Orange Is The New Black 4×01 – Work That Body For MeTEMPO DI LETTURA 6 min

in Recensioni by

“Work That Body For Me”, primo episodio della 4° stagione di Orange Is The New Black, riparte da dove la scorsa stagione ci aveva lasciati.
Un bagno liberatorio. Una corsa verso la libertà, ma non per fuggire veramente dalla prigione, solo per sentire addosso l’aria del “fuori”, fare cadere costrizioni (e barriere), sentirsi “normali” anche solamente per un secondo. È una parodia di libertà, un’imitazione di ciò che potrebbero vivere, una parodica illusione di affrancamento da ogni vincolo. In controluce fin da subito, nel loro bagno, c’è un ombra, l’acqua inquinata, quella che aveva provocato il tumore di Rosa (prima stagione), e che causa alle detenute un terribile prurito. Basterà una sirena, un richiamo perentorio e ciascuna, con la propria divisa fradicia e il proprio Io rinvigorito, farà marcia indietro per ritornare in cella.
Mentre al di là della recinzione ci si ribella, all’interno Caputo, diventato direttore delle attività umane del penitenziario, deve correre ai ripari: come rimettere le cose a posto? Ordina ai suoi uomini di prepararsi in tenuta antisommossa (scena che con sarcasmo fa riferimento ad atti sessuali) – nulla può quell’orda di bambini incompetenti che in tenuta giocano invece di prendere il lavoro seriamente -, ma l’arrivo di una nuova squadra di poliziotti ci fa capire che qualcosa è cambiato.
“Work That Body For Me” dà inizio ad una 4° stagione che porta con sé vari mutamenti, peggiorando le condizioni già disumane delle ospiti (si pensi alla sequenza degli assorbenti igienici): Litchfield non è più organizzazione no profit e deve fare i conti con 100 detenute in più (ormai sono solo numeri non persone) e regole più rigide (svegliarsi alle 4:30 per fare colazione, fare turnazioni a causa del grosso numero di bocche da sfamare per il sovraffollamento). Questo darà luogo a nuovi scontri e a nuove alleanze, ed è mostrato chiaramente allo spettatore che vede il “nuovo” che incombe (dietro alle sbarre ci sono le detenute che faranno parte di Litchfield e che per ora non hanno una sistemazione). I problemi del sovraffollamento vengono spiegati attraverso la mostrazione di due luoghi fisici che assurgono a simbolo delle difficoltà a cui Caputo deve far fronte: la mensa (in cui le donne parlano di ciò che sta accadendo e di ciò che è accaduto – vedi la sparizione di Suzanne, il matrimonio di Morello) e il dormitorio (i letti a castello e le loro spartizioni).
“Work That Body For Me” ruota intorno a due temi che girano lungo due direttrici, dentro-fuori e fuori-dentro: Campo = Casa e Mondo Fuori = Terra Straniera (luogo bellissimo, affascinante anche, ma così attraente proprio perché c’è il “dentro” pronto ad accogliere nuovamente), e questo discorso poi si apre espandendosi fino a riflettere sul razzismo – elemento importante di questa stagione. “L’evasione” delle detenute ha un che di grottesco e comico: nessuna vuole veramente abbandonare la casa. Anche se sono prigioniere, ognuna vive bene in questo piccolo microcosmo che, come già avevamo detto nella scorsa stagione, ricalca perfettamente gli schemi e gli stilemi propri del mondo reale.
La meravigliosa Crazy Eyes e la dolce e ossessiva Maureen – in un dolcissimo quanto comico siparietto amoroso, fatto di pelle come burro di cacao e lobi morbidissimi – danno vita ad una piccola storia moderna che strizza l’occhio a Hansel e Gretel ma in versione lesbo. Fra i boschi le due donne giocano, scherzano, ma lo scherzo è bello quando dura poco per Crazy Eyes che vuole risvegliarsi da quel torpore. Suzanne ha bisogno di quegli orari da rispettare, quello della cena ad esempio (ripete che deve tornare a casa per quell’ora come si fa con i propri genitori), per mantenere il suo strano equilibrio (simbolo di ciò è il momento in cui finalmente mangia la sua razione con la lentezza di un rito da gustarsi fino in fondo).
