R.I.P. (Recenserie In Peace) – BorisTEMPO DI LETTURA 6 min

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Parlare di serie tv italiane appare il più delle volte come parlare del nulla, in quanto il materiale fino ad ora presentato nel Bel Paese è tutt’altro che paragonabile a lavori prodotti in stati ben più all’avanguardia e più rinomati nel campo seriale. Prodotti come Don Matteo o I Cesaroni pur facendo picchi d’ascolto non registrabili con nessun’altro tipo di programma, mancano di completezza, di vigorosità e di tanti altri elementi che inducono il povero telefilm addicted italiano a rifarsi gli occhi con serie tv d’Oltreoceano. Prodotti televisivi americani o britannici che hanno tutti il diritto di essere etichettati come “telefilm”, perchè è bene specificare che in Italia osiamo osano chiamare “serie” Don Matteo o I Cesaroni, una scelta che crea scompensi cardiaci ai puristi.

Ma quanto è vero che il cielo sta sopra le nostre teste, possiamo affermare che qualche pecora nera d’eccellenza nel campo televisivo l’abbiamo anche noi: Mario (da quel grande genio che è Maccio Capatonda), Romanzo Criminale (da quel grande genio che è Stefano Sollima) e ultima cronologicamente ma prima in quanto a qualità, Gomorra (sempre di quel genio di Sollima). Sono “serie” che vanno apprezzate e conosciute, per poter capacitarsi di come “un’altra televisione sia possibile“.
Oltre alle serie precedentemente citate ce n’è un’altra, forse meno conosciuta ma comunque di impatto e con la quale sono state aperte le danze: Boris. Nome insipido, che non dice nulla magari, ma dietro questo statico e semplice titolo c’è tanta qualità e originalità.
Perché Boris? Il nome deriva dal compagno d’avventura principale e vero idolo della serie: il pesciolino rosso che il regista René Ferretti si porta dietro per ogni sua ripresa e per ogni suo giorno sul set. Farà compagnia allo spettatore dalla prima alla terza stagione, un vero stacanovista.
La serie narra la storia stessa delle serie televisive italiane: ai produttori non interessa la qualità, bensì che tutto sia stereotipato e tradizionale (ossia, come detto più volte nella serie, “merda“). Il tutto vede però protagonista un abile regista, René Ferretti, a cui vengono sempre e soltanto affidate fiction televisive di scarsissimo successo (Caprera; La Bambina E Il Capitano; Libeccio, oltre a quella in cui lavora ad inizio serie ossia Gli Occhi Del Cuore 2), ma che ha un forte potenziale inespresso che rimane nascosto e celato in quanto i mezzi a sua disposizione, forniti dalla Rete, sono oltremodo scarsi e scarni.
Il protagonista principale della serie (o quantomeno lo è dell’intera prima stagione, venendo poi sostituito nel ruolo da René) è il giovane e promettente stagista Alessandro, attraverso i cui occhi conosciamo l’intero set della serie, il cast e, sempre tramite lui, possiamo respirare l’aria opprimente che appesantisce gli animi dei vari personaggi secondari. Le riprese de Gli Occhi Del Cuore 2 continuano tra alti e bassi rimanendo il punto focale attorno cui gira l’intera storia. Tra i bassi va sicuramente ricordato il tentativo di congiura sortito ai danni di René al quale viene affidata la lavorazione di Macchiavelli, conosciuta nell’ambiente della Rete come un chiaro invito ai registi per andarsene definitivamente. Quando però ad un certo punto viene proposto a René una nuova ficition (Medical Dimension), una rivoluzione televisiva, questi non può che accettare. Si renderà conto solo più tardi di quanto questa nuova fiction fosse un ulteriore mezzo per tagliarlo fuori dai giochi facendogli perdere il posto.
Molti dei personaggi presenti in Boris sono delle forti allegorie decisamente più che stereotipate: basti pensare a Stanis La Rochelle, rappresentazione perfetta del divo spavaldo e spaccone che si crede e si atteggia a superiore pur non esprimendo tutta quella bravura che dice e spergiura di possedere.
Anche Augusto Biascica, il capo elettricista, è un personaggio molto particolare: duro e scontroso con tutti, ma oltremodo affezionato al suo schiavo-stagista Lorenzo, poi passato di ruolo diventando aiuto operatore.
Ma molti altri personaggi sono iconici e ilari a modo loro: Arianna l’assistente alla regia; Itala la segretaria di edizione; Sergio il direttore di produzione; Lopez il delegato di rete ed infine il trio di sceneggiatori che ha presentato per tre stagioni alcuni degli sketch più conosciuti e apprezzati della serie, ma dei quali ammiriamo il vero talento solo nelle due puntate conclusive della serie stessa. “GENIO!
