The Walking Dead 7×06 – SwearTEMPO DI LETTURA 7 min

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…il fattore TWD – che non sta per The Walking Dead, bensì per The Wonderful Delusion, termine da noi coniato per racchiudere in tre parole l’inganno rappresentato da premiere, mid-season e season finale, appuntamenti all’interno dei quali la qualità del telefilm fa capolino per circa una ventina di minuti e al termine dei quali la noia e l’inutilità tornano a regnare sovrani – elemento che provoca in noi recensori paura e angoscia, al pari di Lucille per i nostri protagonisti, e che ogni anno ci porta a odiare, e di conseguenza stroncare, ogni episodio al di fuori dei tre casi sopracitati.

Per la serie “alla faccia di esser prevenuti”, alla fine l’effetto TWD, così esplicato nella nostra recensione della premiere stagionale, si è fatto sentire, la profezia si è avverata, ancora una volta. E dopo lo straordinario inizio di stagione e un buon filotto di puntate, come minimo soddisfacenti, la mediocrità della coppia “Go Getters/Swear”, se possibile, fa ancora più male. L’approccio a quest’ultimo episodio, in particolare, con una simile introduzione rischia di farsi anche eccessivamente distruttivo per il lavoro degli autori. Sicuramente, infatti, si potrebbero trovare tante attenuanti ad un tale abbassamento di livello (per dirne una, non possiamo certo pretendere una “The Day Will Come When You Won’t Be” ogni settimana), così come dei significati e dei precisi sotto-testi alle gesta di Tara e Heat. Possiamo capirli senza dubbio, ma non per questo accettarli. E allora a questa totale bocciatura di “Swear” cercheremo di arrivarci per gradi, senza infierire troppo.
Partiamo, innanzitutto, da un discorso più generale. L’effetto TWD può benissimo essere riscontrabile in tanti show statunitensi, soprattutto tra quelli mandati in onda dai canali generalisti. Il modus operandi che vede i grandi “botti” di stagione avvenire quasi esclusivamente al momento delle sopracitate premiere, mid-season e finale è parecchio comune, lo fanno tutti. Il problema, però, è che all’interno del palinsesto d’oltreoceano si è oramai raggiunto un livello altissimo e la concorrenza si fa sempre più forte. E, in questo senso, dobbiamo pur sempre ricordare che AMC, il network che ci ha regalato Breaking Bad, è una cable, gode di maggior libertà sulla carta, perciò meno dipendente da quelle leggi non scritte che limitano la creatività degli sceneggiatori di altre reti. Quindi di episodi come “Swear”, che non sembra altro che l’ennesimo episodio “di respiro” per la trama generale, utile solo ad occupare minutaggio per arrivare alla resa dei conti del mid-season, in teoria si potrebbe anche farne a meno. E, per tornare al discorso sul generale, va subito detto che non siamo affatto contrari alla “lentezza” adottata da un autore per prendersi tempo utile per imbastire al meglio la narrazione, sacrosanta per un prodotto di qualità. In questo blog, dopotutto, abbiamo osannato ogni episodio della seconda stagione di una serie come The Leftovers, che in molti considerano l’apoteosi della scrittura flemmatica. Quindi no, non è di certo la mancanza di ritmo a deluderci.
Scendiamo così più in basso, per parlare dei problemi interni alla serie. In molti, sicuramente, possono leggere nella nostra avversione a certe dinamiche dello show ripetute ciclicamente, uno snobismo magari tipicamente “hipster” verso la serie di successo, la quale il più delle volte finisce per cercare di accontentare sempre più il fandom, tradendo i propri intenti iniziali. I segnali in fondo sono tanti: dallo scossone dato da Negan, a cui è seguito quasi subito il “nulla” (al confronto, almeno), fino ai personaggi “secondari”, quelli da approfondire o da ripescare “per forza” perché magari i fan più accaniti lo richiedono. A questo si può rispondere che The Walking Dead è uno show corale dove tutti sono importanti, ma è davvero così? L’osannata premiere, per esempio, avrebbe avuto lo stesso effetto senza la morte di Glenn e Abraham? Uscire dal seminato, spezzare fortemente la trama generale approfondendo a turno il punto di vista di un personaggio diverso, dopotutto, è da tempo un marchio di fabbrica dello show. Per chi scrive, però, tale pratica ha funzionato davvero solo una volta, ovvero nella mid-season ambientata nel viaggio per Terminus: e qual era la differenza con gli attuali tormenti post-Negan del gruppo? L’atmosfera di emergenza e di speranza che circondava il viaggio; gli eventi forti e cruenti che costellavano le singole esperienze, come i due bambini in cui s’imbatte Carol (sicuramente imparagonabili all’Ezekiel domatore di tigri); lo spessore dei personaggi coinvolti, dove a un “comprimario” si affiancava uno dei principali.
In questi casi, d’altronde, l’immedesimazione dello spettatore diventa cruciale: la premiere di stagione è stata un episodio che deve dovrebbe piacere a tutti, per intensità e dura violenza (e, purtroppo, come abbiamo potuto constatare dalle polemiche scatenatesi sul web, non tutti l’han preso bene), quindi non per la morte di un personaggio amato e importante in sé ma, soprattutto, per come viene rappresentata; chi di Tara e Heat non se n’è mai fregato nulla, o a stento ne ricorda i nomi, difficilmente drizzerà l’antenna quando fin dal previously di puntata si capisce che saranno loro i protagonisti, specie se li si vede tirar su i soliti “pipponi filosofici” che tanto amiamo. Potrà apparire superficiale per tanti, una politica da spettatore medio, ma l’immedesimazione dello spettatore non è affatto trascurabile, né il mondo con cui la si cerca di trasmettere. Se, per esempio, arrivi al finale di Lost senza che i protagonisti abbian fatto particolare presa su di te, difficilmente arriverà a piacerti, anche se ci mettono tutta l’alta liricità e poesia del caso (ed in fondo è uno dei motivi per cui tanto divide).
Giungiamo allora all’ultimo livello della nostra analisi, quello dell’episodio in sé. Significati e sotto-testi, come detto, li si trovano facilmente: il disgusto per l’omicidio espresso da Heat, per quanto “a fin di bene”; la volontà di unione di Tara che giustifica simili atti per proteggere chi si ama, come la compagna che crede la stia aspettando ad Alexandria; il solito tema della sopravvivenza, della trasformazione che colpisce la natura umana in tempi di crisi della stessa umanità. La differenza la fa lo show stavolta, che si trova nell’era post-Negan e la scelta di porre al centro proprio coloro che o rifiutano simili espedienti o ancora si credono in una botta di ferro è ben chiara. Specie se collegata all’imbattersi di quest’ultima in un gruppo che proprio da Negan è stato falcidiato. Nella trama generale, poi, al Regno di Ezekiel, alla possibile “Resistenza” di Hilltop guidata da Maggie e Sasha, si aggiungono degli altri potenziali nemici/alleati per la lotta finale al villain.
Tutto lineare, insomma, ma il grande problema è l’assenza di una qualsiasi concreta novità che si respira per gran parte della visione. Abbiamo infatti la protagonista di turno che incontra un gruppo esterno che l’attacca per proteggersi; la protagonista, però, si fa amico/a un loro membro con cui instaurerà un rapporto fondato sull’empatia e umanità; amico/a che l’aiuterà poi a salvarsi/fuggire, con cui si lascerà dopo aver imparato una lezione di vita (ossia, visto il finale: farsi i cavoli i propri, che si campa cent’anni). Ma l’aspetto che infastidisce ancora di più è la banalità con cui tutto questo viene fatto accadere: la donna omosessuale che, nella personale puntata mono-centrica, incontra ovviamente un gruppo di sole donne, una sorta di Amazzoni post-Apocalisse, messe lì come messaggio che anche il genere femminile, da solo, può sopravvivere agli zombie, senza bisogno degli uomini (politically correct style).
Come se non bastasse, sono proprio le svolte di trama a far cadere le braccia, gli escamotage narrativi (l’aiutante interna a cui viene impedito di aiutare la “nostra” dalla propria gente ma che al momento opportuno salterà fuori per salvarle la vita, disobbedendo “sorprendentemente” agli ordini), la solita lotta con gli zombie finale (in cui finiscono le munizioni proprio in tempo per il colpo finale!). Tutto fa venire voglia di spegnere lo schermo, sperare che Heat perlomeno sia morto davvero (così non sarà), per non partecipare minimamente al lutto della Tara “cambiata” che mente ai suoi amici (wow).
 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Niente 
  • Il Fattore TWD colpisce ancora 
  • Il politically correct: The Walking Dead è ufficialmente diventata mainstream 
  • Manuale dell’inquadratura base di TWD: strada costellata di foglie, personaggio che si avvicina da lontano, aggiungere a piacere look badass a caso.
  • La tenera simpatia di Tara (come no)
  • Le munizioni! 
  • Ridateci i nostri 50 minuti 

 

Come la protagonista di puntata arenata ad inizio episodio, anche alla serie serve al più presto un miracoloso intervento; si spera prima del mid-season, altrimenti ci vorranno molto di più che due braccia forti per salvare la baracca. Abbiamo cercato di non sparare troppo a zero, ma scusate, non ce l’abbiamo proprio fatta.

 

Go Getters 7×05 11.0 milioni – 5.2 rating
Swear 7×06 10.4 milioni – 4.9 rating

 

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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