House Of Cards 6×03 – Chapter 68TEMPO DI LETTURA 5 min

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“Surnames can be a burden.”

Finalmente, dopo due puntate chiaramente di stampo introduttivo, House Of Cards decide di spiegare le vele verso quella che sarà la storia che concluderà il suo filone narrativo. Un filone narrativo iniziato ormai nel lontano 2013, quando la posizione di Segretario di Stato a Frank Underwood non veniva concessa ed il carismatico politico si ritrovava a scalare, figurativamente e letteralmente, la catena alimentare della politica americana. Fino a diventare Presidente degli Stati Uniti.
Il tempo è passato e la storia ha virato rotta per vari motivi che non ha senso riproporre.
Pur essendo già la terza puntata della stagione (oltretutto composta da otto episodi e non dai canonici tredici) è l’assenza di un prologo a far percepire la volontà degli sceneggiatori di cominciare quest’ultimo ciclo da questo episodio. E lo si capisce ulteriormente via via durante lo stesso: i riferimenti ed i richiami a Frank, pur essendo presenti, sono in quantitativo minimo ed offuscati da ciò che rimane nel presente; maggiore spazio viene concesso ai personaggi secondari (introdotti nella precedente stagione) che in tal modo riescono ad uscire dall’ombra opprimente di Frank Underwood.
La puntata ci tiene a ribadire l’importante componentistica femminile che riesce a ritagliarsi maggiore spazio: dopo Claire ed Annette devono essere menzionati i ritorni in scena sia del personaggio di Jane Davis, sia quello di Cathy Durant (sopravvissuta all’impulsivo attacco di Frank Underwood che l’aveva spinta giù dalla tromba delle scale nella Casa Bianca). In particolar modo quest’ultima, complice il suo passato indissolubilmente legato alla famiglia Underwood, torna in scena con il semplice scopo di fare da vittima sacrificale in quello che, a tutti gli effetti, pare essere un gioco di nervi e di potere tra Doug e Claire.

“Francis left him everything in his handwritten will. Am I curious? Yes. But not enough to wait for Douglas Stamper to bring me down.”

Proprio Doug, tra tutti, è sicuramente il personaggio che fatica a lasciar andare il ricordo ed il peso di Frank. Il legame tra i due è stato messo più e più volte alla prova, ma i motivi delle diatribe (indipendentemente che fossero futili o importanti) hanno sempre portato al fortificarsi del loro rapporto. Come il serpente tentatore, Claire cerca di insinuarsi nella mente di Doug, portando con sé il dubbio che Frank non fosse la figura imponente e incapace di compiere errori che il braccio destro dell’ex Presidente sembra aver costruito nella propria testa. Benché lo spettatore sappia quanto umano fosse Frank (e quindi autore di errori e sbagli madornali), intravedere un sentimentalismo così profondo che ancora lega Doug a Frank colpisce nel profondo per l’intensità scenica che Michael Kelly da sempre riesce ad instillare nel suo personaggio.
Poco sopra si faceva menzione del corposo gruppo di attrici ricomparso in questo “Chapter 68”, ma altri due personaggi fondamentali, per quanto riguarda la storia di House Of Cards, fanno il proprio meritato ritorno: Tom Hammerschmidt e Tom Yates.
Hammerschmidt si ritrova, per l’ennesima volta, a voler portare avanti la propria crociata contro Frank Underwood (che facilmente si evolverà in una lotta a campo aperto anche verso Claire). Questa volta a bloccargli la strada ci penserà lo stesso mezzo di informazione al quale si è appoggiato in tutti questi anni di onorata carriera: il giornale per cui lavora, acquistato e tramutato in un covo di fake news che punta al puro e semplice clickbait ingigantendo qualsiasi tipo di notizia. Un’evoluzione che snatura completamente l’ideale di giornalismo per il quale Hammerschmidt ha lottato nella sua vita.
Ricompare anche Tom Yates, ma non per molto, giusto il tempo di farsi sfruttare come vera e propria leva da parte di Mark per spingere Claire a cedere e scendere, per l’ennesima volta, tra la gente normale, quella ricattabile e facilmente malleabile.
E’ apprezzabile, in conclusione, notare come questa sesta stagione stia cercando di riproporre, silenziosamente, allo spettatore uno schema narrativo già visto durante il secondo ciclo. All’epoca i tre vertici erano Garrett Walker (Presidente), Frank Underwood (mediatore e opportunista) e Raymond Tusk (lobbysta e vertice ricco). In questa stagione i ruoli sono così ridistribuiti invece: Claire Underwood (Presidente), Mark Usher (mediatore e opportunista) e i fratelli Shepherd (lobbysti e vertice ricco).
Sappiamo tutti, poi, come andò a finire.
“Chapter 68” è una puntata che fa riscoprire allo spettatore perché, dopo tutto questo tempo, si ritrovi comunque a guardare House Of Cards. Certo, la mancanza di Spacey in scena si percepisce, ma per una volta (forse la prima dall’inizio dello show) non porta così tanto dolore come si potrebbe immaginare.

“We don’t write anymore, we come up with feed for the trough.”

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Mark, Claire e gli Shepherd
  • Doug ed il suo attaccamento a Frank
  • Tom Hammerschmidt e le minacce alla sua etica lavorativa
  • Ritorno di questioni politiche in scena (Siria)
  • Per quanto Claire cerchi di porsi, agli occhi dello spettatore, come diversa da Frank, le differenze tra i due sono inesistenti
  • June Davis
  • Come sempre regia e fotografia: House Of Cards rimane un prodotto di fattura eccellente
  • Vecchia regola delle serie tv: se una morte viene solamente riportata, quasi sicuramente non è avvenuta (chissà cosa è accaduto, quindi, a Cathy)
  • Cathy Durant e la sua totale assenza di spina dorsale
  • Tom Yates compare giusto un paio di minuti dopo essere menzionato, totalmente a caso, da Claire: quando si dice il caso

 

Possiamo tranquillamente dire che questa sesta stagione di House Of Cards è veramente iniziata. Ed è un ritorno che fa meno male di quanto si potesse preventivare.

 

Chapter 67 6×02 ND milioni – ND rating
Chapter 68 6×03 ND milioni – ND rating

 

 

Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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