Philip K. Dick’s Electric Dreams 1×03 – The CommuterTEMPO DI LETTURA 9 min

in Philip K. Dick’s Electric Dreams/Recensioni by

Ed“This is for a town that doesn’t exist.”
Martine“It’s a town that almost existed. I think that’s somehow different.”

Nell’approcciarsi a Philip K. Dick’s Electric Dreams, chiaro tentativo da parte di Channel 4 di trovare un degno sostituto di Black Mirror dopo il suo trasferimento sul colosso Netflix, e nel valutarlo bisogna tener presente tre fattori. Il primo fattore è la natura antologica dei singoli episodi: ogni puntata racconta storie diverse, ambientate in diverse epoche se non addirittura su diversi corpi celesti, con diversi protagonisti, e di conseguenza il lavoro di worldbuilding e di caratterizzazione dei personaggi non può essere approfondito ed esteso come quello di un’intera stagione. Il secondo fattore è il tipo di materiale da cui parte la trasposizione televisiva: non si parla certo di romanzi, come succede ad esempio per The Man in the High Castle, bensì di racconti brevi di quindici-venti pagine, vere e proprie finestre che si aprono per qualche istante sui molteplici mondi creati dalla fantasia dello scrittore di Chicago; questo vuol dire che, per arrivare a coprire l’intero minutaggio dell’episodio, bisogna ampliare questa materia grezza. Il terzo e ultimo fattore, forse il più importante, è lo stile stesso di Philip K. Dick, scrittore che tende a mettere in dubbio continuamente in cui i personaggi vivono e si muovono (basti pensare al suo capolavoro Valis), a sollevare nuove domande invece di dare risposte, a offrire finali aperti, enigmatici e da interpretare piuttosto che conclusioni chiuse e compiute; l’adattamento televisivo, per quanto trasponga la narrazione su un altro medium e la alteri in maniera più o meno profonda, non può totalmente mettere da parte queste caratteristiche della prosa dickiana. E’ anche vero che i finali aperti bisogna saperli scrivere, perché la linea che separa una conclusione suggestiva e poetica da una alla cazzo di cane fatta male è molto, molto sottile, e soprattutto bisogna porre un simile tipo di finale a chiusura di una storia soddisfacente, che offra qualcosa su cui riflettere. Storie soddisfacenti e finali ben fatti sono mancati nelle prime due puntate di Electric Dreams; per fortuna la terza, The Commuter, inverte la tendenza.
Il racconto omonimo fu pubblicato sul numero di agosto-settembre 1953 su Amazing Stories e rispetto alle altre storie brevi dell’autore scelte per questa prima (e magari non ultima) stagione di Philip K. Dick’s Electric Dreams è sicuramente la meno fantascientifica: la vicenda non si svolge su lontani pianeti o in future città, ma tra quartieri periferici e stazioni ferroviarie, a bordo di semplici treni e non di astronavi, tra pendolari e persone comuni e non robot o alieni. In maniera sottile e tutt’altro che banale, in quelle poche pagine Dick affrontava il tema delle realtà alternative e del passaggio dall’una all’altra, che avrebbe poi ripreso in opere successive come The Man in the High Castle e The Crack in Space. La ricerca di Macon Heights, un quartiere che non sarebbe dovuto esistere ma verso cui molti pendolari viaggiavano, si traduceva nel passaggio dalla realtà in cui non esisteva a quella in cui effettivamente esisteva, con conseguenze apparentemente insignificanti sul resto del mondo ma fondamentali per il protagonista, il capostazione Bob Paine. L’episodio, scritto da Jack Thorne e diretto da Tom Harper, riprende l’idea iniziale del racconto ma introduce notevoli differenze rispetto alla fonte: il ruolo di protagonista passa al bigliettaio Ed Jacobson; è introdotta ex-novo la tematica del rapporto conflittuale col figlio adolescente; la figura di Critchet, il pendolare che dà il via alla vicenda, è sostituita da un’avvenente giovane donna, Linda, che si rivelerà ben più di quanto sembra. La direzione che la puntata prende a un certo punto è ben diversa da quella della storia di partenza e anche il finale differisce, rivelandosi tuttavia efficacissimo e, soprattutto, meno fumoso e inconcludente di quelli di “The Hood Maker” e “The Impossible Planet”.

