Turn: Washington’s Spies 4×04 – NightmareTEMPO DI LETTURA 7 min

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Rivington: “The Sons of Liberty happened. I ran opinions on both sides of an issue, but they thought that any word that did not actively indict the Crown was a sin to be punished. And punish they did. Attacked my shop at Hanover Square, smashed the presses and drove me from the colonies.”
Townsend: “So now you’ve returned to take your vengeance.”
Rivington“Each action bears conseguence, Robbie. And I am theirs.”
Townsend“You’ve let them beat you.”
Rivington“I’ve let them teach me. One cannot speak truth to power if power has no use for truth. For all their talk of liberty and virtue, the Patriots are as zealous and intolerant as the enemy they seek to defeat. And my ‘rhetoric’ does not hold a candle to their roaring flame.”
 
Accanto alla qualità della ricostruzione storica (piegata spesso alle esigenze della narrazione e della libera creazione artistica, ma nel complesso fedele alla vera storia), alla bravura del cast e alla creazione di trame quasi mai banali e scontate, uno dei motivi per cui Turn è tra i migliori prodotti audiovisivi dedicati alla storia della Rivoluzione americana sta nella sua capacità di rappresentare luci e ombre di entrambe le fazioni in lotta, rifuggendo da qualsiasi facile schema manicheo contrapponente i buoni, onorevoli e virtuosi patrioti statunitensi ai corrotti, crudeli e spregevoli oppressori britannici, cercando piuttosto di restituire un’immagine più sfaccettata e controversa dei paladini della rivoluzione. Il racconto che James Rivington fa a Robert Townsend potrà non essere utile ai fini narrativi, ma oltre a conferire un minimo di background a un personaggio che finora era sempre apparso come un amorale editore interessato agli scoop giornalistici, più che alla verità, aggiunge un ulteriore tassello a quell’immagine tutt’altro che agiografica delle forze rivoluzionarie che già le torture a Simcoe all’inizio della prima stagione, il vergognoso trattamento imposto al maggiore Hewlett nella seconda, la sorte di Sarah nella terza e tanti altri piccoli episodi avevano costruito: questa volta sono i Sons of Liberty, organizzazione nata prima della guerra d’indipendenza per difendere i diritti dei coloni e opporsi alle politiche di tassazione britannica, ad apparire come un gruppo di fanatici e di fondamentalisti, capaci persino di devastare una stamperia e di spingere un uomo a fuggire dalla propria terra per non essersi schierato esplicitamente dalla loro parte. Anzi, se i trattamenti subiti da Simcoe, da Hewlett, da Sarah e da altri sono in qualche modo “giustificati” dall’eccezionalità del contesto militare, rispetto alla quotidianità della vita sociale e dalla mancanza di una normativa per il trattamento dei prigionieri di guerra (per le convenzioni di Ginevra bisognerà aspettare almeno un secolo), l’atto dei Sons of Liberty appare invece ancora più grave e difficile da approvare perché è un crimine compiuto in un ambito civile, per di più antecedente allo scoppio della guerra d’indipendenza, da parte di gente che fin dal nome della propria società si fregiava del titolo di paladino della libertà. La bontà di una causa, per quanto grande possa essere, non dovrebbe mai giustificare atti del genere.
A proposito della causa rivoluzionaria, raramente in queste quattro stagioni essa è apparsa tanto traballante e a rischio di fallimento quanto in “Nightmare” (anche se è ovvio che alla fine i patrioti trionferanno e fonderanno gli Stati Uniti d’America, è storia che tutti conoscono). All’interno, la minaccia maggiore è rappresentata dalla solita, cronica mancanza di fondi per le paghe dei soldati che ha già causato il tradimento di Arnold e che adesso spinge interi reggimenti a un vero e proprio ammutinamento, già annunciato peraltro in “Blood for Blood“, che non si conclude in un bagno di sangue solo per la pronta mobilitazione dei comandanti e delle truppe a loro fedeli. Ancora una volta la serie manipola liberamente la storia, mescolando assieme due episodi distinti ma collegati tra loro, ossia gli ammutinamenti della Pennsylvania Line e della New Jersey Line, entrambi risalenti al gennaio 1781: come nel primo, si ribellano le truppe della Pennsylvania e a sedare la rivolta interviene il generale Anthony Wayne, mentre del secondo è ripresa la pena inflitta ai capi rivoltosi, ossia di essere fucilati dai