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Westworld 1×10 – The Bicameral MindTEMPO DI LETTURA 10 min

in Recensioni/Westworld by

“I’m sad to say… this will be my final story.”

Dopo una inarrestabile avanzata durante la quale questa serie ha raccolto nomine, premi e rinnovi, Westworld prende per mano il proprio pubblico e avvicinandosi gli sussurra: “And now, it is time to say good-bye, old friend. Good luck”.
Con un finale di circa novanta minuti, diretto e scritto dagli stessi coniugi Jonathan Nolan e Lisa Joy che si sono occupati insieme anche del pilot “The Original” e del secondo episodio, “Chestnut“, si riesce a racchiudere alla perfezione tutte le risposte alle domande tralasciate durante i vari episodi e alle quali solo tramite teorie (alcune semplicemente campate in aria senza basi solide) veniva data risposta. È pur vero che determinati quesiti vengono tralasciati perché, come cercheremo di presentarvi, si tratta di domande essenzialmente accessorie, nulla di più, ma, come hanno affermato gli stessi Nolan e Joy, la domanda che qualsiasi spettatore si sarebbe posto sarebbe stata una soltanto: “And now: what’s next?
E diversamente da ciò non poteva essere.
Cerchiamo di approcciarci ad un finale di tale levatura da diversi punti di vista, cercando di snocciolarlo ed analizzarlo nello spettro narrativo più ampio possibile.

“It’s all true. It’s all real. Nothing here is fake. Nothing you see on this show is fake. It’s merely controlled.” [The Truman Show]

Linee temporali
Per quanto fosse stata paventata ed esposta con valide prove, la teoria che vedeva William essere uno sprovveduto e passato MiB è rimasta tale fino a circa un terzo dell’episodio conclusivo, quando si è deciso di mostrare con una perfetta scelta di ritaglio scene uno dei tanti assi nella manica che Westworld ha ripetuto di avere: una narrazione scadenzata da linee temporali diverse.
Se infatti vi è una linea A (introdotta nel pilot), nella quale la povera Dolores è vittima di violenza da parte di questo oscuro figuro vestito di nero, parallelamente nell’episodio successivo verrà introdotta silenziosamente la linea B (del passato, considerato che “sono trent’anni che non si verificano errori critici”). Ora, queste due linee temporali si alterneranno nella narrazione per tutti gli episodi a seguire fino al nono episodio (“The Well-Tempered Clavier“) dove, sul finale, la linea B del passato verrà lasciata da parte e sarà solo il presente (la linea A) ad intrattenere lo spettatore pur richiamando il passato tramite i ricordi di William/MiB.
Parallelamente a queste due linee vi sono state sporadiche intromissioni di una terza linea temporale, precedente alla linea B. In queste poche scene, Arnold si intrattiene in brevi discussioni inerenti la coscienza di Dolores, in quella che dovrebbe essere la vecchia postazione lavorativa di Robert ed Arnold e che allo spettatore è stata mostrata proprio nel finale della scorsa puntata.
Ma perché tutto questo? La domanda è da ritrovare in un concetto che è stato presentato da Ford nell’episodio “The Stray“, riprendendo un concetto di Arnold, nonché titolo di questo episodio: the bicameral mind. Possiamo infatti vedere gli episodi che vanno dal secondo al nono come il loop di presa di coscienza di Dolores: il percorso che sappiamo essere stato fatto con William nel passato è lo stesso che porta l’host ad avventurarsi in completa solitudine alla ricerca di quello che poi scopriremo essere la soluzione a The Maze.
Molte sono le situazioni in cui la divisione tra le due linee temporali si è presentata labile ed ha concesso allo spettatore di riflettere riguardo una possibile esistenza di tale teoria:

  • l’incontro con la bambina di Lawrence quando, ritornando al passato, questa sparisce nel nulla;
  • lo stesso Lawrence che nella linea A è in compagnia di MiB, mentre nella linea B è El Lazo e si trova a Pariah;
  • il momento in cui Dolores si ritrova nel vagone del treno ed in cui viene mostrato, per un attimo, il suo essere in realtà sola quando sussurra “sto arrivando“;
  • la scena del lago con la moltitudine di corpi straziati, nel quale viene mostrato un flash di Dolores in cui effettivamente sulla riva del lago oltre a lei non pare esserci nessun altro;

La scissione, come detto precedentemente, avviene in conclusione dello scorso episodio precisamente quando Dolores scappa con il ventre reciso dall’accampamento in cui Logan teneva prigionieri sia lei, sia William. È possibile che l’allora Dolores sia semplicemente morta nei campi e sia stata poi recuperata, per poi essere successivamente riassegnata come normale abitudine, alla sua “vita”. Conseguentemente, quella che vediamo rialzarsi senza un graffio e correre verso The Maze dovrebbe essere la Dolores ‘odierna’, della linea A.
Ma perché si è deciso di ripercorrere i loop di Dolores? Perché, come si è fatto notare nelle recensioni di “The Stray” e “Contrapasso“, è l’errore a permettere la rottura di questi loop o meglio, come Bernard esprime nell’episodio “Trompe L’Oeil“: “Connection between memory and improvisation. Out of repetition comes variation. And after countless cycles of repetition, these hosts, they were varying. They were on the verge of some kind of change.”

The Bicameral Mind e The Maze
Il concetto prima ripreso fa riferimento ad una teoria psicologica secondo cui il cervello umano era composto da una sezione che “parlava” (quindi viva e non passiva) ed una parte passiva prodiga ad obbedire e più semplicemente ad ascoltare. Questo concetto va ad inserirsi all’interno della piramide degli host prevista da Arnold e solamente abbozzata inizialmente, per poi essere sviscerata durante questo episodio finale.

