Arrow 4×11 – 4×12 – A.W.O.L. – UnchainedTEMPO DI LETTURA 6 min

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L’abbiamo sempre temuto, specialmente dopo alcuni precoci sintomi individuati l’anno scorso (e aggravatisi per tutta questa prima parte di stagione), e alla fine è successo. No, Arrow non è diventato Batman (magari), come nelle sue battute d’origine sembrava orientato ad emulare incondizionatamente, ma si sono piuttosto avverate le nostre paure peggiori: Arrow è stato colpito in pieno dall'”effetto Smallville”. E’ una diagnosi questa che può sembrare eccessivamente pessimistica per alcuni, troppo tardiva per altri, ma dopo la visione di “A.W.O.L.” non c’è più prevenzione che tenga.
Senza sparare impietosamente sulla croce rossa, riguardo i soliti difetti stilistici e linguistici riscontrabili ormai abbastanza periodicamente, ci soffermiamo esclusivamente sui nei più vistosi dell’episodio, diviso com’è tra due macro-tematiche. Una è quella che vede Felicity dover accettare il suo status di disabilità fisica, il quale, per qualche oscura ragione, la porta a mettere in discussione la bontà della sua posizione lavorativa (CEO di un’azienda milionaria) nonché del suo stile di vita (ruolo chiave nel gestire le imprese eroiche di un team di vigilanti votati alla giustizia). Qualcosa ovviamente non va e risulta difficile non pensare all’ennesimo pretesto per mettere al centro della puntata uno dei personaggi più apprezzati dal fandom. L’abbiamo capito, dobbiamo farcene una ragione, ma quando sentiamo Oliver affibbiarle lo pseudonimo di “Overwatch”, facendoci balzare alla mente quell’altro personaggio della serie sopracitata, non possiamo non provare fastidiosi brividi; quella Chloe Sullivan/Watch Tower che, esattamente come Felicity, ha a lungo rappresentato il totale disorientamento degli autori sulle sorti nello show  almeno in quel caso era inventata, senza cantare che prima dell’arrivo (per fortuna!) di Lois Lane il suo percorso faceva presagire la medesima direzione nel rapporto col protagonista/supereroe. In quel caso, seppur con una certa e reiterata difficoltà, ce la siamo scampata, stavolta ci hanno pensato Internet e nello specifico Tumblr.
Ma l’avversione per la situazione odierna del personaggio (e il suo condizionamento di tutto lo show), in fondo, pone sempre le sue basi sempre per le modalità superficiali, se non “ruffiane”, che l’accompagnano. Quello che evidentemente doveva essere, nelle impostazioni iniziali, una cupa e travagliata lotta interiore di Felicity (per quanto ingiustificata), si decide di metterla in scena, per la gran parte del tempo, incentrandola tutta sul cambio di look Goth/Emo al biondo attuale; tanto per rincarare la dose, Emily Bett Rickards, ancora una volta dimostra di non saper reggere una tale drammaticità. Insomma, scontro psicologico che ci saremmo volentieri risparmiati, non tenendo neanche conto del fatto che nessuno crede la condizione dell’hacker possa protrarsi a lungo (ci sono i naniti!), fatto che non può affievolire ulteriormente il pathos.
L’altra macro-trama dell’episodio, riguarda ovviamente l’Argus e l’implicazione dei fratelli Diggle. Storyline che proprio non riesce a levarsi l’aura da filler, il che non sarebbe necessariamente un male (basti pensare alla prima stagione fortemente procedurale) se non emanasse pochezza narrativa da tutti i pori, come avevamo già avvertito in occasione di “Brotherhood“. Risulta così difficile sopportare Andy, figurarsi affezionarsene, così tutta la sua banale storia del fratello “prodigo”; prevedibile il doppiogioco di Andy e il suo finto tradimento; forzatissima l’abilità tecnologica di John. L’unico evento inaspettato è la morte di Amanda Waller, che avviene però in una maniera talmente improvvisa e a caso, che è utile solo alla Warner Bros per liberarsi dell’ennesimo “doppione” in vista del film sulla Suicide Squad (dopo Deadshot). I soli momenti salvabili sono così quelli dei flashback (con un Andy un po’ più “alla mano”), che aprono un incoraggiante collegamento con quello di Oliver.

Whose shocking return do we look forward to next?”

