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Cowboy Bebop 1×01 – Cowboy GospelTEMPO DI LETTURA 7 min

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Cowboy Bebop 1x01Inutile negarlo: Cowboy Bebop era uno dei prodotti Netflix più attesi del 2021. Il motivo? Semplice: si tratta del live action di un anime cult, che ha saputo dimostrare fin dove possa spingersi l’animazione quando è sorretta da genio e talento.
Ma come spesso accade nei casi di nuovi adattamenti di opere che hanno lasciato il segno, questa serie era attesa con un misto di trepidazione e paura. Inevitabile, considerando la “gloriosa” tradizione di live action americani tratti da anime: Fist of the North Star, Dragon Ball: Evolution e Death Note della stessa Netflix sono dolorosamente impressi nella mente di tanti spettatori. Certo, prodotti più recenti come Ghost in the Shell e Alita: Battle Angel hanno alzato in parte l’asticella qualitativa, dimostrando come si può sfornare qualcosa di più fedele all’opera originale pur calata in un contesto occidentale. E Cowboy Bebop ha provato a fare la stessa cosa; che poi vi sia anche riuscito, è un altro discorso.

COWBOY BEBOP: L’ANIME


Correva l’anno 1997. L’animazione giapponese era in uno stato di grazia per merito di registi come Hayao Miyazaki, Mamoru Oshii, Satoshi Kōn e Hideaki Anno. Negli anni immediatamente precedenti, opere come Neon Genesis Evangelion e Ghost in the Shell avevano ridefinito dalle fondamenta i canoni contenutistici e stilistici di film e serie anime.
Fu in questo contesto che lo studio Sunrise, all’epoca noto soprattutto per la saga di Gundam e altri capolavori del genere mecha, volle lanciarsi in una nuova avventura guidata da Shin’ichirō Watanabe, all’epoca trentatreenne alla sua prima esperienza come regista.
L’anime che ne derivò andò in onda a partire dal 3 aprile del 1998, ma si rivelò troppo maturo nei contenuti. Risultato: dei 26 episodi prodotti solo 12 furono trasmessi e bisognò aspettare qualche mese per una trasmissione integrale su un canale satellitare.
La creatura di Watanabe partiva da una storia semplice con personaggi apparentemente semplici, cacciatori di taglie che tiravano avanti tra un incarico e l’altro per guadagnarsi da vivere: lo spilungone Spike Spiegel, il burbero Jet Black, la femme fatale Faye Valentine, l’hacker Radical Ed e il cane super-intelligente Ein, un welsh corgi pembroke che fungeva da mascotte della sgangherata ciurma. Ma ognuno di questi personaggi nascondeva segreti e fantasmi del passato con cui fare i conti, col risultato che Cowboy Bebop riusciva a essere un perfetto affresco della natura umana velato di malinconia e noia esistenziale.
Come se non bastasse, un comparto tecnico superlativo, una colonna sonora indimenticabile firmata da Yōko Kanno e una spiccata propensione a sperimentare mescolando generi, registri, linguaggi, dando vita a un gustoso polpettone fatto di commedia, noir, western, fantascienza e azione che non ha ancora trovato eguali nell’animazione del Sol Levante.