propri stessi uomini. La sequenza dell’esecuzione ben rende l’angoscia dei fucilieri, costretti a farsi boia degli stessi ufficiali che hanno fiduciosamente seguito: l’esasperante lentezza del loro avanzare, l’ordine “Closer!” ripetutamente tuonato da un gelido generale Wayne, il tremolio nel momento di prendere la mira, l’inevitabile conato di vomito seguito dai “Do not look away!” del solito Wayne, tutto sotto gli sguardi colmi di disgusto e disapprovazione di Tallmadge ed Hamilton, mentre Washington (l’autore della sentenza, o almeno così si intuisce) osserva dalla finestra, di certo non fiero di ciò che ha appena visto ma consapevole che per mantenere la disciplina in un esercito bisogna compiere gesti estremi, biasimevoli.
All’esterno, invece, il pericolo maggiore è rappresentato da Arnold, finalmente a capo di una legione di lealisti, e da Simcoe, che se non ha ucciso Caleb lo ha comunque ridotto a un rottame incapace persino di lanciare come si deve un’ascia. L’alleanza tra i due ufficiali britannici è “ufficialmente” sancita da una scena che ha tutto il sapore del giuramento di fedeltà di un vassallo al proprio signore; tuttavia si tratta di un’unione traballante, fondata sulla menzogna e sui segreti, perché Simcoe tiene per sé le informazioni riguardanti il coinvolgimento di Abraham Woodhull nel Culper Ring (vorrà sicuramente occuparsene personalmente) e tace anche sull’ambiguo ordine ricevuto da Henry Clinton di rilevare il comando della legione in caso di morte o “incapacità” del generale traditore (“I leave the definition of ‘incapacity’ to your own judgement”). Benché sia difficile prevedere gli sviluppi futuri, è chiaro che uno come Simcoe non potrà rimanere a lungo un docile sottoposto.
Non tutto il male viene per nuocere, comunque, e proprio le azioni di Simcoe e di Arnold offrono paradossalmente il pretesto ad Abe di imbarcarsi in una nuova missione per la cattura del generale voltagabbana, che Washington vuole processare e giustiziare per farne un esempio per i suoi uomini (come nota Tallmadge, la defezione di Arnold continua a perseguitare e a danneggiare l’esercito continentale anche a mesi di distanza): difatti, la morte del giudice Woodhull a Lyme, che il giornale di Rivington si è affrettato ad attribuire ai ribelli, giustificherebbe ampiamente la decisione di Abe di arruolarsi nella nuova milizia di Arnold per vendicarlo, permettendogli di avvicinarsi al bersaglio, di tenerne sotto controllo i movimenti e di favorirne la cattura. Ciò che desta maggior interesse, però, è lo stato d’animo in cui si trova Abe: da un lato prova dei forti sensi di colpa per la morte del genitore, come dimostra la sequenza onirica iniziale, l’incubo che dà il titolo alla puntata e che rappresenta quasi sicuramente, salvo flashback futuri, l’ultima occasione in cui vedere in azione Kevin McNally nella serie (a parte alcune scene da cadavere più avanti); dall’altro, la scoperta che dietro la morte del genitore c’è Simcoe alimenta in lui un desiderio di vendetta che rende ancora più personale e sentita questa partecipazione alla rivoluzione americana. Il rischio, adesso, è che le esigenze egoistiche finiscano per avere il sopravvento sulla missione, mandando a monte la cattura di Arnold; del resto, anche il fatto che Simcoe voglia sbarazzarsi di Abe una volta per tutte sembra rendere questa nuova impresa del coltivatore di cavoli di Setauket un disastro annunciato.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’alleanza Simcoe-Arnold, tanto pericolosa quanto fragile
  • Il racconto di Rivington sul proprio passato e sui Sons of Liberty
  • L’angosciante esecuzione degli ufficiali statunitensi ribelli
  • I propositi di vendetta di Abe Woodhull
  • Puntata sostanzialmente di transizione e di preparazione

 

La decisione di Abe di arruolarsi nella nuova milizia di Benedict Arnold rappresenta l’unico consistente avanzamento della trama in un episodio che, per quanto ben fatto e privo di sbavature (sarà un caso che non si è vista nemmeno per un secondo Peggy Arnold?), è sostanzialmente di transizione, di passaggio, che raccoglie le fila della narrazione sconvolta dal conflitto a fuoco di “Blood For Blood” e prepara il terreno per gli eventi futuri.

 

Blood for Blood 4×03 0.65 milioni – 0.1 rating
Nightmare 4×04 0.65 milioni – 0.12 rating

 

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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