The Walking Dead 5×12 – Remember – BenvenutiTEMPO DI LETTURA 5 min

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Because it’s all about survival now. At any cost.

Dopo cinque stagioni, che la modalità di sopravvivenza dell’essere umano di fronte ad un’epidemia di massa stia alla base dell’impianto di The Walking Dead, è aspetto ormai noto e ben assimilato da qualsiasi spettatore dello show. Dopo aver conosciuto Aaron, ed esser giunti ad Alexandria, allora, i nostri “morti che camminano” devono vedersela con i fantasmi che li hanno perseguitati durante la loro continua ed estenuante lotta, appunto, per restare vivi.
Sicuramente, i precedenti non sono dei più confortanti. Tra Woodbury e Terminus, dubbi e paure sono inevitabili, se non dovuti. Se l’ottimo inizio di stagione, purtroppo non del tutto confermatosi, ci ha insegnato qualcosa, è che il gruppo di adesso non è di certo quello che cercava vanamente di scendere a patti col Governatore, né tantomeno quello che cadeva nella trappola (neanche tanto mascherata) di una banda di spietati cannibali. No, alla luce di tutto il terrore passato, e dei limiti morali che sono stati costretti a superare, Rick & co. sono diventati più forti, più esperti e più accorti. Ed, in fondo, è questa la domanda che pervade la visione di “Remember/Benvenuti”: è possibile ancora fidarsi di qualcuno? Non lasciatevi ingannare da tali premesse, però. Per fortuna, l’episodio non cavalca l’onda della noiosa e ripetitiva introspezione pseudo-intellettuale delle ultime settimane, piuttosto cerca, pur con le solite ricadute, di proporre qualcosa di “nuovo”, con l’aiuto essenziale quanto ingombrante del “vecchio”.
Per quanto l’escamotage tecnico dei protagonisti che parlano dinanzi ad una telecamera può fare troppo “Modern Family”, o, in generale, sapere di già visto nel campo della serialità televisiva contemporanea (qualcosa di analogo è stato messo in scena, l’anno scorso, da Person of Interest, per esempio), non si può dire che non faccia, almeno, il suo degno effetto. Dal “We were almost out there too long” di Glenn al “I didn’t just lost her. I killed her. It had to be me” di Carl, possiamo dedurre, infatti, che la “vera” domanda dell’episodio è un’altra, ovvero: è possibile lasciarsi il proprio passato alle spalle? Soprattutto se è terribile e traumatico come il loro?
Perfino la storyline di un sempre bistrattato (giustamente) Carl riesce ad essere in linea con lo spirito della puntata. Il disagio e l’estraneità di un ragazzino cresciuto troppo in fretta è rappresentato al meglio nel confronto con i suoi coetanei, all’apparenza più fortunati e spensierati. Le sue scene funzionano anche perché riescono in quello in cui i vari “confessionali”, in parte, falliscono (complice alcune battute troppo scontate, vedi Daryl), ovvero rendere la differenza netta e inquietante dei nostri “sopravvissuti” agli occhi esterni, probabilmente la più grande novità di quest’arco narrativo.
Il personaggio di Rick Grimes, forse mai così protagonista da, almeno, la scorsa stagione, incarna alla perfezione i conflitti messi in scena nell’episodio. Innanzitutto, attraverso la ricostruzione “fisica”, letteralmente, del Rick delle origini, che combatte per ritornare. La prima e più interiore battaglia, per quanto all’inizio può apparire vinta, con l’accettazione del ruolo assegnatogli da Deanna, si rivela persa solo nel finale, con l’ex vice-sceriffo Grimes che sembra “ricordare” (come da titolo originale) come si gioca in questo nuovo mondo, minacciando di appropriarsi della costruzione se le cose dovessero andare male. Quello di Lincoln, non è il solo personaggio, quindi, che lotta col proprio passato, è semplicemente quello più in mostra. Sulla sua lunghezza d’onda, infatti, abbiamo Carol, che sembra quasi tornare anch’essa quella della prima stagione, dalla (finta) nostalgia del marito ai rimbrotti materni a Daryl.
Quest’ultimo, invece, rappresenta, insieme a Glenn, l’altra faccia della medaglia, di quelli che proprio non ce la fanno a “dimenticare” ciò che hanno passato (“Forget”, tra l’altro, sarà il titolo del prossimo episodio), e che difficilmente riescono a integrarsi. La seconda battaglia, quindi, è quella dell’ “essere accettati”, stavolta, dagli altri abitanti di Alexandria. Un conflitto a cui Rick assiste quasi in maniera “passiva” (solo apparentemente, come abbiamo detto). Dalla conoscenza di Jessie a quella del marito, infatti, si toccano tutte le fasi della “psicologia” dell’intera puntata: c’è quella positiva, iniziale, che lo vede farsi tagliare i capelli dalla ragazza e conversarci allegramente; e poi c’è quella più oscura, che funge solo da preambolo allo scontro di Glenn, con l’inquietante “Welcome to Alexandria” del marito di lei, nascosto dal buio, denso di minacce e timore. Esattamente come proseguono le vicende e l’intera trama della puntata.
Curioso, a questo punto, che il titolo per l’edizione italiana, differentemente dal “Remember” originale, sia proprio “Benvenuti”, che non solo rispecchia il suo significato dualistico positivo/negativo, ma quasi preannuncia possibili e tenebrosi sviluppi futuri.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La scena del dialogo iniziale tra Rick e Deanna
  • Il “confessionale” dei nostri, a turno
  • Il ritorno alle origini di Rick, prima nella rasatura della barba poi nell’indossare la divisa da sceriffo
  • La storyline di Carl e degli altri ragazzi
  • Welcome to Alexandria
  • Tutta la gestione della lite sul finale, piuttosto ingenua e ripetitiva nelle dinamiche
  • Ritmo sempre piuttosto lento

 

“Remember – Benvenuti” è così caratterizzata da rapporti estremamente biunivoci, tra passato e presente, nuovo e vecchio. Il tutto rappresentato, per una volta, in maniera azzeccata e puntuale, senza strafare troppo. Lo stile ricorrente, ovvero quello di far parlare le immagini piuttosto che le parole, marchio di fabbrica dello show e allo stesso tempo il suo più grave problema, in questo caso è più positivo che negativo, regalandoci un’interessante preludio ad un promettente forcing finale.

 

The Distance – La Distanza 5×11 13.4 milioni – 6.9 rating
Remember – Benvenuti 5×12 14.4 milioni – 7.5 rating
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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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