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Hollywood 1×01 – Hooray For Hollywood: Part 1TEMPO DI LETTURA 4 min

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“Hollywood, Carlifornia. Tinseltown is boomtown. During the war, Los Angeles grew as a hub of wartime industry, producing all manner of aircraft and ammunition to support our fighting men overseas. The war now over, many of these starry-eyed dreamers hope to make it in moving pictures, swarming like so many locusts outside the studio gates, hoping to score a role as an extra. And become the next Paul Muni or Hedy Lamarr. The studio system is king, and if you make all the right moves, you too could be living in Beverly Hills, splashing in your private pool with invitations to all the right parties. You might even become immortalized at Grauman’s Chinese Theatre. The reward for ambition are bountiful here in the beautiful Southern California sun.”

La coppia Ryan Murphy e Ian Brennan, dopo i fasti di Glee e il recente The Politician, torna in grande spolvero per questa nuova produzione targata Netflix le cui premesse sono tutte elencate nell’introduzione iniziale in stile cine-giornale.
Hollywood è ambientata, infatti, nel periodo del Secondo Dopoguerra, in piena “Golden Age” degli studios di Los Angeles ed è, allo stesso tempo, un omaggio e una riflessione critica di questo periodo. La serie infatti ha come protagonisti dei personaggi “outsider” che sognano di sfondare in questo mondo che vedono come sfavillante e luccicante di gloria.
In particolare Jack Castello (David Coreswelt), reduce militare, tornato dalla guerra in Italia, ha come unico obiettivo quello di sfondare come attore, consapevole di avere, come unica qualità, la propria bellezza. Per questo fa la fila ogni giorno, insieme ad altrettanti disoccupati speranzosi, davanti alle porte degli Studios per un ruolo come comparsa. Ma le porte di Hollywood sono veramente strette e l’unico modo che Jack ha per sbarcare il lunario è accettare al proposta del misterioso benefattore Ernie (Dylan McDermott), anch’esso ex- aspirante attore e adesso “business-man” (“pappone”, sarebbe l’aggettivo adatto) con un distributore di benzina famoso più per altri “servizi” offerti ai clienti. Ma quello che sembrerebbe essere un ripiego si trasforma, paradossalmente per Jack, nell’occasione tanto cercata, fino al cliffhanger finale che rimette tutto in discussione.
Non si può certo dire che questo episodio non riesca a catturare fin da subito l’attenzione soprattutto per via del soggetto e della tematica scelta. La serie infatti si candida a diventare la preferita per il pubblico cinefilo, in particolare quello più colto e preparato a riconoscere personaggi e attori storici che compaiono in qualità di “guest star” nelle vicende dei protagonisti (qui Cole Porter e Roy Fitzgerald/Rock Hudson). Non bisogna però considerare Hollywood come una serie necessariamente realistica e agiografica. I personaggi principali sono ovviamente inventati anche se probabilmente ispirati a storie reali di persone che hanno vissuto nelle retrovie dell’industria cinematografica di quegli anni. Ma soprattutto è chiaro fin da subito quale sia l’intento degli autori. Con la scelta di questa particolare ambientazione infatti vengono affrontate alcune tematiche che richiamano inevitabilmente l’attualità dello star system: la questione del #metoo, i ricatti morali (e sessuali) a cui si deve sottostare per poter fare la “gavetta”, e la discriminazione verso alcune categorie come omosessuali e afro-americani, entrambe ben rappresentate dal personaggio dell’aspirante sceneggiatore Archie (Jeremy Pope). La retorica dell’american dream viene coscientemente ribaltata ma senza che i protagonisti smettano mai di crederci del tutto, in un susseguirsi di momenti positivi e negativi che riescono a rinforzare l’empatia dello spettatore nei loro confronti.
Inoltre, la ricostruzione storica della Los Angeles degli anni ’40 e le scenografie, impreziosite dai colori perennemente caldi della regia di Murphy, che appaiono allo stesso tempo sfavillanti e inquietanti, concorrono a rinforzare questa visione negativa del mondo dello studio system. Anche in questo caso quindi prevale più un intento simbolico che non l’esattezza storica della ricostruzione. Lo spettatore rimane ipnotizzato da questo mondo ambiguo, anche grazie all’uso di un’incalzante musica jazz che sembra inseguire costantemente i protagonisti e le loro azioni, e non può non rimanerne affascinato.
Si può dire che il duo Murphy-Brennan abbia raggiunto il proprio scopo, almeno per quanto riguarda questo episodio pilota. E anche se permangono certamente dei difetti a livello narrativo (il modo in cui i vari personaggi s’incontrano e fanno amicizia appare fin troppo “casuale”, così come alcuni plot twist fin troppo forzati), questi rientrano sempre nella “logica della fiaba” (in questo caso dark) in cui i personaggi si ostinano a vivere, rinforzando ancora di più il senso di falsità del mondo dello show-business.
Un ritorno in grande stile, dunque, per i creatori di Glee che riescono a parlare dei temi a loro cari riuscendo a rendere il tutto accattivante e interessante anche per lo spettatore che non riesce a trattenersi dal fare binge-watching verso il prossimo episodio per scoprire se i sogni di Jack e soci diventeranno prima o poi reali!

 

THUMBS UPTHUMBS DOWN
  • Ricostruzione storica e simbolica della Hollywood Golden Age
  • Cast azzeccato
  • Musiche
  • Citazioni storiche e “guest star”
  • Riferimenti all’attualità
  • Plot twist un po’ forzati e incontri fin troppo casuali

 

Ryan Murphy e Ian Brennan sfornano la loro personale interpretazione storica della “Golden Age” hollywodiana con evidenti riferimenti all’attualità più che al periodo storico scelto. That’s Hollywood, baby!

 

Hooray For Hollywood: Part 1 1×01ND milioni – ND rating

Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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