“He reminds me of you. That’s why I can talk to him. The true you. Not the one with the fake smile spread across your face. […] And actually I’m more frightened of you when you’ve got that fake smile on than I am of him.”

Ed Jacobson è interpretato da un mostruoso Timothy Spall, attore noto al grande pubblico per il ruolo di Peter Minus nella saga filmica di Harry Potter ma capace di destreggiarsi con successo e indubbia bravura tanto in ruoli comici, come il ridicolo Lord Emsworth di Blandings, quanto drammatici, e a tal proposito basterebbe citare il pittore J. M. W. Turner in Mr. Turner. Sul suo volto aleggia costantemente il sorriso di chi ha una vita grigia e difficile ma si sforza comunque di nascondere il dolore dietro una forzata espressione di felicità: è un sorriso a tratti inquietante, al punto che la moglie ne è spaventata ancor più delle crisi del figlio Sam.
L’esistenza di Ed si consuma tra un matrimonio ormai freddo, un rapporto praticamente inesistente con un adolescente problematico (al di là di qualche goffo e infruttuoso tentativo di instaurare un dialogo tra padre e figlio), un grigio impiego alla stazione ferroviaria privo di soddisfazioni e monotono. La scoperta della presunta esistenza di un quartiere che non è segnato in nessun itinerario ferroviario diventa per lui l’occasione più unica che rara di concedersi un’avventura, di evadere seppur per qualche ora dall’insulsa routine quotidiana. Macon Heights non dovrebbe esistere perché il progetto della sua fondazione fu bocciato, eppure c’è gente che vi si reca e lo stesso Ed vi arriva, spinto dalla curiosità, vedendola emergere dalla nebbia quasi fosse una visione mistica che prende forma sotto i suoi occhi poco a poco. L’insignificante bigliettaio trova a Macon Heights il paese dei balocchi, l’angolo di mondo perfetto: una tavola calda in cui una cordiale cameriera serve bevande e torte gustosissime, una coppia di fidanzati al settimo cielo che abbracciano sconosciuti per strada, un parco pieno di bambini che giocano con un aquilone. Curiosamente, l’accesso alla cittadina è consentito a individui come Ed, la cameriera che cerca di dimenticare lo stupro subito da giovane o il pendolare che ha un oscuro passato da pedofilo, ma non alla giornalista Martine Jenkins che pure crede alla sua esistenza: è un luogo riservato solo a chi davvero vuole scappare da una realtà piena di sofferenza, in cui non riesce a trovare un briciolo di gioia. A muovere i fili di questo piccolo angolo di paradiso è Linda, ambigua figura sospesa tra la divinità caritatevole che offre conforto ai poveri disgraziati e il diavolo tentatore che li distoglie dalla realtà e dai veri problemi della vita, interpretata da Tuppence Middleton (ossia Riley di Sense8). L’episodio purtroppo non chiarisce quale sia la vera natura di Linda, ufficialmente la figlia dell’uomo che aveva progettato Macon Heights salvo suicidarsi quando il suo progetto fu bocciato, e lascia allo spettatore il compito di decidere a cosa credere (o non credere).
La visita di Ed a Macon Heights ha ripercussioni anche sulla realtà esterna ad esso, sulla sua vita al di fuori della cittadina: tornando a casa, infatti, non vi trova più il figlio Sam, fonte di tanti problemi e tante preoccupazioni, ma solo la moglie, con la quale sembra esserci all’improvviso un rapporto molto più caloroso di quanto si fosse visto prima. I cambiamenti non sembrano risparmiare nemmeno le altre persone, visto che Bob Paine, il suo superiore che qualche scena prima aveva detto di non avere figli, di colpo sembra averne ben tre. Per Ed questa è la vita perfetta, senza i fastidi che un figlio con problemi psicologici crea (è brutto dirlo ma è così), con una moglie amorevole e un luogo perfetto in cui fuggire ogni volta che se ne ha voglia, ma la medaglia ha un suo rovescio, anzi due. Il primo è che Macon Heights diventa una droga, un palliativo che crea dipendenza e che spinge chi ne rimane ammaliato a trascurare la propria vita e il proprio lavoro per recarvisi. Il secondo è che questa presunta felicità non si basa sulla risoluzione dei problemi ma sulla loro eliminazione totale: Linda non guarisce Sam Jacobson né lo rende più mansueto, ma lo elimina completamente dalla realtà e dalla mente dei suoi genitori.

