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Foundation 1×01 – The Emperor’s PeaceTEMPO DI LETTURA 7 min

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Foundation 1x01 recensione Asimov PilotaIsaac Asimov è uno dei più grandi scrittori della fantascienza. Forse il più importante, se si considerano l’impatto delle sue idee (una su tutte, il concetto di robot) e la fama delle sue opere.
Eppure poco di ciò che porta la sua firma è approdato sullo schermo. Nel 1999 Chris Columbus diresse L’uomo Bicentenario, col sempre straordinario Robin Williams e una storia di fondo assai commovente, ma non sempre fedele al racconto da cui era tratta. Nel 2004 fu la volta di Io, robot, carrozzone action firmato da Alex Proyas, che porta il titolo di una celebre raccolta di racconti di Asimov ma nulla di più.
Di conseguenza, quando fu annunciato l’adattamento del ciclo della Fondazione i fan provarono, giustamente, un misto di eccitazione e di paura. Eccitazione, perché si tratta pur sempre di uno dei migliori cicli di fantascienza di tutti i tempi; paura, perché il rischio di vedere l’ennesimo brutto adattamento piegato alle regole del mercato odierno è alto. Tanto più se si considera che la scrittura di Asimov è poco telegenica: l’azione è poca e la narrazione è costruita soprattutto sui dialoghi e sulle dissertazioni.
Come se non bastasse, era stato annunciato fin da subito che la mente dietro l’adattamento sarebbe stata David Goyer, cioè l’uomo che ha dato vita a gran bei film come Batman Begins ma anche ad autentiche schifezze come FlashForward, Da Vinci’s Demons, Constantine e Krypton.

IL CICLO DELLA FONDAZIONE


Nel 1942 Isaac Asimov pubblicò sulla rivista Astounding Science-Fiction un racconto intitolato Foundation. Ambientato sullo sperduto mondo di Terminus, raccontava di una comunità composta esclusivamente di scienziati, incaricati di lavorare a un’Enciclopedia galattica e minacciati dalle mire espansionistiche del vicino regno di Anacreon. La situazione veniva risolta con l’astuzia dal politico Salvor Hardin, dopodiché si scopriva che l’Enciclopedia era solo una copertura per la vera missione di Terminus: preservare la civiltà e permettere la nascita di un nuovo impero galattico dopo il crollo del vecchio, prevista dal matematico Hari Seldon tramite la psicostoria.
Negli anni successivi Asimov pubblicò altri racconti ambientati su Terminus e incentrati su questa psicostoria, una branca della matematica capace di predire il futuro di grandi masse di persone attraverso complesse equazioni. Tra il 1951 e il 1953 questi racconti furono raccolti in tre volumi, intitolati Fondazione, Fondazione e Impero e Seconda Fondazione.
Più avanti, il successo della trilogia spronò Asimov a scrivere altri due sequel, L’orlo della Fondazione e Fondazione e Terra. Quest’ultimo libro terminava con un finale aperto, che mandava apertamente all’aria il piano Seldon e apriva le porte a scenari assai intriganti; ma invece di proseguire la storia, forse per mancanza di idee, Asimov ripiegò su due prequel, Preludio alla Fondazione e Fondazione anno zero.

LA QUESTIONE DELLA FEDELTA’


Per un curioso caso i primi due episodi di Foundation escono a poca distanza dal film tratto da Dune, capolavoro di Frank Herbert. Ma se quest’ultimo è un caso di adattamento fedele ai libri, seppur non siano mancati tagli anche abbastanza importanti, la nuova serie di Apple TV ha scelto un approccio diametralmente opposto, all’insegna dei cambiamenti radicali.
Una delle divergenze maggiori con i romanzi, che aveva fatto discutere già mesi fa, è il sesso dei protagonisti. Asimov iniziò a lavorare al suo ciclo nei lontani anni ’40 e ’50: erano altri tempi, c’era un’altra società. Nelle cinque storie che componevano il primo romanzo della Fondazione i protagonisti erano tutti uomini. Ma siccome nel 2021 esiste la regola non scritta secondo cui ogni produzione deve avere personaggi femminili a iosa, possibilmente cazzuti, ecco che Salvor Hardin, Gaal Gornick ed Eto Demerzel diventano donne.
E’ una scelta sensata o l’ennesima imposizione del politicamente corretto? A ben guardare, nei libri la sessualità di questi personaggi è totalmente ininfluente ai fini della narrazione, per cui il cambiamento di sesso non è minimamente problematico. A far storcere il naso, semmai, sono alcuni stravolgimento del background dei personaggi: pensiamo a Salvor Hardin che non si presenta nei panni di una politica (come la sua controparte maschile cartacea) ma come una specie di guardiana delle lande selvagge con strani poteri; oppure a Gaal Dornick in fuga dal proprio pianeta natale, arretrato e superstizioso, perché crede nella scienza (cosa assolutamente assente nel romanzo). E’ su questi punti che bisognerà discutere, nei prossimi episodi, per capire se le modifiche apportate dagli autori televisivi hanno senso oppure no.
Un altro grosso cambiamento rispetto ai libri è quello relativo all’imperatore. O meglio, agli imperatori. Perché qui il potere imperiale da secoli è nelle mani di una “dinastia genetica” composta da cloni del grande Cleon I. Questi cloni governano tre alla volta: così in ogni momento c’è Fratello Alba, un bambino, Fratello Giorno, un adulto, e Fratello Tramonto, un anziano. Chissà se Asimov avrebbe approvato una simile scelta.

