How To Get Away With Murder 2×15 – Anna MaeTEMPO DI LETTURA 6 min

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“Cosa che inizia con grande intensità e finisce in niente quasi subito. Usato in genere per sentimenti, entusiasmi, grandi idee o altro”.
Definizione di “fuoco di paglia” sul Dizionario dei modi di dire del Corriere.it

Appare complicato, se non impossibile, salvare qualcosa della parabola discendente che ha colpito How To Get Away With Murder, sempre più profonda ed inarrestabile almeno dalla seconda metà di questa stagione, se non addirittura dalla prima. Puntata dopo puntata uno degli show più chiacchierati dell’anno passato, si è pian piano rivelato per quello che è: un totale fraintendimento; una bella “cantonata”, per dirla in gergo, da parte di tutti, in primis dall’Academy degli Emmy Awards (per quanto il discorso di ringraziamento di Viola Davis possa esser stato commovente), dalla giuria dei Golden Globes fino a noi fervidi consumatori di serie tv. Col senno di poi, si sarebbe potuto aspettare qualche episodio in più prima di lanciarsi in giudizi entusiasti che hanno elevato all’istante la serie tra i più seguiti crime show del palinsesto, con il risultato di ridurre adesso qualsiasi volontà di andarci leggero nella critica che si sta per stilare, come invece abbiamo fatto in altre occasioni più gioviali e scherzose riguardanti qualsiasi serie trash, ma consapevole di esserlo.
Il problema di fondo è questo, con l’andar del tempo How To Get Away With Murder ha preso sempre più le sembianze di un’operazione commerciale ben architettata, che ha giocato ad avere toni drammatici e scorretti da serial “alto”, finendo invece nel cadere in infinite e ripetute cadute di stile e che ha trovato nell’ingaggio della nominata agli Oscar (e prossima Amanda Waller in “Suicide Squad”) la propria gallina dalle uova d’oro, “ingannando” i critici e sfruttandola per questo a più non posso. Il modus operandi degli sceneggiatori e del creatore Peter Nowalk (collaboratore quindi sì di Shonda in Grey’s Anatomy e Scandal, ma lei rimane qui solo la produttrice) è perfettamente sintetizzato da questo “Anna Mae”, data la sua natura da season finale (e purtroppo non series, visto il rinnovo da parte del network) completamente tradita, visto che spende metà del suo tempo per il rientro in famiglia di Annalise Keating, nel momento in cui meno se ne sentiva il bisogno.
In una mezz’ora abbondante e soporifera, infatti, siamo così costretti a doverci subire la “simpaticissima” (e stereopatissima) mamma di Annalise chiamare la propria figlia continuamente “Anna Mae”, come se fosse la propria ultima ragione di vita e assistere alla tentata (e lenta) riconciliazione con un padre assente, di cui né conoscevamo (o ricordavamo?) la storia né la stessa esistenza. Approfondimento del personaggio funzionale ai retroscena della narrazione? No, perché non aggiunge nulla né alla trama generale né tantomeno alla stessa introspezione di Annalise, visto che il fulcro dei suoi tormenti (e dei colpi di scena che da lì a poco lo riguarderanno), ossia il trauma derivante dalla perdita del figlio, non coinvolge minimamente i rapporti con i genitori, che non sembrano avere chissà quale importanza recondita nella sua psiche. Difficile allora non pensare all’ennesimo pretesto per mettere in risalto il personaggio più popolare e, come detto, premiato dello show, senza però possedere idee concrete o innovative per farlo. L’ennesima scena strappalacrime della Keating/Davis sofferente e struccata (sì abbiam capito che questa cosa è piaciuta, andiamo avanti), allora perde di pathos poiché arriva in ritardo e dopo che lo spettatore ha perso qualsiasi interesse.
Fan-service dicevamo, maliziosamente influenzati dai post di Tumblr e social vari da parte del fandom sul web, a lungo andare, probabilmente la rovina di tanti show più in voga dei canali mainstream (e forse non solo). Il caso di Frank e la centralità che si è conquistato man mano (con forzature annesse per giustificarla) a tal proposito è emblematico, protagonista del colpo di scena più atteso praticamente di entrambe le stagioni e potenzialmente il più sorprendente proprio per la sua continuità. Il gusto per i retroscena esagerati e imprevedibili è d’altronde un tratto distintivo della serie, ma se in passato ritmo e intensità del montaggio hanno sopperito più volte alle lacune in fase di scrittura, non svolgono il loro compito nella spiegazione dell’enigma più duraturo dello show e mai spiegato nel finale della prima stagione (e che, per forza di cose, ci aveva lasciato perlopiù indifferenti e confusi), ossia quel Frank che “obbediva” ad un ordine di Sam assassinando Lila. Rivelazione che sta difficilmente in piedi, diciamolo, poiché vede un marito che perde un figlio, per colpa del tradimento di un dipendente di sua moglie, e che dopo averlo scoperto accetta di farlo continuare a lavorare per lei (e vederlo tutti i giorni al suo fianco e in casa sua) pur di mantenere il “segreto”.  Se non si fosse trattato del mistero che, come fanno notare gli stessi protagonisti, ha praticamente scatenato l’intero vortice di eventi che ha dato il via alla storia, ci saremmo pure volentieri passati sopra, ma così non è, per quanto si può minimamente apprezzare l’impegno di far riunire la trama nel flashback sulla madre di Wes di dieci anni prima con quella del presente, e quindi senza indurci in sospetti rivelatori per gran parte della stagione.
Wes a proposito, a conti fatti si è rivelato il più attivo (ma neanche tanto) di tutto il resto dei Keating Five, i quali, forse non a caso, con lo scorrere degli episodi hanno via via guadagnato sempre meno importanza negli sviluppi della trama, resi perlopiù semplici spettatori passivi e impotenti. Inutile il tentativo finale nel renderli fautori della scoperta del tradimento di Caleb (sorpresa, sorpresa!), anche perché in realtà ciò avviene grazie al solito e tempestivo hackeraggio di Oliver (ma Mr. Robot non lo ha visto nessuno?). Gli autori, quindi, non potrebbero render palese più di così il proprio disinteresse nell’approfondire coloro che, in fondo, all’inizio dovevano essere i veri protagonisti della serie, e la loro incapacità insita nel saperli caratterizzare al meglio (e farli uscire dai cliché che in principio sembravano voler abbattere, con una storia nuova e inusuale), perché in fondo non così interessanti al grande pubblico. Il “cliffhanger” finale fa il pari con quello della scorsa stagione riguardante l’omicidio di Rebecca, perciò altrettanto gratuito e stavolta ancor più privo di senso (perché far girare metà stagione intorno alla rivelazione del padre biologico di Wes, se poi non li si vuole nemmeno fare incontrare?), se non quello di “scioccare” lo spettatore e farlo correre a twittare il suo personale sconvolgimento. Insomma, manuali di sceneggiatura ai tempi di Internet.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Niente 
  • Ok, dai, forse giusto la trovata in sé di risolvere le trame Wes/figlio di Annalise/omicidio di Lila in unico flashback  
  • Tutto 
Ammettiamolo, la cantonata pazzesca di How To Get Away With Murder, chi più chi meno, l’abbiam presa tutti. Ci hanno ingannati e non resta che prenderne atto e chiuderla qui, rimpiangendo l’ennesima occasione mancata di uno show “generalista” di portarsi ad un livello maggiore dei suoi colleghi… peccato non pensino lo stesso i dirigenti dell’ABC. 
There’s My Baby 2×14 4.80 milioni – 1.4 rating
Anna Mae 2×15 5.48 milioni – 1.4 rating

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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