È un paradosso eppure è proprio Crazy Eyes a rompere quel mondo immaginifico (chiama il time-out in una sincope temporale) che Maureen stava creando per loro, figlia di quel romanzo porno fantascientifico che la prima aveva scritto; ma quell’idillio non s’ha da fare. Se l’idea del non ritorno prima solletica la mente lunare della donna/bambina (la casetta di pan di zenzero in cui potrebbero vivere: godibilissimo il momento in cui Suzanne lecca la porta per sentirne il sapore), poi la spaventa e le resta solo una cosa da fare: fuggire dalla fidanzata, ormai già ex, per rimettersi la divisa.
Per quanto riguarda invece il rapporto dentro-fuori, non quello fuori-dentro, si declina in due sensi: da una parte c’è una sorta di nonnismo che le veterane attuano nei confronti delle “novizie” (una cellula nuova è accettata con fatica da una comunità già ben organizzata), dall’altra è la discorsivizzazione del razzismo. Ci si focalizza sulle ragazze nere. Loro non possono essere razziste afferma polemicamente e scioccamente una delle detenute perché non hanno potere (portandosi addosso tutte le vecchie lotte e le vecchie ingiustizie subite), questa idea però decade: Cindy, una delle più forti del gruppo, con una profondissima analisi sociale dice che l’America è sì terra di uomini liberi ma anche patria di razzisti e lei ne è dimostrazione. Cindy infatti si comporta da razzista nei confronti della sua nuova compagna di “stanza”, una ragazza mussulmana.
Fanno da contrappunto al bagno di libertà e ai discorsi razziali altre storyline: quella di Chapman, anzi Piper gangsta, che è convinta di essere jefa e che, incredibilmente, per il commercio di mutandine, convince anche le altre di essere tale (metafora di ciò è l’atteggiamento di deferenza delle altre) e quella di Alex Vause. La bionda, un tempo timida e riservata, ora ha completamente modificato il suo carattere, tracotante (dura e autoritaria con le nuove venute), piena di sé, ricorda molto Red; ma dove la porterà questa sua nuova veste? La nuova Piper si scontra con un nuovo personaggio, la rossissima, non a caso, Judy King il cui arrivo modificherà sicuramente gli equilibri.
Alex deve prima risolvere il problema che la stravagante e folle Lolly per salvarle la vita ha creato ai danni di un sicario del cartello, per finire poi col peggiorare la situazione. Vause e  Lolly danno vita ad alcuni dei momenti più tragicomici dell’episodio, in questo ossimoro concettuale tra commedia (il momento degli sms e delle foto hot inviate dal cellulare del sicario) e noir, divertissement e morte. Le due si trovano a dover salvare il salvabile con tutta il sarcasmo che è proprio di questo show ma non della situazione in sé. “La matematica dell’omicidio” ha un sapore particolare che dà un qualcosa in più a “Work That Body For Me”, soprattutto nel geniale finale in cui suona “Cut My Life Into Pieces” mentre Lolly e Vause aiutate dalla detenuta che si occupa della serra fanno a pezzi il morto.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Crazy Eyes
  • Alex e Lolly
  • Piper gansta
  • Il rapporto dentro-fuori, fuori-dentro
  • La nuova riorganizzazione dello spazio
  • L’arrivo di Judy King che smuoverà gli equilibri
  • L’ironia e il sarcasmo, elementi fondanti di questo episodio.
  • Forse vi è un po’ di caos in questo primo episodio a causa delle troppe storyline.
Orange Is The New Black apre questa quarta stagione con un buon episodio che riprende le fila del discorso ma stando un passo indietro, forse per la troppa carne al fuoco. Dalla sua ha situazioni surreali legate a Crazy Eyes e a Alex e a Lolly in cui si sorride ma anche il discorso interessante legato alle questioni razziali. “Work That Body For Me” fa ben sperare in un’ottima stagione vestendosi più da commedia (grazie appunto a Crazy Eyes, Lolly e anche a questa nuova, insopportabile Piper) che da tragedia. Almeno per ora.
Trust No Bitch 3×13 ND milioni – ND rating
Work That Body For Me 4×01 ND  milioni – ND rating

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from Recensioni

error: Nice try :) Abbiamo disabilitato il tasto destro e la copiatura per proteggere il frutto del nostro duro lavoro.
Go to Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: