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The Last Docuseries – Conversations With A Killer: The Ted Bundy TapesTEMPO DI LETTURA 7 min

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Society wants to believe it can identify evil people, or bad or harmful people, but it’s not practical. There are no stereotypes.

Ted Bundy

Rilasciata esattamente nel trentennale dell’esecuzione del famigerato serial killer Ted Bundy presso la Florida State Prison, la mini-serie in 4 episodi “Conversation With A Killer: The Ted Bundy Tapes” ripercorre attraverso il lavoro svolto nel 1980 dai giornalisti Stephen Michaud e Hugh Aynesworth – oltre 100 ore di conversazioni inedite registrate, video e immagini – la parabola omicida di uno degli assassini seriali più celebri e controversi di sempre, contestato per l’omicidio di (almeno) una trentina di giovani donne tra il 1974 e il 1978 (anche se l’uomo potrebbe aver iniziato a colpire già dagli anni ’60) e infine sentenziato, per un totale di tre condanne a morte in due processi separati, alla sedia elettrica.
Un lavoro, quello realizzato dal regista e produttore Joe Berlinguer, votato non soltanto alla delineazione dell’orrore provocato da colui che in più di un’occasione venne descritto come pura e semplice incarnazione del male che affligge la nostra società, ma anche alla disamina del circo mediatico che fu il processo e l’esecuzione di Theodore Robert Bundy, il killer delle studentesse.

THE MOST COLD-HEARTED SON OF A BITCH YOU’LL EVER MEET


Murder is not about lust and it’s not about violence. It’s about possession. When you feel the last breath of life coming out of the woman, you look into her eyes. At the point, it’s being God.

Il materiale raccolto da Michaud e Aynesworth, di per sé già pregno di dichiarazioni sconvolgenti e immagini tanto vivide quanto inquietanti, viene qui esposto da Berlinguer in maniera impeccabile, evitando ogni sorta di sensazionalismo scenico – il quale risulterebbe eccessivo considerata la natura già scabrosa del materiale a disposizione – bensì puntando su un maggiore rigore espositivo che offre allo spettatore un punto di vista a tutto tondo sulla vita del serial killer. Dopo un avvio più blando, caratterizzato dalla mera esigenza di introdurre il protagonista delle vicende, e in alcuni momenti forse un po’ confuso a causa dei continui salti temporali tra anni ’70 e ’80, la docuserie prende il volo, conquistando l’attenzione di chi guarda soprattutto grazie alle “prodezze” compiute da Bundy per evitare prima di essere catturato e poi di venire accusato. All’attivo abbiamo infatti due evasioni, una delle quali lo portò ad una latitanza di ben 46 giorni, durante la quale uccise due ragazze in una confraternita (in un tempo stimato di 15 minuti), ferendone gravemente altrettante, e concludendo poi la sua opera con l’omicidio di una dodicenne a Lake City, in Florida. E questo, giusto per avvertire gli spettatori più sensibili, è solo uno dei tanti aneddoti sconvolgenti che hanno caratterizzato la folle parabola sanguinaria di Ted Bundy.
Il documentario mette così in evidenza le difficoltà comunicative tra dipartimenti di polizia nell’era pre-internet, con annessa impossibilità di identificare eventuali fuggitivi, e la maggior semplicità dal punto di vista del criminale nel compiere evasioni o fughe miracolose che oggigiorno verrebbero fermate in tempi decisamente più contenuti anche grazie all’attuale “società connessa”. Una storia incredibile nella sua teatralità ed efferatezza ma che sicuramente può essere definita come figlia di tempi molto diversi, caratterizzati da un livello di inclusione tecnologica decisamente molto lontano da quello attuale, e proprio per questa ragione anche terreno fertile per menti estremamente complesse e deviate come quella di Bundy.

THE BUNDY TRIAL: A COURTROOM DRAMA


I don’t feel guilty for anything. I feel sorry for people who feel guilt.