COWBOY BEBOP: IL LIVE ACTION


Se l’anime di Cowboy Bebop venne alla luce in un’epoca di grande sperimentazione e innovazione, il suo adattamento in carne e ossa arriva invece in un momento storico che predilige le minestre riscaldate: remake, reboot, sequel, prequel sono all’ordine del giorno. Il serbatoio dei film, dei cartoni e delle serie degli anni ’70 e ’80 da saccheggiare è quasi interamente prosciugato e ci si sta spostando verso il decennio successivo, ma anche verso altri media come appunto gli anime, che gli occidentali hanno finalmente (ri)scoperto come forma d’arte e di intrattenimento non meno apprezzabile dei prodotti in carne e ossa.
L’impresa di realizzare un live-action di Cowboy Bebop, però, si scontrava fin da subito con uno spinoso problema: quale approccio adottare? Un adattamento pedissequo 1:1 non avrebbe avuto il minimo senso, sia perché si parla di media completamente differenti (e ciò che funziona in 2D non è poi detto che funzioni anche nella realtà) sia perché a quel punto tanto valeva tenersi la serie anime, che a distanza di venti e passa anni dalla sua messa in onda si mangia ancora il 90% dell’animazione giapponese odierna.
D’altro canto un adattamento troppo libero, in cui mantenere i nomi e le ambientazioni originali e poco altro, avrebbe avuto ancor meno senso, oltre a rischiare di suscitare le giuste ire dei fan.
Ecco quindi che Christopher Yolt, l’uomo a capo del progetto live-action, ha cercato di realizzare una via di mezzo: un prodotto fedele all’originale ma insieme pieno di novità. Laddove per “novità” si intende anche la semplice esplicitazione di elementi che nell’anime venivano rivelati molti episodi più tardi e che la serie in carne e ossa sbatte in faccia allo spettatore già nella prima puntata.
“Cowboy Gospel” segue nel complesso la narrazione del primo episodio dell’anime, “Asteroid Blues”, raccontando il tentativo di Spike e Jet di catturare una coppia in fuga con un ricco carico di Red Eye, una particolare droga rubata all’organizzazione mafiosa Red Dragon. Persino la sigla, l’impostazione di molte scene, le inquadrature e la colonna sonora richiamano fedelmente l’opera originale, provocando fitte di nostalgia e di commozione nel fan di lunga data e deliziando il novizio che, si spera, userà questa serie come trampolino di lancio per recuperare il capolavoro di Watanabe (disponibile anch’esso su Netflix).
Belle le coreografie, gustose le scene di azione, gli effetti speciali e le scenografie dimostrano che Netflix ha investito davvero nel progetto (altro che le location à la Fantaghiro di The Witcher) ma soprattutto convincente il cast. A cominciare dalla coppia di protagonisti: John Cho se la cava bene nei panni di uno Spike sornione e carismatico e Mustafa Shakir è praticamente Jet Black preso paro paro dall’anime. Qualche riserva su Daniella Pineda nei panni di Faye Valentine e soprattutto su Alex Hassell nel ruolo di Sid Vicious, ma soltanto perché hanno avuto poco modo di mettere in mostra le qualità dei loro personaggi.

COSA NON FUNZIONA


Nondimeno, ci sono parecchie differenze rispetto all’anime, che vanno analizzate senza pregiudizi, consci del fatto che un adattamento deve andare per forza incontro a delle modifiche.
Una di queste novità riguarda l’inserimento di Faye e Sid già nel primo episodio. Chi ha visto l’anime sa che la bella Faye fa la sua comparsa solo nella terza puntata, “Honky Tonk Women”, e non è una cacciatrice di taglie, ma una giocatrice d’azzardo con grossi debiti e una taglia sulla sua testa, che la porterà a diventare dapprima bersaglio di Spike e Jet e poi membro della loro squadra. Qui si preferisce invece presentare Faye come una collega di Spike e Jet, anzi una loro concorrente, visto che contende loro la preda dell’episodio e finisce per essere la responsabile del tragico epilogo dei due ricercati. Una scelta legittima, ma che non convince chi scrive: si rischia (e in parte è già successo) di trasformare Faye in uno stereotipo girl power dei più beceri invece di giocare su quel misto di cazzutaggine, fascino erotico e spregiudicatezza del personaggio originale.
Anche il passato di Spike e Jet è stato, in parte, rivelato fin dal primo episodio, laddove l’anime impiegava del tempo per far sapere allo spettatore che il primo aveva legami con la mafia e il secondo era un ex-agente di Ganimede. Il pubblico di oggi non ha tempo di aspettare due o cinque o dieci episodi per conoscere il background dei suoi beniamini, bisogna sbattergli tutto in faccia subito. Questo obbliga a introdurre prematuramente anche Sid Vicious, il villain della storia, perché l’eroe Spike ha bisogno di una nemesi facilmente individuabile dagli spettatori. Peccato che questo ingresso anticipato faccia perdere a Sid la sua aura di mistero e fascino, rendendo la carismatica figura dell’anime un pallido ricordo.
Ma il vero problema di “Cowboy Gospel” è che non riesce a trovare la sua identità. Vorrebbe essere fedele al già citato “Asteroid Blues”, ma la differenza di medium e la mancanza di un genio del calibro di Watanabe si fanno sentire; e nel contempo vorrebbe innovare, ma le novità introdotte nella storia non sembrano particolarmente interessanti o ben fatte. Toccherà ai prossimi episodi dimostrare se la creatura di Christopher Yolt sarà una pallida imitazione del geniale anime da cui è tratta o un prodotto degno di esistere.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La sigla è la mitica “Tank!”
  • Il cast è particolarmente azzeccato
  • La trama è globalmente fedele all’anime
  • L’episodio non riesce ad avere una propria identità artistica
  • Faye cacciatrice di taglie introdotta così presto non convince
  • Sid Vicious ha perso molto del suo fascino entrando in scena così presto

 

Rispetto ai passati adattamenti tratti da anime, compreso il netflixiano Death Note, Cowboy Bebop si presenta sotto una luce nettamente migliore. Purtroppo deve ancora trovare la propria strada e dimostrare che i cambiamenti introdotti rispetto all’anime sono davvero sensati.

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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