FANTASCIENZA IMPEGNATA?


Uno dei pregi del genere fantascientifico (ma in generale di tutta quella che gli anglosassoni chiamano speculative fiction) è che creando mondi immaginari è possibile riflettere sui grandi problemi del presente, oppure sulle grandi questioni universali.
Nel suo ciclo della Fondazione, Asimov si era ispirato alla mastodontica opera storiografica di Edward Gibbon sulla caduta dell’impero romano per raccontare la storia del crollo di un’intera civiltà, ma anche per affrontare i temi del potere e del suo rapporto con la scienza e con gli individui. Anche in “The Emperor’s Peace” questi temi ci sono: la feroce repressione imperiale nei confronti delle idee di Hari Seldon e il processo a cui questi viene costretto mettono bene in luce la paura che chi è al potere ha nei confronti della conoscenza, del sapere e della scienza. Seldon non è un disfattista e non vuole essere un profeta di sventure, ma non può tacere sul destino che attende l’impero; e gli imperatori hanno paura di ciò, perché metterebbe a repentaglio le fondamenta del loro stesso potere, ossia la fiducia dei cittadini nella grande macchina imperiale.
Già in questo primo episodio, dunque, il tema del potere è centrale e si potrebbe dire che la serie cerca, a modo proprio, di fare della fantascienza impegnata, che non sia soltanto evasione. In questo senso si potrebbe interpretare anche la scelta di rappresentare Synnax, il pianeta di Gaal, come un mondo in cui la scienza è bandita e chi la professa rischia la morte. In un’epoca di movimenti no-vax e antiscientisti in gran quantità, la società di Synnax non sembra poi così lontana.

UNO SPETTACOLO PER GLI OCCHI


Al di là delle tante licenze che si prende e di certi cambiamenti dalla dubbia (per ora) utilità, “The Emperor’s Peace” dimostra che anche Apple TV ha le risorse per creare serie televisive di qualità cinematografica.
Gli scorci dei pianeti dallo spazio o della megalopoli che ricopre tutta Trantor non hanno niente da invidiare ad altre produzioni di fantascienza come Star Trek: Discovery di Netflix o Star Trek: Picard e The Expanse di Amazon o ancora The Mandalorian di Disney+.
Foundation porta sulla scena un futuro ipertecnologico ma anche molto barocco, in cui astronavi e giganteschi ascensori orbitali possono convivere con libri di carta e affreschi. Le scelte estetiche della produzione cercano anche di enfatizzare le differenze tra i vari mondi e i vari popoli: basti pensare ai costumi degli ambasciatori dei Mondi Esterni in visita alla capitale o addirittura alle diverse lingue che parlano, o ancora al contrasto tra un mondo progreditissimo come Trantor e uno come Synnax, dove la gente vive ancora nelle palafitte sull’acqua. Insomma, sulla base di quanto visto finora si può dire che Foundation sia riuscita a portare sullo schermo un universo vivo e a suo modo realistico.
Quanto agli attori, spiccano i nomi e i volti di Jared Harris e Lee Pace. Il primo conferisce ad Hari Seldon il giusto mix di saggezza e astuzia, pacatezza e risolutezza, mentre il secondo è perfetto nei panni di un sovrano dispotico che non esita a far fuori conoscenti di vecchia data pur di mantenere l’ordine nell’impero. Ma neanche il resto del cast sfigura. Se Foundation dovesse rivelarsi una delusione, beh, la colpa non sarà certo della recitazione.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • E’ la Fondazione di Asimov!
  • La storia si presta a parlare di temi di un certo peso
  • Ottima la resa visiva e gli effetti speciali non hanno niente da invidiare alle produzioni di altre piattaforme streaming
  • Cast soddisfacente, a cominciare da Harris e Pace
  • Salvor Hardin “guardiano” di Terminus: WTF?
  • Alcune trovate di Goyer hanno bisogno di qualche episodio per stabilire se siano buone idee o cavolate immani

 

“The Emperor’s Peace” è un primo episodio che spiazza il fan di Asimov: ci sono tanti cambiamenti, alcuni sensati, altri da valutare più in là, ma anche tante cose ben riuscite, a cominciare dalla resa visiva e dal cast. Qui più che in altri casi è d’obbligo la frase: “Bisogna vedere come si evolverà la serie”. Per ora il primo episodio è promosso, seppur con qualche riserva.

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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