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True Detective 2×06 – Church In RuinsTEMPO DI LETTURA 6 min

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Siamo ormai nella seconda metà di questa seconda stagione di True Detective e per quanto, come si è detto e ripetuto in tutte le salse, non possa essere paragonata alla sua innovativa predecessora, non è da vituperare, in quanto, agli occhi di chi scrive, sconta soprattutto la mancanza di un’atmosfera accattivante come quella della prima stagione caratterizzata da misticismo, ambigua ritualità e lirismo onirico (e diciamolo, tanto per non rompere la sacra legge che impone di lodare ed elogiare Rust ogni qualvolta si parli di True Detective, un personaggio ammaliante come quello interpretato da Matthew McConaughey). Pur nel suo lento progredire, questa seconda stagione non ha tralasciato di riservarci qualche chicca. Non sarà stato il capolavoro che ci si aspettava (finora – ma a due puntate dalla fine sembra comunque improbabile che si finirà a gridare al miracolo e ad andare in pellegrinaggio sotto casa di Pizzolatto per rendergli grazie – ) ma non si può dire che sia un prodotto mal riuscito. Diciamo che può aver deluso delle aspettative davvero alte e difficilmente raggiungibili.
Per quanto riguarda questa puntata possiamo dire che parte benissimo, si assesta per un po’ sulla consueta mediocrità (volendo fare gli ingenerosi) per poi terminare con un finale adrenalinico e d’impatto ma allo stesso tempo gestito un po’ superficialmente.
La scenetta classica da western movie con le due pistole puntate sotto al tavolino tra Ray e Frank è riuscita a mantenere alta la tensione del colloquio tra i due agli occhi dello spettatore: richiamando per posizione scenica e inquadrature tutti i loro incontri al bar, con la location più accogliente e familiare (pur nella consapevolezza delle pistole puntate) della cucina di Frank, davanti a una tazza di caffè invece che al solito drink, alla luce biancastra che proviene dalla finestra che va a sostituire la cupa atmosfera da bar di periferia; sembra quasi che il cambiamento scenico voglia riflettere le “nuove vite” che da “Other Lives” i personaggi dello show sono stati costretti, volenti o nolenti, ad abbracciare.
Il dialogo appare avvincente non solo per la tensione insita nella situazione di pericolo ma anche perché mette in luce caratteristiche interessanti di entrambi i personaggi, in particolare questa volontà auto-assolutoria e discolpante nei confronti delle proprie azioni e scelte. Non si sa chi menta di più a sé stesso: Velcoro convinto che se non fosse stato per l’omicidio di quello che credeva essere lo stupratore della moglie sarebbe stato un uomo completamente diverso; o Frank che ben più convinto e convincente dell’altro riesce quasi a credere e far credere che il suo fornire a Ray quel nome anni prima non abbia influito su quella che era la vera natura del poliziotto che aveva solo bisogno di una miccia accesa per esprimersi. Si potrebbe discutere all’infinito sul tema tirato in ballo da tale discorso: determinismo, naturalismo, tara ereditaria, libero arbitrio e quanto a questi connessi; scienziati, scrittori e filosofi ne hanno parlato in abbondanza e naturalmente meglio di quanto sarebbe lecito fare in questa sede. Quel che conta ai fini di questa recensione è rilevare come questo sia sintomo di un indiscutibile pregio, troppo spesso dimenticato, di questa seconda stagione di True Detective: la poliedricità dei personaggi. Certo, spesso appaiono approfonditi in modo un po’ superficiale e poco incisivo per lo spettatore ma non si può negare che, a differenza dei personaggi della prima stagione ben distinguibili da subito tra buoni e cattivi (o che comunque trasmettevano l’idea di una distinzione tra i protagonisti-eroi e gli antagonisti-brutti e cattivi), i characters di questa season two si sono mostrati fin dall’inizio pieni di luci ed ombre, non classificabili né tra gli “eroi” né tra i “villains” ma più semplicemente rappresentativi di una natura umana (enfatizzandone un po’ gli aspetti estremi) più vera perché, come sappiamo, non costituita da una semplice dicotomia bianco-nero ma da un’ampia gamma di sfumature di grigi. Velcoro, Frank, Bezzerides e Woodrugh rappresentano questa gamma di grigi con le loro forze e debolezze, i loro momenti di empatia e umanità contrapposti a quelli più animaleschi e istintivi.