“Unchained” è invece il festival dei ritorni, tra Tatsu (sulla quale gravita, anche per lei, la spada di Damocle del “doppione” cinematografico, sarà la prossima?), Roy, Shado e addirittura il colpo di scena finale col padre di Felicity. La CW decide di richiamare tutta la sua scuderia (sì, manca sempre e solo il povero Tommy, Colin Donne è chiaramente il nuovo Sean Bean), sfruttando magari un po’ di contratti, eppure malgrado le apparenze siamo di fronte a discreti passi avanti. Come la battuta di Felicity che abbiamo riportato dimostra, Arrow ci piace di più quando gioca con se stesso (“Guilty Arrow“, per la triste serie “fa ridere perchè è vero”), quando accetta ed è consapevole di quello che è diventato lo show e di cosa quindi è in grado di dare, e non cerca inefficacemente di essere profondo o riflessivo.
Già dal flashback e dall’apparizione della “finta” Shado la nobile arte del “troll” degli autori si fa più che cristallina. Passato poi l’effetto straniante, la scena funziona pure con la sua atmosfera mistica e “orientale”, come succedeva d’altronde nel post-quasi-morte di Oliver nella passata stagione, quando ancora la serie non era stata contaminata eccessivamente dal soprannaturale né dall’improvvisazione cronica degli showrunner. La lotta interiore, stavolta, è tutta del protagonista, con tanto di nuove allucinazioni, ma per fortuna stavolta non si tratta l’argomento make-up, ma si preme suggestivamente sulla sua imminente evoluzione “dark”, che in teoria dovrebbe contrastare con quella invece più “soft” del presente. La curiosità in tal senso è quindi finalmente rivitalizzata, speriamo non sia un caso isolato e che non dovremmo sorbirci altri mille spezzoni inutili.
Festival dei ritorni, dicevamo, a condire un contorno volutamente trash, esagerato e ironico, che rende la puntata sorprendentemente godibile. Ben venga allora il rientro, piuttosto disatteso, di Roy Harper, abbastanza rigenerato dall’assenza forzata, per quanto possa rimanere poco credibile la sua semplice esistenza e tutta la sua storyline da fuggiasco; accogliamo positivamente anche l’ulteriore sorpresa della candidatura della moglie di Damien (che già ci aveva fatto una buona impressione) a sindaco contro Oliver; così com’è ottimamente congegnata l’introduzione del padre di Felicity, mostratoci prima come Calculator e quindi come normale villain settimanale. Che prima o poi sarebbe apparso ce lo aspettavamo, ma decisamente non in questo modo, denotando così un’abile mossa che ha ingannato piacevolmente anche noi (oltre al fatto che aggiunge un nuovo membro al toto-morto).
Il cliffhanger finale per il quale si ringrazia cortesemente Nyssa Al’Ghul, apre ombre su una possibile evoluzione dello show virando su Malcom Merlyn (ancora?) detto “l’impiccione” come nuovo villain stagionale (quel “you have to kill that son of the bitch” senza un preciso riferimento, rimane sempre volutamente sospetto), per il quale fin dall’inizio era stato prescelto Damien Dhark. Probabilmente, si spera, sarà solo un altro pretesto in più per arrivare a fine stagione, perciò nel dubbio sospendiamo il giudizio, preferendo solo fare un minuto di silenzio per i bravi sceneggiatori senza lavoro che saranno sicuramente inorriditi all’ennesima trovata dell'”oggetto-salva-tutto” (il Loto) che arriva esattamente al momento propizio, da buon deus ex machina da tragedia greca; un cliché che dopo secoli di narrativa potrebbe anche dirsi abbastanza superato.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il ritorno di Roy 
  • La rivoluzione interna della Setta 
  • Calculator
  • I colpi di scena di “Unchained” (tranne il finale)
  • Decisamente, tutto “A.W.O.L.”
  • Overwatch
  • Il Loto 

 

Ormai è assodato, quando Arrow sceglie la strada della leggerezza va decisamente meglio di quando, invece, vira su quella “serietà” dark d’inizio serie che oggi non gli riesce più. Il dietro-front di “Unchained” livella un po’ il nostro giudizio, altrimenti più impietoso, verso un più “soft” schiaffeggiamento (cit.).

 

Blood Debts 4×10 2.81 milioni – 1.1 rating
A.W.O.L. 4×11 2.78 milioni – 1.1 rating
Unchained 4×12 2.48 milioni – 0.9 rating

 

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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