Ciò che però rende la storia di Bundy ancor più assurda e grottesca è la dimensione mediatica dei suoi processi, con l’assassino elevato a ruolo di antieroe e canonizzato a figura iconica, tanto temuto quanto affascinante, e di fatto ancora oggi in grado di far parlare di sé attraverso libri, film e documentari. Esattamente al pari della sua rocambolesca fuga, i processi che lo hanno visto coinvolto hanno senza dubbio lasciato il segno, passando per calchi dentali (per la prima volta usati come prova in un processo di omicidio), proposte di matrimonio fatte d’innanzi al giudice e soprattutto la scelta di Bundy di difendersi da solo in virtù dei suoi studi universitari pregressi in legge e psicologia.
La dimensione voyeristica sottesa al processo e all’esecuzione, di cui si parlerà meglio nel paragrafo conclusivo, diventa così il focus della docuserie, la quale purtroppo indugia sulle possibili cause che spinsero l’individuo a compiere determinate azioni, diventando ciò che divenne, interrogandosi maggiormente sul “fenomeno Ted Bundy” piuttosto che sull’essere umano e sulle ragioni della sua follia. Elemento che da una parte si configura come tassello mancante in una storia altrimenti perfetta dal punto di vista espositivo, ma che dall’altra parte restituisce in maniera perfetta quella mentalità inquisitoria, tipica soprattutto della destra americana, che vede esseri umani come Bundy come semplici macchine uscite difettose dalla fabbrica, senza possibilità di redenzione e, in virtù della loro malvagità e della loro scarsa fibra morale, facilmente sacrificabili.
Una società che vede inoltre nella pena di morte, una pura e semplice legge del taglione adattata alla nostra contemporaneità, l’unica soluzione a problemi come Ted Bundy, individui disturbati sui quali la società ha preferito non indagare, optando per l’estirpazione alla radice piuttosto che sulla ricerca e sull’approfondimento. Maniaco depresso con disturbo bipolare e impossibilità di provare qualsivoglia forma di empatia o amore per altri esseri umani, questo il quadro clinico attribuito a Bundy (che gli valse pure uno dei tre rinvii dell’esecuzione), sostanzialmente messo in secondo piano in virtù di un desiderio di giustizia che in una società civile dovrebbe contemplare solo ed unicamente il carcere a vita, senza possibilità di ricorso, ma che invece vede nell’esecuzione di un assassino un motivo di vanto e un’occasione per celebrare la propria Americanness.

BURN BUNDY BURN


Vengeance is what the death penalty really is. Really, it’s a desire of society to take an eye for an eye. And I guess there’s no cure for that. That’s a society’s problem. Maybe we should find a cure for society’s problem.

A concludere questa avvincente docuserie troviamo quindi l’episodio “Burn Bundy Burn“, quello forse più disturbante tra i quattro e non per le nefandezze compiute dall’assassino. Riprendendo quanto detto sopra circa la mentalità inquisitoria e il pensiero diffuso per il quale eliminare un problema sia il modo migliore per risolverlo, ciò che maggiormente disturba in questo segmento conclusivo è la totale noncuranza mostrata dai cosiddetti “buoni” nei confronti della vita di un uomo che, seppur artefice di azioni mostruose e deplorevoli, resta pur sempre un essere umano. Un essere umano con dei conclamati problemi mentali, trovatosi a vivere in un periodo dove ancora non ci si interrogava sulla malvagità alla base delle azioni di un assassino. Tempi dove addirittura la figura dell’assassino seriale non era ancora stata individuata e studiata.
Lungi dal voler giustificare o condonare le azioni di Bundy, meritevoli sicuramente di uno o più ergastoli, l’elemento su cui sicuramente occorre riflettere al termine di questo quarto ed ultimo episodio è la legittimità – sulla moralità nemmeno c’è da interrogarsi – da parte di perfetti sconosciuti, molti dei quali addirittura studenti, di celebrare l’esecuzione di un altro essere umano con danze, striscioni, gadget personalizzati e fiumi di alcol. Esattamente al pari di un party universitario.
Un atto ignobile che parte dalla presunzione di superiorità morale rispetto ad un assassino e che non fa altro che sottolineare la meschinità dell’essere umano. Meschinità che nella maggior parte dei casi sta proprio alla base della “creazione” di individui come Ted Bundy, e per la quale purtroppo, come lui stesso si premurò di affermare prima della sua esecuzione, non vi è cura.

… THEM ALL!


Handsome Devil 1×01
One Of Us 1×02
Not My Turn To Watch Him 1×03
Burn Bundy Burn 1×04

 

In soli quattro episodi non è certo facile rendere onore ad una storia così assurda e brutale come quella di Ted Bundy, ma nel complesso ci si può ritenere pienamente soddisfatti. Nonostante manchi un approfondimento dal punto di vista delle possibili cause alla base delle orribili azioni compiute da Bundy, lo storytelling è caratterizzato da un ritmo sempre vivace e l’integrazione di registrazioni, immagini e video di repertorio contribuisce a mantenere l’attenzione dello spettatore sempre altissima. Una docuserie consigliatissima che inoltre solleva un’importante riflessione sull’essere umano e la sua presunta superiorità morale rispetto ai cosiddetti “mostri”, prodotti dall’indifferenza collettiva e della negligenza della società e in ultima analisi soffocati dalla stessa mano che prima gli porgeva da mangiare.

 

Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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