The Walking Dead 6×06 – Always AccountableTEMPO DI LETTURA 7 min

in Recensioni/The Walking Dead by

Questa recensione contiene due versioni della stessa: una corta e riassuntiva, una lunga ed argomentata. Scegliete quella che più vi piace a seconda del vostro tempo.

Recensione Corta e Riassuntiva:

“Ligabue suona la chitarra, o almeno così sostiene Wikipedia. La sua tecnica si basa sull’utilizzo di due soli accordi ripetuti in ogni canzone di ogni album, eppure talvolta riesce addirittura a suonare tre accordi differenti di seguito. E se si impegna addirittura quattro, ma con l’amplificatore spento.”
– Nonciclopedia su Luciano Ligabue

 

Sostituite “Luciano Ligabue” con “The Walking Dead”, gli “accordi” con “cliché da TWD”,  “ogni canzone di ogni album” con “ogni episodio e ogni stagione” e “suona la chitarra” con “è una serie tv”.

Recensione Lunga ed Argomentata

Parte 1: Quando c’era lui…
C’era una volta “Clear“, dodicesimo episodio della terza stagione, che può essere considerato l’episodio più e meno rappresentativo di The Walking Dead. Con i serial tv è sempre difficile trovare, nell’arco delle stagioni, un episodio che riassuma tutte le caratteristiche/tematiche principali e che permetta allo spettatore di essere guardato senza recuperarsi tonnellate di episodi per capire di cosa tratti la serie. La difficoltà sta più che altro nel concetto di serialità in sé, dato che un telefilm è sempre soggetto (chi più, chi meno) ad una evoluzione costante. Ma per The Walking Dead c’è, ed è “Clear“, puntata che, in maniera semplice e cristallina, mostrava con disincantata schiettezza gli effetti dell’universo di Robert Kirman sui suoi abitanti.
L’acquisto di una certa spietatezza per la sopravvivenza, l’affronto di una calamità naturale mai affrontata prima, l’abbandono dell’umanità che manco nel libro “Il Signore Delle Mosche” e quello spietato velo agrodolce sulla conclusione dell’episodio che invitava lo spettatore a credere in una speranza di un domani migliore. Un domani che forse non arriverà mai, un po’ perché si potrebbe schiattare anche prima, un po’ perché forse quel “domani” è davvero molto, molto remoto. Puntata semplice, senza molti fronzoli, per l’appunto, “chiara”. Ma all’orizzonte si stagliavano lungi e minacciosi i sei artigli di Wolverine…

 

Parte 2: L’Effetto Wolverine
L’Effetto Wolverine è un termine alla “calciopoli” personalmente coniato dal recensore che vi scrive, neologismo (possiamo chiamarlo così?) che tramite l’utilizzo del celebre eroe della Marvel Comics come esempio, delinea il disastroso andazzo di una serie/di un personaggio/di un franchise. Quando la fama e l’apprezzamento dell’Artigliato Canadese da parte del pubblico raggiunse livelli internazionali intorno agli anni ’80, come ogni società che si rispetti, la Marvel Comics si tuffò nel potenziare il marchio e cercare di far camminare Logan con le sue gambe attraverso una testata personale e svariate miniserie a suo nome. Col senno di poi fu quanto di più sbagliato, perché allargando il microcosmo di Wolverine si contribuì a firmare la sua condanna a morte. Non perché il personaggio si rivelò incapace di sostenere una serie tutta sua, tutt’altro, perché per continuare a serializzare l’X-Man la Casa Delle Idee finì col caratterizzare ulteriormente il personaggio, donargli un background definito e rivelare quello che rendeva speciale il personaggio: il suo passato misterioso. Qui infatti, le parole del suo più importante sceneggiatore (Chris Claremont) furono profetiche:

 

“I had this big argument with the Editor-in-Chief…it was a philosophical disagreement. 
My feeling with Wolverine was, and still is, less should be more
He would be better served by a six-issue limited series every year 
that could be bundled into a trade paperback or a hardcover. 
You could get guys who normally wouldn’t write X-Men 
and treat each Wolverine novel as an event. 
That way we satisfy the readers’ desire for Wolverne 
during the peak sales period without supersaturating the marketplace.” 

 

Togliendo quella carta messa al sostentamento della base, l’intero castello crollò finendo letteralmente per uccidere il personaggio sulle pagine della miniserie “Death Of Wolverine”, solo perché c’era in qualche modo bisogno di lucrarci sopra, non considerando che alcune creazioni funzionano meglio senza la costruzione di un universo ad hoc che gravita intorno a loro.

