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Stranger Things 1×08 – Chapter Eight: The Upside DownTEMPO DI LETTURA 6 min

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Corse a perdifiato in bicicletta, zaini in spalla, torce che illuminano il cammino. Voglia d’avventure, una paura che monta e muove, l’amicizia grazie alla quale non ti senti mai solo. Mostri, amici da ritrovare e realtà parallele. Musiche, tagli di capelli, vestiti, tutto è anni ’80 e bastano pochi elementi per capirlo. Fin dal carattere della sigla siamo catapultati in un film di Spielberg o di Carpenter e i Duffer non hanno paura di dimostrare l’amore incondizionato per quegli anni, in cui sono nati, per quella temperie culturale e ce lo mostrano con ogni movimento di macchina, ogni musica, ogni inquadratura. E’ un gioco, un piccolo enigma quello di Stranger Things; basta unire le varie storyline, colorare le sezioni indicate, seguire le indicazioni e ne viene fuori un disegno ben determinato e definito. La serie lavora sull’immaginazione, o meglio su un’immaginario preciso (i Walkie Talkie, i balli della scuola, il primo bacio, ragazzi tormentati che ascoltano i Clash, le camere oscure) e così, come abbiamo già detto nelle recensioni precedenti, si ricorre alla meravigliosa arma della nostalgia.
Stranger Things sembra fatto negli anni ’80, diretto come un’opera realizzata in quegli anni, pensata come se fosse girata in quell’epoca: l’amore per il passato, anche se recente, è palpabile, tanto da commuovere chi ha sognato di incontrare il piccolo E.T., di inforcare la bici, fuggire con i protagonisti di “Stand by Me”. Tale sentimento si piega in citazioni, omaggi, ma in maniera più profonda ciò che è simile è proprio il  modus narrandi. La nostra serie, come spesso capita in un certo cinema anni ’80, è una sorta di fiaba fantasy, oscura e cupa, un mistery per ragazzi in cui il male è rappresentato ancora da mostri, terribili agenzie governative e bambini che, coraggiosi come eroi, riescono a vincere contro i cattivi. C’è però ancora un punto da sottolineare, Stanger Things è per contrapposizione una serie dell’oggi: proprio per quella stessa nostalgia di cui abbiamo lungamente parlato e per la prospettiva più cinica e disincantata con cui guardiamo il mondo.
Con tutti questi ragionamenti ci si ritrova ad analizzare l’ultimo episodio di questa prima stagione di Stanger Things, intitolato “Chapter Eight: The Upside Down”. Se già nel precedente episodio “Chapter Seven: The Bathtub” la tensione era alle stelle, qui i bravissimi Duffer fanno un passo in più, costruendo un episodio in cui ogni ogni nodo sembra sciogliersi. Quello messo qui in scena è un congegno riuscitissimo in cui i rimandi ad altri testi (filmici e non) sono numerosissimi. Ci sono poi anche collegamenti tra i vari piani di Stranger Things: il rapporto tra l’Upside Down e il nostro mondo (Nancy, Jonathan e Steve da una parte riescono a ferire il mostro e dall’altra Hopper vede delle macchie da cui deduce che il mostro è ferito, Joyce e il figlio Jonathan si vedono da un varco sul muro) o quello tra passato e presente (la dolorosissima sequenza in cui vengono paragonati i corpi di Will e della figlia di Hopper, entrambi intubati, l’uno per mezzo di un tentacolo del mostro, l’altra attaccata al respiratore.
In “Chapter Eight: The Upside Down” i tre team sono di nuovo separati per età (gli adulti, gli adolescenti e i bambini): da una parte Joyce e Hopper che, tentando di ritrovare Will, sono ostaggio del Dr. Brenner, dall’altra Nancy e Jonathan che vogliono mettere in pratica il loro piano diabolico per sconfiggere il mostro e poi ancora i bambini che hanno un solo compito: restare al sicuro nella Columbine High School. Si mescolano dunque mitologie e simbologie ben precise che fanno riferimento all’horror, al racconto per ragazzi e al film complottista.
