Gypsy 1×01 – The Rabbit HoleTEMPO DI LETTURA 4 min

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La stagione estiva 2017 di Netflix sta confermando in tutto e per tutto il modus operandi adottato da qualche anno a questa parte da quello che è, insieme ad Amazon, il più grande broadcast content creator. Avendo reso disponibile ad inizio Giugno la quinta stagione di Orange Is The New Black e in attesa di rilasciare ad Agosto la prima stagione di The Defenders (due prodotti con un vasto pubblico già sedimentato e dal successo assicurato in partenza), nel mezzo può ragionevolmente permettersi di sperimentare promuovendo nuove serie, pubblicizzandole sotto l’ormai consolidato slogan “Originale Netflix”. Se dal lato prevalentemente comedy la sorpresa osannata da pubblico e critica è stata la recentissima Glow, dal lato prevalentemente drama ecco spuntare Gypsy: per quanto possibile intuire da questo pilot, dieci episodi con qualche spunto molto interessante, zavorrati da qualche problema.
 
Jean:I used to believe that people determined their own lives. We were in control, commanding our futures, choosing our spouses, picking professions, responsible for the decisions that shape the course of our lives. And yet, there is one force more powerful than free will. Our unconscious. Underneath the suits, behind closed doors, we’re all ruled by the same desires. And those desires can be raw and dark and deeply shameful.
 
La trama mostrata finora è piuttosto semplice, lineare – pur sottolineando una sfumatura thriller – e riassumibile sinteticamente in una psicoterapeuta in carriera, di imprecisata età, che talvolta assume l’identità fittizia di Diane per sostituirsi ai propri pazienti nelle loro relazioni. La Jean Holloway interpretata dalla sempre giovane Naomi Watts è sicuramente il punto forte di Gypsy, forte di una recitazione veramente calata nella parte e del pedigree dell’attrice stessa che si ritrova a impersonare un ruolo per certi versi molto simile a quello che la lanciò nell’olimpo di Hollywood nel cult di David Lynch, Mulholland Drive del 2001. Come allora, anche qui la protagonista si snoda attraverso due personalità, o per meglio dire rappresentazioni, di se stessa. Lo stesso pseudonimo, Diane, viene utilizzato in entrambe le opere a rimarcare quella che è la più grande citazione presente nei quasi sessanta minuti di pilot. Al tempo stesso però, sembra quasi che “The Rabbit Hole” non voglia osare più di tanto nello spingere l’acceleratore sul fattore psicologico e proprio per questo sarebbe estremamente ridondante, per esempio, una lettura della protagonista in chiave freudiana come era invece possibile fare per il capolavoro di Lynch. Non è detto che questo non avvenga nei prossimi episodi, con l’introduzione di più dinamiche di controllo e di potere tra i vari protagonisti – tali magari da accontentare tutti i fan orfani di Hannibal -, ma per il momento sembra che l’esordiente Lisa Rubin, la creatrice della serie, si sia limitata a fare il compitino.
Non ha aiutato, in questo senso, il recente cambio di mentalità da parte di Netflix che finalmente ha deciso di calare la falce seriale su alcuni suoi prodotti, interrompendo quella fiducia assoluta e indiscriminata nei confronti degli autori che l’aveva da sempre contraddistinto. Comprensibilmente quindi gli autori possono aver perso, soprattutto se alle primissime armi come in questo caso, la spericolata sfrontatezza che aveva permesso la realizzazione tra le altre cose di The OA e/o Stranger Things.
Più difficile da perdonare è la stessa timidezza da parte della regia, affidata qui come nel prossimo episodio a Sam Taylor-Johnson, la stessa regista del controverso Cinquanta Sfumature Di Grigio. Seppure alcune inquadrature risultino molto interessanti (particolarmente riuscito è il gioco di specchi mentre Jean semplicemente passeggia per le strade di New York, che uscendo/entrando dall’obiettivo della camera rende bene le molteplici personalità della protagonista), il montaggio fatto di frequenti ed improvvisi tagli temporali spezza e annichilisce completamente tutta la carica emotiva e seduttiva che la Watts riesce a mettere in mostra. Considerando tutto l’evidente impegno che l’attrice sta infondendo in questo ruolo per rappresentare al meglio l’evoluzione tra una tranquilla professionista innamorata della sua famiglia e una cupa antieroina in preda ad emozioni primitive e selvagge, viaggiare con il freno a mano tirato è semplicemente una mancanza di rispetto nei confronti delle sue ancora sensualissime 49 primavere.
 
Diane:Just there’s so much we don’t understand. I like to see beneath the surface, subtext. Like, for example,…
Sidney:How vain it is to sit down and write when you’ve not stood up to live.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Naomi Watts 
  • L’evoluzione tra Jean e Diane non è mai troppo repentina
  • La fotografia
  • Serie che potrebbe evolvere in qualsiasi cosa
  • Fattore psicologico poco approfondito
  • Montaggio costantemente anticlimatico
  • Poco coraggio in generale
  • Serie che potrebbe evolvere in qualsiasi cosa

 

In definitiva, “The Rabbit Hole” è ancora troppo poco per poter dirimere un giudizio definitivo su questa nuova serie targata Netflix. Ci sono diversi spunti potenzialmente molto interessanti e alcuni problemi che si possono risolvere nel giro di pochi episodi, quindi per il momento attestiamo una sufficienza piena. Quel che è certo è che non ci si può affidare in toto all’attrice protagonista per mandare avanti tutta la baracca. Neppure se quell’attrice è una Naomi Watts in stato di grazia.

 

The Rabbit Hole 1×01 ND milioni – ND rating

 

 

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Dario ha circa 20 anni e continuerà ad averli fintantoché un dipinto in soffitta invecchierà al posto suo. Alcune leggende raccontano di una grande passione per il tabacco, i libri americani, il cinema e l’alcol, ma una estrema ricerca della perfezione come virtù lo tengono lontano da ogni eccesso. Mentre non si impegna a capire perché gli è sconsigliato vivere di notte come i gatti, scrive legge e fa.

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