A questo realismo nella caratterizzazione dei personaggi si affianca purtroppo un mancato realismo nella scrittura della narrazione. Si sta parlando della scena finale: il salvataggio (già del tutto fortuito a partire dall’individuazione della ragazza, considerate le condizioni di Bezzerides in quel momento) che si conclude con un happy ending senza nemmeno un ferito (tra i protagonisti) stona un po’ – come aveva già fatto la mega sparatoria di “Down Will Come” nel lasciare come superstiti solo i tre “true detective” – con la volontà di questa stagione di affrontare in modo schietto e senza troppi arzigogoli filosofici una narrazione a tema investigativo. Rappresenta sicuramente un innalzamento del tiro da parte di Pizzolatto per la stagione rivelatasi troppo pacata e lenta, condensando in una buona parte – non esattamente finale – dell’episodio una concatenazione di scene d’azione ben fatte. Siamo però ben lontani dalla possibilità di una rivoluzione seriale auspicata in “Night Finds You”, ma a questo punto ben lontani anche dall’onestà intellettuale di certi prodotti (anche in casa HBO) che sacrificano tutto per una storia coerente e realistica. Diciamo che abbiamo capito che Pizzolatto si affeziona molto ai suoi personaggi e non ne vuole sapere di ucciderne uno nemmeno per sbaglio (d’altronde ha salvato persino gli “insalvabili” Marty e Rust nel finale della prima stagione nonostante le terribili ferite loro inferte): “Mi chiamo Nic Pizzolatto, mica Daniel Weiss o David Benioff!“.
In pieno stile Game of Thrones HBO, sono invece le scene del party, presentate come se fossero una sorpresona o una roba innovativa e surreale filtrata dalla mente offuscata di Bezzerides, quando in realtà non ci aspettavamo niente di meno da un festino con prostitute e politici (sarà che in Italia sono all’ordine del giorno). Siamo contenti comunque per il team “Porno Add-Tools” della HBO che chissà quanto si sarà divertito a liberare la sua creatività dopo 5 puntate di clausura.
Nel mezzo, tra queste due grandi scene, non avviene in realtà niente di particolarmente eclatante. Il che è forse da imputare all’attenzione posta sul personaggio di Frank, che pur nella sorprendente interpretazione di Vince Vaughn sconta una storyline un po’ in disparte rispetto all’indagine e una scrittura non all’altezza. Da dimenticare totalmente il discorso di Frank al figlio di Stan, personaggio di cui a malapena lo spettatore si ricorda ma che viene tirato fuori ogni due per tre come se fosse chissà chi.
In conclusione, pur dimostrando di aver preso la direzione giusta verso un crescendo della narrazione, questa seconda stagione volge quasi al termine senza aver ancora strabiliato ma non mancando di offrire come in questo episodio qualche chicca che ne fa apprezzare la visione. Speriamo che il genio dimostrato dall’autore nella prima stagione stia solo tardando a mostrarsi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • That’s on my bucket list: Mexican standoff with actual Mexicans
  • Dialogo iniziale tra Ray e Frank
  • Realismo nella caratterizzazione dei personaggi tra luci e ombre
  • Ora che abbiamo visto il volto dello stupratore c’è da chiedersi quando spunterà un terzo possibile padre per quel bambino più plausibile di questi due, che potrebbero entrambi ben citare Johnny Stecchino: “Non me somiglia pe niente!”
  • Discorso di Frank al figlio di Stan (chiunque questo sia): scontato e inutile

 

Una puntata di True Detective che conferma il buon potenziale dello show, suo malgrado spesso inespresso o perso in un bicchiere d’acqua. Confidiamo che con le due puntate rimaste si alzi ancora di più il tiro.

 

Other Lives 2×05 2.42 milioni – 1.0 rating
Church In Ruins 2×06 2.34 milioni – 1.0 rating

 

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