Arrow 4×16 – Broken HeartsTEMPO DI LETTURA 6 min

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Love is dead.

Il rapporto con la/le serie che riempie/riempiono le nostre giornate può in certi casi essere molto simile a una vera e propria infatuazione amorosa. Prima la corteggiamo, dandogli magari una chance con il pilot; se il “primo appuntamento” va bene, perché no, decidiamo di “provarci”, continuando la visione fin quando non ce innamoriamo totalmente e si arriva al punto di trascorrerci intere nottate pensando costantemente a “lei” quando si è via di casa, desiderando solo di ritornarci per passare ancora del tempo insieme. Ma quando quest’amore si spezza, quando arriva il momento dei “Broken Hearts”, entrano in gioco diverse dinamiche assolutamente umane. Innanzitutto domina lo sconforto perché si capisce di non essere più felici nel “vederla”; in seguito subentra l’arrabbiatura nel constatare che ci si sta provando a credere nel rapporto, nonostante i problemi, ma non sta cambiando nulla; infine tocca la rassegnazione, quello che c’era non tornerà mai, e allora o si prende una decisione netta e ci si allontana per sempre oppure, come nel nostro caso, si va avanti “per abitudine”, vuoi perché ci si è in fondo affezionati vuoi perché ci si rende conto di averci speso tanto tempo ed è difficile “troncare” dall’oggi al domani senza ammettere di aver sbagliato di brutto la valutazione iniziale.
Abbandonando il campo metaforico, la situazione fin qui delineata descrive perfettamente l’approccio fattosi cronico, con cui ci avviciniamo alla puntata settimanale di Arrow: per lo più disillusi, dotati esclusivamente della flebile speranza di essere quantomeno un minimo intrattenuti. In assenza, insomma, della minima esaltazione o aspettativa, puntuali nonché terribili dubbi ci attanagliano: stiamo guardando ormai uno show televisivo come tanti? La serie è sempre stata così (e non ce ne siamo mai accorti) oppure sono gli autori che hanno semplicemente smesso di credere nel progetto? Ma alla fine, non era meglio Smallville? L’aspetto più scoraggiante, però, è che sparisce quell’immersione empatica nella storia, ossia quella che fa dimenticare per un attimo di star guardando un racconto di finzione, tanto che le leggi televisive appaiono chiare come il sole. Un episodio come “Broken Hearts” è infatti lì a ricordarci che cosa c’è “davvero” dietro uno show medio, ovvero scrittori che hanno il solo compito di arrivare a 24 episodi, costretti a tener bene a mente solo l’obiettivo di conquistarsi maggiori ascolti, senza avere idee artistiche o quantomeno concrete per arrivarci.
Come leggere altrimenti il ritorno della bella Cutter, personaggio mai davvero incisivo nelle sue due apparizioni passate, circondato costantemente da un certo imbarazzo (“I’m Cupid, stupid“, i brividi…) per la sua poco credibile caratterizzazione che sembra essere messo lì solo per riempire del minutaggio? Eppure è la trama orizzontale a registrare le cose peggiori, vedi quella che sembra una parodia riuscita male (e ce ne vuole) di How To Get Away With Murder, con la scialba messa in scena di questo People vs. The Punisher Damien Darhk gestito, se va bene, in maniera fortemente arrangiata se non completamente incoerente; dove prima ci si preoccupa della credibilità e imparzialità dei testimoni, e poi vediamo una figlia interrogare un padre che rilascia dichiarazione riguardanti lei stessa (ma Laurel è l’unico avvocato dell’ufficio del procuratore di Starling City?); dove il giudice ammette di essere sì in mancanza di prove, dicendosi però scosso dalla testimonianza di Quentin; oppure semplicemente qualsiasi confronto diventa ingeneroso se nel frattempo si sta guardando la seconda stagione di Daredevil (sarà per questo che durante l’inquadratura finale su Dahrk, si pensa solo, nostalgicamente, a Vincent D’Onofrio/Wilson Fisk).
Ed è così che, sorprendentemente, le cose migliori arrivano dalla storyline di base più assurda e scritta “alla buona” dell’episodio, quella che nei primi tre minuti d’apertura ti faceva solo venire voglia di spegnere tutto e indire una nuova Pasquetta pur di uscire di casa e non dovertela sorbire. A lungo andare, infatti, entra in gioco quel meccanismo di cui si parlava prima, successivo alla presa di coscienza di non vedere più il prodotto d’un tempo, rassegnatisi quindi al doversi divertire scommettendo sulla misura del trash messa in scena dagli autori a questo giro.
Dopo aver abbondantemente disprezzato ogni singola smorfia di Felicity/Emily Bett Rickards (la donna dal recupero post-paralisi più rapido della storia) ed aver rimpianto l’Oliver Queen che uccideva senza remore qualsiasi potenziale criminale che gli capitasse a tiro, la folle trama di Cupid diventa così addirittura spassosa. Merito, principalmente, della presa in giro di blog gossippari, di Tumblr e delle cosiddette shippers impazzite che affollano il web, la quale fa quasi pensare ad un atto di ribellione degli sceneggiatori nei confronti di quel fandom che ha tanto spinto per l’Olicity ed è stato poi accontentato, segnando di fatto la rovina del proprio show. L’apparente ed esagerata teoria della sovversione (che bocciamo solo perché assolverebbe eccessivamente gli autori dalle proprie colpe) sembra però trovare le sue certezze nel palese ridicolizzare tutta la “serietà” della storia d’amore tra i due protagonisti, ora col finto matrimonio e la modalità della richiesta di Oliver (quel “Ehy. We need to get married“, parla da solo) ora con Felicity che schernisce senza ritegno le speranze dell’ex-amato con uno sconsolato “It is over“, ossia dello stesso che fino a una puntata prima era l’amore della sua vita.
Ci pensa poi l’ennesima confessione strappalacrime e il discorso sull’importanza dell’amore, che redime addirittura il cattivo, a far spegnere tragicamente la magia (ad attenuare, solo la seconda restituzione dell’anello, con tanto di sfacciato e impietoso “I want you to keep it for good this time, please“).
Perché in fondo, se pure si vuole chiudere un occhio sui soliti difetti, se ci si convince (mentendo a se stessi) di aver accettato la deriva del rapporto col “partner”, un fidanzato/spettatore desidera solo emozionarsi nei momenti passati insieme. Ed è questa la più indolente e grave mancanza dello show, e che invece era presente perfino nei suoi passati momenti peggiori (viva la “resurrezione” di Oliver e lo spento Ra’s Al Ghul, insomma). Arrow non appassiona più, lo si guarda in maniera distaccata e in certi momenti, vedi il flashback più non-sense e completamente estraneo al presente della serie, si preferisce solo chiudere gli occhi e riassaporare ancora la vita da “single”, quando si era più scanzonati e sognatori, e Smallville era solo uno sfortunato incidente di percorso della propria relazione personale coi supereroi in tv.
Non preoccupatevi, non tutto è perduto, l’anima gemella esiste e porta il nome di Matt Murdock.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Thea e il debole per le ship 
  • Il trash della storyline di Cupid 
  • Gli autori vs. Tumblr 
  • Felicity che distrugge Oliver
  • Love is a bullet…” e praticamente ogni altro delirio di Cupid 
  • People vs. Damien Dahrk 
  • La saltellante Felicity e la sua “schizofrenia”
  • Il flashback… ma, cioè, seriously?

 

Se non era per qualche risata (involontaria?), “Broken Heart” avrebbe segnato la spietata strage di tutti gli autori. Ciò che purtroppo rimane è la presa di coscienza: “Love is dead“, esattamente come la nostra “cotta” per Arrow. Riuscirà il rush finale che ci aspetta a far riaccendere la scintilla? Nel frattempo l’impietoso series low registrato da questa settimana dovrebbe far riflettere un po’ tutti.

 

Taken 4×15  2.70 milioni – 1.0 rating
Broken Hearts 4×16 2.09 milioni – 0.7 rating

 

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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