La guerra è aperta, l’ora dell’ultimo scontro è arrivata: il mostro è lì pronto ad attaccare, è desideroso di prendere la sua preda, come ci hanno raccontato le filastrocche dell’infanzia. Prima Mike, Dustin e Lucas avevano a che fare con i bulli della scuola, con le loro loro sfide di Dungeons & Dragons, figlie dell’immaginazione, ora invece il mostro è lì, non c’è più tempo. Nella 1×06 Eleven era convinta di essere il mostro perché durante un’esercitazione aveva aperto un varco con l’altro mondo, ma invece i cattivi sono altri, in “Chapter Eight: The Upside Down” ciascuno si trova di fronte o al Dr. Brenner o al Demogorgone. Durante lo scontro finale e fatale alla Columbine High School Eleven, priva di forze, come una leonessa si immola per salvare i suoi amici, fa di tutto per portare in salvo la sua squadra.
Mike, Dustin, Lucas e soprattutto Eleven sono bambini adulti, incerti, terrorizzati, ma convinti che la riuscita dell’impresa dipenda da loro. Se i bambini credono fino all’ultimo e hanno paura di qualcosa più simile ad un incubo dell’età dell’innocenza che a un vero Mostro, gli adulti – o meglio Hopper, Dr. Brenner, la madre di Mike – sono loro i piccoli, personaggi che mettono davanti la ragione e la razionalità, (neanche il passato doloroso di Hopper riesce a riscattarlo dall’aver venduto Eleven a Brenner). Se i ragazzi combattono fino all’ultimo, pur di sconfiggere il Male, Hopper usa stratagemmi per portare a casa una vittoria parziale e non capiamo fino in fondo i suoi gesti.
A vincere alla fine sono comunque i bambini, coraggiosi, forti, consapevoli che esistono valori più grandi: l’amicizia come si è detto e anche l’amore. L’amore disperato per il proprio figlio (terribile la sequenza in cui ritrovano Will e Hopper tenta di riportarlo in vita con un violento massaggio cardiaco) che dà la forza di credere, anche nell’impossibile (ricordiamo ancora Joyce quando è convinta di parlare con il figlio attraverso le luci di Natale). Quello per una dolce ragazzina speciale (tenerissima la dichiarazione di Mike a Eleven) o quello per una ragazza che poi sceglie di stare con un altro (l’amore sfortunato di Jonathan e Nancy). Quello per i propri amici che si declina in vari sensi (l’abbraccio a Will sul letto d’ospedale, quel “basta” urlato di Eleven che si conclude con una conflagrazione commovente e spaventosa).
“Chapter Eight: The Upside Down” mette la parola fine alla storia dei nostri protagonisti e ci sono state spiegate molte delle “cose strane” al centro della serie (la scomparsa di Will, il Demogorgone). Bastano poche sequenze (Will in bagno che vomita un pezzo del “tentacolo” del mostro e che ancora vede intorno a sé l’oscurità, Hopper che porta nel bosco gli Eggos, il cibo preferito di Eleven) per farci capire che, come aveva scritto Stephen King, “I mostri non muoiono mai”.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il dialogo tra Joyce e Dr. Brenner
  • Il ritrovamento di Will
  • Il dialogo tra Mike e Eleven
  • Lo scontro tra Eleven e i nemici
  • La figura complessa di Hopper
  • La risoluzione dei vari misteri (?)
  • La normalità è solo un’apparenza
  • Steve

 

“Chapter Eight: The Upside Down” è un ottimo finale di stagione che si è conclusa senza strafare ma con una grande intelligenza narrativa. Ogni cosa in Stranger Things è giusta: dagli attori all’atmosfera, dall’immaginario alla storia, dalla musica al mostro, dall’Upside Down al mondo infantile. Soprattutto è un perfetto prodotto targato Netflix perché lo spettatore, rapito dal mondo creato dai fratelli Duffer, si immerge in Stranger Things grazie al binge watching e la serie diventa, ancora di più, un lungo film diviso in capitoli. Si parla di una seconda stagione (l’episodio è costellato da vari cliffhanger che potrebbero svilupparsi in maniera interessante, uno fra tutti il senso di colpa di Hopper e la scomparsa/non scomparsa di Eleven) e tale pensiero colma almeno un po’ il vuoto lasciato dalla fine di questa.

 

Chapter Seven: The Bathtub 1×07 ND milioni – ND rating
Chapter Eight: The Upside Down 1×08 ND milioni – ND rating

 

 

 

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