Boris è una serie ricca di numerose citazioni e riferimenti a telefilm ben più conosciuti e di successo:
– il titolo della prima puntata, “Il Mio Primo Giorno”, è lo stesso della serie Scrubs;
– il primo episodio della seconda stagione, “La Mia Africa (parte prima)”, si apre sul primo piano dell’occhio di Alessandro, palese è il richiamo alle diverse puntate di Lost, soprattutto la prima, in cui avviene lo stesso inizio d’episodio;
– nell’episodio “Usa La Forza, Ferretti” viene adottato il metodo dello split screen, suddividendo lo schermo in quattro parti e lasciando al centro l’orario in cui i fatti avvengono. L’inquadratura richiama la serie televisiva 24;
– nell’episodio conclusivo della seconda stagione, alle spalle di René appaiono in piedi i fantasmi di Sandroni e Tarzanetto, nello stesso identico modo in cui compaiono Obi-Wan Kenobi, Yoda e Anakin Skywalker alle spalle di Luke in Guerre Stellari. Ed il titolo della puntata dodici della seconda stagione (“Usa la Forza, Ferretti”, già precedentemente vista) è un ulteriore riferimento alla saga cinematografica di Lucas;
– nella puntata conclusiva della serie, quando il dvd consegnato da René viene archiviato, possiamo notare delle vaste scaffalature ricolme di oggetti impacchettati e precedentemente archiviati, richiamo lampante all’archivio presente al di sotto del Pentagono in X-Files (qui Boris, qui X-Files).
Nota a margine: curioso come Stanis, personaggio interpretato da Pietro Sermonti, sia interessato alla fidanzata di Alessandro (Elena, interpretata da Margot Sikabonyi) visto e considerato che i due attori interpreteranno marito e moglie per diverse puntate nella fiction italiana “Un medico in famiglia”.
Se al vostro albo seriale manca Boris, dovete capacitarvi dell’inestimabile tassello mancante al vostro puzzle. Una vera e propria “serie” in cui tutto si basa nel fare le cose a “cazzo di cane“, e funziona.
“Quando un telefilm di culto approda al grande schermo, solitamente, è una ciofeca”.
Così cantano Elio E Le Storie Tese nella canzone che accompagna il film che ha seguito le tre irripetibili stagioni. E infatti il film, per quanto manna dal cielo per gli amanti della serie, arriva a risultare un concentrato. Come a voler realizzare una stagione intera in tempi cinematografici, “Boris – Il Film” si occupa di porre una lente di ingrandimento in quelli che sono i difetti e i vezzi del cinema italiano. Se per descrivere e deridere la televisione italiana ci sono volute tre stagioni (e di tante altre se ne sentirebbe il bisogno), forse altrettanto ci vorrebbe per concentrarsi sul cinema. Da qui, quindi, il risultato molto concentrato e rapido di questo film che va, per ora, a chiudere la saga.
Per concludere, una riflessione: si sono elencate una serie di perle rare nel panorama televisivo peninsulare, ebbene, quali di queste possono vantare una narrazione creativa e totalmente originale? Nessuna. Gomorra e Romanzo Criminale sono adattamenti televisivi da due ben noti best-seller i cui autori, a loro volta, non hanno inventato granché, ispirandosi a vicende tristemente note nella storia del nostro paese. Per quanto riguarda Mario e Boris il discorso è diverso. Se le trame e gli intrecci sono frutto di pura fantasia, così non è per gli ambienti descritti. Raccontare la televisione stessa, con i suoi paradossi e le sue assurdità, diventa un’arma vincente. Occorre ricordare un’ultima cosa: le quattro serie citate sono state prodotte da canali non propriamente di stato e pubblici. 
Inutile dire quindi che la strada è ancora lunga e tutto ciò che si può fare è divulgare e continuare ad applaudire lavori come Boris, aspettando tempi migliori. A meno che non ci si voglia abbandonare a sceneggiati narranti la vita di Padre Frediani, con un attore di prima fascia come Fabrizio Frizzi tra i protagonisti.

Con la collaborazione di Valerio Di Paolo

Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L’Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv, film e lettore appassionato di libri e manga. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell’umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di Recenserie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L’unico uomo con la licenza polemica.

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