Marvel’s Iron Fist 1×10 – Black Tiger Steals HeartTEMPO DI LETTURA 9 min

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In questa recensione si faranno due cose. La prima: si parlerà della puntata in sé (altrimenti che recensione sarebbe?). La seconda: tratteremo del celeberrimo caso di whitewashing, visto che l’introduzione di Davos fornisce l’occasione migliore per poter affrontare una questione che avremmo comunque trattato.

La recensione
Nella recensione di “Snow Gives Away” si era scritto che Marvel’s Iron Fist sarebbe stata una serie molto lenta. Nonostante l’incredibile scorrevolezza della narrazione, l’incedere della storia è avvenuto in modo parsimonioso, facendo sì che la stagione scegliesse accuratamente degli episodi in cui effettuare una massiccia evoluzione di trama. Marvel’s Iron Fist, insomma, si è comportato come un aereo che decolla in slow motion. Con “Black Tiger Steals Heart”, la serie ormai è decollata proprio e, non contenta, aumenta pure velocità, preparandosi a quello che si prospetta uno spettacolare atterraggio.
La rivelazione della vera identità di Bakuto e l’introduzione di Davos – con conseguente fuga a suon di botte dal complesso studentesco della Mano – rappresentano indubbiamente i momenti più alti della 1×10. L’arrivo di Davos lo è per il debutto di questo personaggio, in quanto nei fumetti è sempre stato trattato come l’arcinemico di Iron Fist, conosciuto come Steel Serpent, bisogna quindi prepararsi ad una iniziale bromance che sfocerà in una accesissima ed aspra rivalità, magari anche a partire da questa stagione. Sotto questo aspetto, vale la pena notare una mossa decisamente apprezzabile da parte della serie: ancora non si sa se verrà rinnovato per un’altra stagione ma, comportandosi come se dovesse continuare all’infinito, si introduce colonne portanti del mythos di Danny Rand, costruendo intorno a lui un piccolo microcosmo narrativo. Scelta alquanto professionale e decisamente encomiabile, segno di quanto gli autori tengano nel portare avanti Marvel’s Iron Fist. Bakuto, invece, è croce e delizia.
Più che per il personaggio in sé, Bakuto si lascia ricordare per la funzione che svolge e come la svolge. Detta in parole povere, si comporta come una sorta di Yoda malvagio, formidabile tanto coi pugni che con le parole. Il punto è che, per quanto incisivo e indubbiamente suggestivo nel suo modo di (im)porsi con il cast e nella narrazione, il suo ruolo è inserito a forza nella storia. Non è una presenza sfuggevole come Madame Gao, o una presenza fissa come Kingpin, entrambe figure fatte per durare e invischiarsi in mille e più affari. Bakuto puzza di stantio e sembra quasi “programmato” per non avere lunga vita all’interno della stagione. Forse, a livello inconscio, si avverte la data di scadenza che brilla a lettere cubitali sulla sua fronte, non dando al personaggio troppo peso. Apprezzabile però la scelta di inserirlo, aumentando così le avversità che Danny Rand ha dovuto affrontare in questa stagione, valorizzando il concetto dell’antichità e del retaggio sia di Iron Fist che della Mano.
A fare da contorno a tutto questo c’è la rottura tra Colleen e Randy. Più che sulla rottura in sé, vale però la pena soffermarsi sui perché dietro questa. Viene infatti fuori uno dei concetti più sottovalutati, anche all’interno dei fumetti, concetto affrontato maggiormente quando ci si trova a parlare della Mano: indipendentemente da chi siano i buoni e i cattivi, K’un-Lun e la Mano portano avanti una battaglia più vecchia della nascita della civiltà. Così vecchia, che si è addirittura perso il vero motivo dietro il perché uno debba distruggere l’altro. Nonostante ciò, in nome della tradizione, continuano reclutamenti ed addestramenti massicci che portano anche all’indottrinamento totale verso la causa. I risultati? Questi. Mettersi un paraocchi tipico dei cavalli e andare avanti per la propria strada, senza se, senza ma. Un po’ come Internet nel 2017. A proposito di questo…

Piccola premessa
Partiamo con una domanda difficile. Qual è il problema che i sedicenti critici ed espertoni hanno visto in Marvel’s Iron Fist? Probabilmente due:

  1. il celeberrimo, infondato e insensato, episodio di whitewashing
  2. la precedente mezza delusione chiamata Marvel’s Luke Cage.

Partendo dalla seconda, la reputazione dell’iniziativa dei Difensori, simile a quella dei Vendicatori, ha sortito una grande risposta dal pubblico sopratutto grazie alla prima stagione di Marvel’s Daredevil: autentica rivelazione del genere supereroistico. Da li, è stato tutto un crescendo di qualità e fama. Luke Cage, al contrario, si è dimostrata una vera e propria occasione sprecata, nonché disponibilità di potenziale mal sfruttato. È vero, Marvel’s Iron Fist manca di quel non-so-che di epico, ma rimane comunque un serial dignitoso che regala sorprese e soddisfazioni. Però è possibile che questi “critici” siano in qualche modo rimasti scottati da Luke Cage, tanto da vedere in Iron Fist un’occasione per scagliarcisi contro. Beh, ottimo esempio di professionalità, complimenti.
Per il primo, la cosa si fa più complessa. Si avverte fin da subito che il tema che andremo ad affrontare è molto forte e molto delicato perché va a toccare argomenti abbastanza spigolosi e che potrebbero offendere la sensibilità del lettore. RecenSerie tiene a dire fin da subito che non vuol offendere nessuno, ma semplicemente analizzare e spiegare il fenomeno del whitewashing circoscritto a Marvel’s Iron Fist a livello accademico, come se fosse un’analisi scientifica. La redazione si impegna a usare i miglior tatto possibile. Ai nostri lettori chiediamo, invece, la massima collaborazione nel leggere attentamente le nostre parole.

La polemica del whitewashing
Nell’adattamento di una serie tratta da un altro media, l’attinenza al materiale originale e la resa che poi viene tradotta in termini televisivi sono importanti. Iron Fist nacque nel 1974 dai fumettisti Roy Thomas e Gil Kane e, leggete bene quella data: 1974. “Casualmente”, quell’anno è anche lo stesso in cui debutta Luke Cage: un afroamericano che, in pieno scandalo Watergate, si fa pagare per fare il supereroe. Era un periodo molto delicato e che ha visto al centro di numerose polemiche socio-politiche il termine “razza”.
Notizia flash: se provate ad andare su Wikipedia e cercare il concetto di razza, vi appariranno due pagine, la seconda avrà la specificazione “categorizzazione umana”, questo perché il termine “razza” è solo un vocabolo specificativo. Nonostante ciò, l’uomo ha trovato il modo di utilizzare il termine “razza” per qualcosa: identificare la classificazione degli esseri umani in gruppi in base ai loro tratti fisici, alla discendenza, alla genetica, alle relazioni sociali o alle relazioni tra queste caratteristiche. In ambito scientifico la maggior parte degli esperti sono d’accordo nel ritenere che il termine razza sia inutilizzabile se riferito all’uomo, poiché pensano che il suo uso sia semplicistico e ritengono che per gli uomini il concetto di razza non abbia alcun significato, considerato che tutti gli umani appartengono alla stessa specie: l’Homo sapiens sapiens.
Tutto questo spiegone per introdurre la polemica del whitewashing che è di per sè ancora attuale ma è altresì forzata molte volte, per esempio in questo caso si pretendeva un attore asiatico o asioamericano invece che uno bianco caucasico (nonostante nei fumetti Danny Rand sia così). Danny Rand, da che mondo è mondo, è sempre stato bianco caucasico e biondo, quindi la “problematica” del whitewashing non sussiste. Questo non solo perché, anatomicamente parlando, questa combinazione è più appetibile per più fasce di pubblico (gli stessi disegnatori di anime e manga tendono ad occidentalizzare i volti dei propri personaggi per renderli meno orientali e più appetibili al pubblico) ma anche perché era funzionale allo scopo di Thomas e Kane. Come dicono testuali parole di una sua recente intervista su questo episodio di whitewashing: “He wasn’t intended to stand for any race. He was just a man who was indoctrinated into a certain thing.”. Ed ecco perché Iron Fist esiste. Quindi, tutta sta grandissima cazzata (scusate il francesismo) del whitewashing non sussiste perché niente è stato trasformato, la crew si è semplicemente attenuta al materiale originale.
Piuttosto che verso Danny, il discorso andrebbe fatto verso Davos. Se tutti su K’un-Lun sono asiatici come si giustifica la presenza di un personaggio dallo spiccato accento britannico (Sacha Dhawan è infatti un attore inglese di origini indiane)? Ma chiaro che Internet ed i critici non si indignano per queste cose, in fin dei conti Davos non è un personaggio di punta.

Poteva RecenSerie non sbattersi per voi a raccattare tutte le curiosità, e le ammiccate d’occhio per questa incarnazione live-action di Pugno D’Acciaio? Maccerto che no! Doveva eccome! Per la gioia dei nostri carissimi lettori, di seguito, come fatto per Marvel’s Agents Of S.H.I.E.L.D.Marvel’s Agent Carter e Marvel’s Daredevil eccovi la “guida” a tutti i vari easter eggs e trivia sulla puntata.
  1. Fa il suo debutto Davos. Comparso per la prima volta su Deadly Hands Of Kung Fu #10 del 1975, Davos è il vero nome di Steel Serpent: il peggior nemico di Iron Fist. Sulle bustine di droga che si intravedono da “Speak Of The Devil” in poi, compare un simbolo raffigurante un serpente stilizzato di colore rosso. Quel simbolo è il logo che porta sul petto Davos, simbolo che certifica l’ottenimento del chi avendo affrontato il drago Shou-Lao senza permesso.
  2. Ora che Bakuto si è rivelato, possiamo dirlo: il personaggio compare sulle pagine di Daredevil #505 del 2010 e si presenta come un daimyo della Mano, scelto da Daredevil per rappresentare la Mano nel distaccamento posto in Sud America quando Matt Murdock era a capo della setta. Purtroppo per lui, Bakuto confidava troppo nelle armi odierne e troppo poco delle classiche tecniche ninja, finendo ucciso su Daredevil #507 del 2010.
  3. Nel filmato risalente ai tempi della guerra in cui figura un Iron Fist in azione (che, tra parentesi, è stato grandioso da vedere) lo spettatore ha un’idea del costume del personaggio, sopratutto della sua maschera a bandana. Guardando attentamente il video, il costume ricorda tanto quello dell’Iron Fist Bei Bang-Wen. Per quanto riguarda chi sia quell’Iron Fist, attualmente non ci è dato sapere. Però si pensa che sia Orson Randall, in quanto (fra tutti gli Iron Fist conosciuto) è l’unico che ha combattuto in una delle due Guerre Mondiali; nel fumetto, era nella Prima. 
THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Bakuto
  • Davos
  • Battaglia finale
  • Danny “VS” Colleen
  • Il filmato dell’Iron Fist del 1948
  • La serie è decollata
  • Bakuto: terzo villain incomodo
  • L’influenza di Internet
Con “Black Tiger Steals Heart”, Marvel’s Iron Fist confeziona una puntata mozzafiato che fa saltare lo spettatore sui divani come le scimmie, magari imitando anche mosse di kung-fu. Qui però non siamo alla WWE e non vi diciamo “don’t try this at home”: prendetevi pure bene e continuare la visione della serie che finora non ha fatto altro che meritarsi fiducia per umiltà e godibilità. In questa recensione ci siamo anche presi la libertà di chiarire e smontare le polemiche sul whitewashing, ingiuste calunnie che stanno distraendo gli spettatori dagli aspetti su cui bisognerebbe davvero concentrarsi. 
The Mistress Of All Agonies 1×09 ND milioni – ND rating
Black Tiger Steals Heart 1×10 ND milioni – ND rating

Nato da un'idea di Stefano Accorsi e appassionato di fumetti, telefilm, film, musica e scrittura. Si unisce a RecenSerie perché gli piaceva troppo dire la frase: "Ogni recensione in più, è un passo in meno per ottenere una cattedra nell'insegnamento". Non è un idiota, è solo che lo disegnano e caratterizzano così, e Frank Miller non è pagato abbastanza per abbassarsi così tanto. E' destinato a salvare la cheerleader: il problema è che già conosce poco la geografia di casa sua, figuriamoci se sappia dove si trovano gli Stati Uniti.

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