Ed: “So the answer to life’s problems is to stop living in reality?”
Linda: Your son was a shit son and you were a shit father to him. What’s great about that reality?
Ed: “You don’t understand. There were moments of joy. There were moments of incredible happiness. When Sam was happy, there was joy.”
LindaYou don’t deny you dreamt of another life.
Ed“Dreaming is not the same as wishing it’s true!”


In una sequenza sospesa tra il sogno e il surreale, Ed sale nella propria soffitta e rivede i vecchi video di suo figlio da bambino, che innescano quel processo che lo porterà, nel finale, a rifiutare il paradiso di Linda e a ritornare alla sua precedente esistenza. Voltare le spalle ai problemi della vita e rifugiarsi in una realtà resa perfetta dalla loro assenza, in cui gli eventi non fanno che ripetersi come in un loop temporale infinito (si pensi alla scena dei due fidanzati), non è la soluzione. La vita è fatta di gioie e di dolori, di difficoltà e di sofferenze in mezzo alle quali possono verificarsi anche momenti felici, anzi è proprio la loro eccezionalità e irripetibilità a renderli più preziosi: Sam provoca dolori e dispiaceri ai genitori, ma nel loro rapporto ci sono stati anche eventi lieti e felici. E, cosa ancora più importante, per Ed il figlio è parte integrante e fondamentale della sua vita, una persona che non vuole perdere, nonostante Linda profetizzi per lui un futuro ancora più cupo.
Fuor di metafora, il messaggio profondo di “The Commuter” è che qualsiasi tentativo di evadere dal dolore e dalle responsabilità della realtà rifugiandosi altrove (che si tratti di un sogno, di una droga, di un videogioco, di una setta religiosa) si traduce nella perdita di ciò che rende la vita davvero degna di essere vissuta e i momenti felici al suo interno davvero preziosi e inimitabili. Il sorriso finale di Ed quando torna a casa e trova il figlio Sam, forse il suo primo sorriso autentico dall’inizio della puntata, è quello di un uomo che ha compreso e accettato questa dura lezione e ha compiuto la coraggiosa scelta di voltare le spalle a un facile ma inautentico paradiso: un uomo da compatire e nello stesso tempo da ammirare e invidiare, come afferma proprio verso la fine uno dei personaggi.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La tematica dell’episodio e il modo in cui è trattata

  • Un mostruoso Timothy Spall

  • Finale per una volta soddisfacente

  • La vera natura di Linda non è affatto chiara

 

Philip K. Dick’s Electric Dreams si fa perdonare per i primi due episodi non proprio eccelsi con un terzo che mette da parte la fantascienza più pura per fare spazio a interrogativi e riflessioni universali sulla realtà, sulla felicità, sulla vita, sul dolore e sull’essere genitori, con un mostruoso Timothy Spall nel ruolo del protagonista. E scusate se è poco.

 

Impossible Planet 1×02 ND milioni – ND rating
The Commuter 1×03 ND milioni – ND rating

 

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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