 

Parte 3: “Another head hangs slowly…”
The Walking Dead già da molto tempo è stato infilzato da quegli artigli velenosi, diventando lui stesso un morto vivente del palinsesto televisivo, ristrutturandosi, con la scusa di essere “più di un survival horror”, in un prodotto impegnato dai toni criptici che, a conti fatti, nulla sta più regalando, se non la stessa domanda che si facevano i Demoni Sam di quel famoso sketch comico di Aldo, Giovanni e Giacomo: “Ma nun, chi sém?“.
Quello che salta fuori più di ogni altra cosa in “Always Accountable” è questo: ma The Walking Dead sà di cosa sta parlando? Quando c’era lui, quando c’era “Clear“, la trasmissione di quell’episodio si rivelò azzeccata, gradita e, al contrario dei suoi successori fatti con lo stampino (“Consumed“, tanto per dirne una), valorizzava il serial perché dimostrava che gli autori avevano capito The Walking Dead e puntavano ad una serie di prestigio. Ma ovviamente, vi pare che la AMC potesse comportarsi diversamente dalla Marvel Comics? Eh no: sono aziende, per giunta di prodotti nati dal genio artistico, secondo la loro visione il ferro va battuto finché è caldo. E allora, invece di far rimanere “Clear” unico esemplare del suo genere e riproporre sue versioni solo ed esclusivamente per raccontare qualcosa di nuovo, giù di altri episodi stampino alla “Clear“, giù di episodi che continuavano a trattare gli stessi medesimi argomenti negli stessi medesimi modi.
Guardare “Always Accountable” e non sentirsi presi in giro è difficile. È difficile perchè non si ha mai veramente la sensazione che l’episodio abbia uno scopo, un senso, un inizio o anche una fine. Se lo scopo era quello di spiegare l’assenza di Daryl, Abraham e Sasha si poteva optare per una trama più dettagliata. Al contrario la semplice chiusura in un edificio per giorni(?) in attesa che il segugio ritorni da loro (“The best way to find a tracker is to stay put.“) dovrebbe bastare per giustificare il tutto: una sorta di filler nel filler totalmente inaccettabile. Tra i vari problemi di questo episodio c’è sicuramente l’insolenza della sceneggiatura, poco curata, scialba, totalmente senza senso. Non c’è uno scopo ultimo in nessuna scena, nè nella cattura di Daryl, nè nella fuga con la sua moto e il suo crossbow; ovviamente nemmeno nel miracoloso ritrovo a minutaggio scaduto con Sasha e Abraham. Heather Bellson dovrebbe vergognarsi di aver scritto la sceneggiatura di questo episodio clone di tanti altri senza alcuno scopo.
Puntate come questa perdono ogni significato e cominciano ad essere dei costrutti grammaticali senza né capo, né coda. Insomma giù di Effetto Wolverine, scatenando quindi una impietosa saturazione nello spettatore e nella sua pazienza. Scegliere di continuare ad usare gli stessi schemi, finendo per perdere l’identità costruita nei primi episodi di questa stagione è una scelta che a questo punto appare ragionata ma totalmente priva di logica. La trama orizzontale non va avanti per scelta, le relazioni tra personaggi non vanno avanti per scelta, la stessa puntata alla fine collassa su sè stessa per l’assenza di basi su cui ergerla, per scelta. Chissene di prendere nuove strade, tanto The Walking Dead ora è il nuovo calcio: la gente lo guarda comunque.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La sequenza d’apertura
  • Chi è il tizio che parla? E’ il famigerato Negan?
  • Il piccolo omaggio a Bernie Wrightson, uno dei due creatori di Swamp Thing
  • Tutto il resto

 

Parte 4: Sempre Responsabile? Minga tropp
“Always Accountable” è l’ennesima prova lampante di come questo serial si sia seduto sugli allori e ora continui di rendita, “permettendosi” di sfoderare episodi del genere che hanno tutta l’aria del filler, che suonano ridondanti per la scelta di trattare argomenti su cui ormai non c’è più nulla da dire e che si lasciano ricordare quel tanto che basta per scriverci la recensione. Non è un mistero se la AMC ordinò qualche mese fa Fear The Walking Dead: se qualcosa va male, nel dubbio togliamo soldi alla scuola pubblica vai di spin-off, col rischio di render ancor più astratto il perno stesso della serie. Pure la stessa serie a fumetti, ad una certa, aveva optato per un time-skip di due anni perché lo stesso Kirkman aveva finito gli argomenti e trovava ridondante continuare sugli stessi concetti. La serie tv cosa sta aspettando? La venuta di Negan? E anche se fosse: c’è ancora bisogno di episodi del genere che nulla veramente lasciano allo spettatore se non un senso di vuoto interiore per qualcosa che, ormai, non ha più significato?

 

Now 6×05 12.44 milioni – 6.2 rating
Alaway Accountable 6×06 12.87 milioni – 6.5 rating

 

Sponsored by Walking Dead Italia

 

3 Comments

  1. se volevate fare i super accullllllllturati,non ci siete riusciti. guardatevi grande fratello. io so ignorante e concisa

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Ultimissime

error: Nice try :) Abbiamo disabilitato il tasto destro e la copiatura per proteggere il frutto del nostro duro lavoro.
Go to Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: