The Blacklist: Redemption 1×03 – Independence, U.S.A.TEMPO DI LETTURA 3 min

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Al centro di questo episodio abbiamo la rappresentazione di una “tipica cittadina degli Stati Uniti”, almeno come la vedono i russi. Di essa viene data una visione distopica, più vicina, tanto per capirci, al clima claustrofobico delle Stepford Wives di Ira Levin che ad un Breakfast Club.
Nella suddetta cittadina vengono preparate le migliori spie, non solo per infiltrarsi in America, ma proprio per prendere il posto di specifiche persone, addirittura accentuando la somiglianza con la chirurgia plastica.
Niente paura, però, qui a Tom Keen viene chiesto di fare ciò che sa fare meglio, cioè assumere l’identità di qualcun altro e quindi lui esegue il compito con notevole successo. Naz lo aiuta e questo dà spazio ad un graditissimo approfondimento di questo personaggio.
Si rivede, inoltre, Howard Hargrave: sembra proprio pazzo, causa rifiuto di prendere i medicinali prescritti, ma riporta prepotentemente la narrazione sui binari principali e regala un colpo di scena finale veramente da brividi. Che Susan sia in realtà un doppione della vera Scottie, uccisa anni fa, sembra un’ipotesi un po’ iperbolica, ma quando si capisce l’ossessione del fondatore dell’Halcyon Aegis per l’operazione Northern Star, ricordare la scena in cui Reddington definisce Lizzie sua “stella polare, via per tornare a casa”, prende tutto un altro sapore e si tinge di toni inquietanti. Per tacere dei sospetti sempre in agguato sulla vera identità di Red e dell’agente Keen.
Tutti punti positivi. Occorre quindi fare un’analisi del perché gli ascolti, già partiti col piede sbagliato, abbiano visto un ulteriore, significativo calo.
A parte il secco “No James, no party” contrapposto da molti fans di The Blacklist, si potrebbe trattare di un problema di sesso fuori luogo. Insomma, nonostante le piccanti avventure in ogni parte del pianeta raccontate da Mr. Reddington e le sue battutine allusive, messe lì ogni volta sia possibile, in realtà non lo abbiamo mai visto a letto con una donna. La massima intimità è stata con Josephine Moliére, mentre entrambi rimiravamo qualche squisito animaletto di vetro. In questo spin-off, invece, viene sottolineato ad ogni piè sospinto quanto sia panterona Susan. Questo, più che creare situazioni sexy, annoia un po’ e lascia pensare che gli antidepressivi le abbiano lesionato la zona del cervello preposta alla regolazione degli appetiti carnali. La parte del casto Giuseppe (quello della Bibbia, venduto dai fratelli) tocca invece a Tom, il quale proclama ancora una volta l’amore per la “vera moglie” Lizzie.
(A proposito di Scottie e dei suoi rapporti con le persone a lei più vicine, lascia spiazzati, ma in modo tutto sommato piacevole, sentirla definire “fratello” da Mr. Solomon, nel senso di “persona a cui devo la vita, per cui sono pronto a tutto”.)  
Un altro punto è sfavore è che questa mini serie sembra un escamotage, inventato a tavolino, per dare “sfogo igienico”, senza troppe conseguenze, ad alcune idee che, se inserite nella serie madre, l’avrebbero ulteriormente appesantita e rallentata, se non compromessa definitivamente, dopo lo scotto già pagato per i cambiamenti in corso d’opera, necessari quando si è voluta inserire la nascita di un bambino nella storia. Questo certo non aiuta a confezionare un prodotto indimenticabile che possa diventare un appuntamento fisso per una platea di affezionati.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Approfondimento del personaggio di Naz
  • Trama compatta e avvincente
  • “Questa donna è mio fratello”, insolito ma piacevole
  • Colpo di scena finale (con ritorno di Howard Hargrave)
  • L’ambiente agghiacciante del “villaggio americano”…
  • …dove una caratteristica fondamentale sono le molestie sul luogo di lavoro
La prossima sarà già la quarta delle otto puntate previste per questo spin-off. La carne al fuoco c’è tutta e promette bene, perché Susan sta per arrivare alla meta, nella ricerca del figlio perduto. Rimane, purtroppo, la scarsa volontà e/o capacità di elevare gli ingredienti di cui la serie è composta. Anche al “keep it simple” c’è un limite. Peccato, perché la materia prima non è male. Fossimo a Masterchef, qualche cuoco (qui qualche sceneggiatore) dovrebbe togliersi il grembiule e andare a casa.
Kevin Jensen 1×02 4.76 milioni – 1.0 rating
Independence, U.S.A. 1×03 3.69 milioni – 0.7 rating

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