrante. A questo si aggiunge la tormentata storia d’amore con Thea, probabilmente la meno irritante di tutte le donne passate sotto le lenzuola dell’amico Oliver, culminata nel recente ritorno di fiamma della coppia, evidentemente messa lì per caricare emotivamente il suo abbandono al punto giusto, col senno di poi. Aspetto positivo della vicenda è stata la scena del loro “addio” in carcere, decisamente intensa. Negativo, di conseguenza, quello legato all’assenza della stessa Thea al momento della sua partenza, denotando una sensazione di fretta di chiudere la questione che circonda un po’ tutta la sequenza. La cosa più sorprendente, però, è un altra, ovvero la performance dell’attore Colton Haynes, spesso (a ragione) criticato, stavolta convincente e perfettamente in parte nel ruolo dell’eroe protagonista, quasi a voler chiudere in bellezza la sua lunga permanenza dello show. L’assenza di Thea, comunque, può essere in parte spiegata dal finale di grande effetto, il quale, dopo quella di Roy, in via del tutto teorica presenta la seconda “falsa” morte di “Broken Arrow”. Per quanto la violenza di Ra’s Al Ghul nei confronti della sorella di Oliver sia decisamente eclatante, dubitiamo che sia giunto il momento di abbandonare la scena anche per lei, se non altro per la presenza di un certo “Pozzo di Lazzaro” che dovrebbe aver già resuscitato una volta “Papà” Malcolm Merlyn. E quindi, chissà, tale padre…

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Oliver che si presenta in centrale, stile Kevin Spacey/John Doe nel Seven di David Fincher
  • La svolta avutasi nel flashback di “Broken Arrow”, con l’individuazione del “vero” villain di questa storyline, e, di conseguenza, l’arrivederci della Waller ad Oliver
  • La determinata indagine di Lance 
  • Roy che si sostituisce ad Arrow, e tutto il piano del Team 
  • Ra’s Al Ghul che “uccide” Thea, con tanto di schianto sul tavolino di vetro del loft 
  • La “comparsata” priva di alcuna vera necessità della madre di Felicity
  • Laurel/Canary che quasi riesce a destreggiarsi contro gli assassini della Lega 
  • La gemella di Shado 
  • Un po’ tutto il flashback di entrambi gli episodi, ancora troppo scollegato dalla trama principale
  • Sicuramente, Ray Palmer/Atom

 

Pur portandosi dietro i difetti ormai inguaribili dello show, Arrow manda in onda due episodi dall’alto livello emotivo, costruiti su di un ritmo mai così asfissiante. Il primo punto di non ritorno è così tracciato, e, a giudicare dal finale, lo scontro con Ra’s Al Ghul raggiunge il degno e giusto timore per l’incolumità dei nostri protagonisti, che tanto pregustavamo da quando il personaggio è stato introdotto. Anche stavolta quindi si può dire che Oliver & Co. portano a casa la battaglia, per la guerra c’è ancora tutto in ballo.

 

Suicidal Tendencies 3×17 2.86 milioni – 1.0 rating
Public Enemy 3×18 2.48 milioni – 0.8 rating
Broken Arrow 3×19 2.47 milioni – 0.9 rating

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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