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Cursed 1×01 – NimueTEMPO DI LETTURA 6 min

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“Escalabar… Escansala… Eschizzibu… Escansa…”
“Excalibur, imbecille!”
[SuperFantozzi, 1986]

Le storie su re Artù e sui cavalieri della Tavola Rotonda, nate in epoca medievale dalla commistione tra elementi mitologici pagani, motivi letterari e vaghi ricordi di eventi realmente accaduti deformati dalla lente della leggenda, sono da secoli patrimonio culturale dell’Occidente. Poemi epici, romanzi, album metal, videogiochi, cartoni animati, film e serie televisive hanno attinto a piene mani dalla materia bretone, sicché oggigiorno chi non conosce il giovane re che ha estratto la spada Escalabar Excalibur dalla roccia, o il vecchio e saggio mago Merlino, o l’infedele regina Ginevra, o il fedele Galvano, o i puri Bors, Percival e Galahad impegnati nella ricerca del Graal, o ancora la malvagia Morgana e suo figlio Mordred?
Negli ultimi decenni, i tentativi di riportare in vita la leggenda arturiana sul grande o piccolo schermo non sono mancati. Alcuni, come il film King Arthur e l’adattamento cinematografico del romanzo manfrediano L’ultima Legione, hanno cercato di storicizzare gli eventi, spogliandoli di tutta la loro patina fantastica e sovrannaturale e collocandoli nel periodo della caduta di Roma. Altri, come la serie della BBC Merlin o il recente film King Arthur: Legend Of The Sword, sono andati nella direzione diametralmente opposta, battendo le vie del fantasy più puro anche a costo di stravolgere il senso originario della leggenda. E poi c’è stata Camelot, serie del 2011 basata su una rilettura più torbida e cupa del ciclo bretone, che però non è andata oltre la prima stagione. La francese Kaamelott, invece, ha rappresentato un esperimento piuttosto interessante, una rilettura comica che però si rileva inaspettatamente ben riuscita e riesce anche, stagione dopo stagione, a farsi più seria e toccante. Tutta questa introduzione per far capire che Cursed, nuova serie Netflix tratta dall’omonimo romanzo illustrato di Frank Miller e Tom Wheeler, si colloca in una già ricca tradizione di adattamenti arturiani del XXI secolo, benché con questi abbia poco a che spartire.
È evidente, infatti, la volontà dell’opera di innovare a tutti i costi la leggenda plurisecolare, a cominciare dalla scelta di incentrare il racconto non più su Artù o su Merlino, ma su Nimue. E chi sarebbe costei? Nel ciclo bretone, a seconda delle versioni, è la Dama del Lago che dona ad Artù la spada Excalibur, colei che alleva Lancilotto, l’allieva e amante di Merlino che però a un certo punto decide di tradirlo rinchiudendolo in una prigione magica, o ancora l’essere sovrannaturale che porta Artù morente sull’isola di Avalon dopo la battaglia col figlio Mordred. Qui, invece, Nimue è una ragazza appartenente al popolo dei Fey, abitanti delle foreste guardati con disprezzo dagli altri uomini “civilizzati”. A darle volto e voce è chiamata Katherine Langford, star di 13 Reasons Why, scelta probabilmente più per la sua fama pregressa che per un’effettiva capacità attoriale. Come tutte le eroine moderne che si rispettano, Nimue è caparbia, determinata, ribelle nei confronti della società in cui vive e e dei valori che questa vorrebbe imporle: l’empatia con i tanti spettatori e spettatrici adolescenziali è assicurata.
Ma a differenza di questi ultimi, i cui massimi problemi solitamente sono la mancanza di like sotto i propri post o i brutti voti a scuola, Nimue si ritrova catapultata in un mondo troppo grande per lei nella maniera più traumatica (e anche un po’ stereotipata, bisogna essere sinceri) possibile: il suo villaggio è devastato dai Paladini Rossi, organizzazione paramilitare dietro cui si nasconde una rappresentazione fin troppo ostentata, ma non per questo meno efficace, dei fanatismi e delle crudeltà commesse dalla religione cristiana e, in generale, da qualsiasi culto sufficientemente potente e poco tollerante. Praticamente la stessa trama di decine e decine di fantasy, compresa quell’immonda schifezza televisiva di The Outpost, ma è un po’ tutto l’impianto di Cursed a presentarsi ricco di déjà-vutopoi della letteratura fantasy pigramente svolti, senza la minima volontà di innovare.
Anche altri due capisaldi della leggenda arturiana, quali Artù e Merlino, sono oggetto di riletture potenzialmente interessanti. Il saggio mago della tradizione irrompe sulla scena con i tratti del genio sregolato, del folle e dell’ubriacone, ricordando in un certo qual modo il Merlino dell’originaria tradizione gallese, Myrddyn Wyllt. E questa volta il casting sembra azzeccatissimo, perché nessuno avrebbe potuto interpretare questo nuovo Merlino meglio dell’ex-Floki di Vikings, Gustaf Skarsgård. La sua rappresentazione cupa e oscura ben si sposa con i toni della narrazione, che vuole ammiccare ai teenager senza però rinunciare a tocchi di truculenza e secchiate di sangue, soprattutto nel finale.
Quanto ad Artù, sorprende e destabilizza vederlo nei panni di un mercenario figlio di nessuno e non ci vuole molto a capire anche i motivi dietro questa scelta: il giovincello che diventa re per grazia divina, estraendo una spada dalla roccia, è troppo poco catchy per il pubblico moderno, mentre un personaggio che si crea dal nulla e che combatte per ottenere la corona, con l’aiuto di Nimue (a proposito, è già palpabile la tensione sessual-sentimentale tra i due), è più nelle corde degli spettatori moderni. Due parole sul casting del personaggio: la scelta di Devon Terrell, famoso per aver interpretato un giovane Barack Obama nel film Barry, non ha niente a che fare coi recenti eventi statunitensi ma capita decisamente a fagiolo, in un momento in cui anche il mondo dello spettacolo si sta mettendo in discussione per quanto riguarda i ruoli e gli spazi concessi ad attori afroamericani. E sicuramente alimenterà anche qualche polemica sulla politically correctness, ma si sa: a Netflix il chiacchiericcio mediatico conviene sempre.
Menzione doverosa, infine, meritano gli effetti speciali e la CGI. Già con The Witcher si era capito che “Netflix” e “alti budget per le serie fantasy” sono due rette parallele destinate, per ora, a non incrociarsi, tuttavia con Cursed si tocca davvero il fondo, sfiorando livelli degni di un prodotto da rete generalista come The Outpost: basti guardare la scena finale dello scontro tra Nimue e i lupi, realizzati con una computer grafica agghiacciante che li rende scattosi, pupazzosi, con movenze innaturali, per nulla amalgamati con l’ambiente circostante. Qua e là si possono ammirare dei bei panorami e non manca qualche ripresa aerea, ma nel 2020 si tratta ormai della norma, non di un motivo di vanto. Ben più riuscite sono le transizioni animate tra una scena e l’altra che riprendono lo stile delle illustrazioni del romanzo originale e cercano di conferire alla serie una propria fisionomia estetica.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La scelta di raccontare il mito arturiano dalla prospettiva di Nimue
  • Paladini Rossi e fanatismo cristiano
  • Il Merlino sregolato e folle di Gustaf Skarsgård
  • L’uso delle animazioni per i cambi di scena è un tocco di originalità
  • Fantasy per ora troppo poco ispirato e pieno di stereotipi
  • Katherine Langford
  • Artù reso mercenario figlio di nessuno perché così può piacere di più al pubblico
  • Effetti speciali e computer grafica vanno decisamente migliorati

 

Cursed poteva essere un’ottima occasione per rilanciare il mito arturiano in televisione, ma se le premesse sono quelle viste in questo primo episodio non ne verrà fuori nulla di memorabile. Non basta raccontare la storia dal punto di vista di un’eroina e cambiare etnia e background ai personaggi per dar vita a qualcosa di originale: ci vuole genio, ci vuole talento, ci vogliono anche i soldi, e per ora in Cursed manca quasi tutto.

 

Nimue 1×01 ND milioni – ND rating

Marco Daniele

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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