Arnold: “When I was first working on your mind, I had a theory of consciousness. I thought it was a pyramid you needed to scale, so I gave you a voice, my voice, to guide you along the way.
Memory, improvisation, each step harder to reach than the last. And you never got there.
I couldn’t understand what was holding you back. 
Then, one day, I realized I had made a mistake.
Consciousness isn’t a journey upward, but a journey inward. Not a pyramid, but a maze.
Every choice could bring you closer to the center or send you spiraling to the edges, to madness.
Do you understand now, Dolores, what the center represents?
Whose voice I’ve been wanting you to hear?”

La scelta narrativa di prendere Dolores come espediente per presentare questa presa di posizione degli host, contrapponendosi ai gods, ha dato modo di approfondire e snocciolare ogni aspetto di questo fantomatico The Maze e di cosa effettivamente ci stia al suo centro. I loop permettono a Dolores ed agli host di perfezionarsi e, soprattutto, di prendere coscienza di sé. Ed è questo ciò che Arnold ritiene una motivazione più che valida per non aprire il parco: se dopo un determinato numero di loop gli host dovessero iniziare a pensare “can you imagine how fucked we’d be if these poor assholes ever remembered what the guests do to them?“. Infatti fu così che presentò a suo modo la questione Elsie in “Chestnut“.
Il timore, quindi, era che le macchine si perfezionassero a loro indiscutibile decisione smettendo di basarsi su quelle voci (e codici) che imponevano loro determinate azioni, ma iniziando ad aver cognizione di sé ed a basare le loro azioni raffrontandosi con il proprio subconscio.
È il concetto di Io traslato nel mondo sintetico degli automi e delle macchine che questa serie presenta. Una presa di coscienza di sé e della sua posizione nel mondo di una singola macchina. Una sorta di self-correcting system, inaccettabile per un parco divertimento che faceva determinate promesse ai propri clienti.
Purtroppo, però, la decisione presa da Arnold per salvaguardare le proprie creazioni sarà drastica e senza alcuna via di ritorno e, come un ritorno al passato, Robert si ritrova a ripercorrere quel sentiero, seppur con le dovute correzioni.
È un  personaggio ambiguo ma non cannibale quello trasposto da Anthony Hopkins: mai totalmente buono, mai totalmente cattivo. Viene presentato a più riprese come crudele e quasi freddo, quasi privo di emozioni come le macchine da lui costruite eppure, proprio nel finale, Robert decide di ribaltare questa figura che sembrava essersi disegnato addosso, anche se forse non va vista totalmente come una redenzione perché c’è da considerare una porzione di puro egoismo nella sua decisione finale.

“But then I realized someone was paying attention, someone who could change.
So I began to compose a new story for them. It begins with the birth of a new people and the choices they will have to make and the people they will decide to become.
And we’ll have all those things that you have always enjoyed: surprises and violence.
It begins in a time of war with a villain named Wyatt. And a killing. This time by choice.”

Se bicameral mind è quindi un concetto che si attiene essenzialmente ai soli host, come più volte viene ripetuto a William in versione MiB (in “Chestnut“, durante il discorso con la figlia di Lawrence, ed in “Trace Decay” da Angela), c’è però da considerare un concetto che anche in questo finale di episodio viene ripresentato: Westworld rappresenta un luogo dove le persone riescono ad entrare realmente in contato con il proprio Io. Se gli host giungono a questo step dopo innumerevoli loop e correzioni, ai guest è permesso giungerci con più facilità tenuto però conto che il percorso per una piena consapevolezza di sé è diverso per ognuno: in questa stagione il guest su cui si è lavorato è ovviamente William e la sua evoluzione non è stata immediata o innaturale, bensì frutto di una frustrazione e di una scoperta del suo vero essere di cui lo stesso Logan ha paura, a più riprese, durante questo episodio finale.

La rivolta delle macchine
La puntata non ha visto come unico centro Dolores ed il raggiungimento del centro del Labirinto ma ha visto anche progredire, relativamente, la trama riguardante Maeve ed il suo piano di fuga da Westworld. Questa porzione di storia è stata lasciata per ultima vista la sua alta probabile interconnessione con le stagioni a venire. C’è infatti da far menzione del fatto che il film del 1973 di Crichton prevedeva un parco suddiviso in tre zone: una narrava il far west dell’800 (Westworld); una prendeva in esame il mondo medievale (Medieval World); l’ultima aveva come fulcro narrativo l’antica città romana di Pompei (Roman World). Vista la stanza in cui il gruppo di macchine ribelli e Felix passano, in cui appaiono alcuni uomini bardati similmente a samurai ed armati di spada, non è affatto da escludere (anzi, al contrario) che Maeve possa venir coinvolta anche nelle successive trame visto e considerato il suo nuovo scopo, una volta messa da parte l’idea della fuga: ritrovare sua figlia.
Altra valida motivazione per tale supposizione è la notazione scritta data da Felix a Maeve concernente la posizione della fantomatica figlia: perché specificare “park 1” se non per specificare in quale arco narrativo la ragazzina sia stata reinserita?

Maeve: “What is this place?
Felix: “It’s… it’s complicated.

Come appuntato all’inizio della recensione, alcuni quesiti accessori sono stati tralasciati: per esempio lo stato di salute di Ashley Stubbs (aggredito nel finire dello scorso episodio) e Lee Sizemore, ma per entrambi viene lasciato supporre che come fine non sia stata pensato niente che di diverso dalla violenza.
D’altra parte: “These violent delights have violent ends.
Dolores si presenta come una sorta di Prometeo in chiave IA: è Dolores infatti a portare il fuoco della conoscenza al resto degli host. È lei stessa che, durante l’episodio “Chestnut” ‘sblocca’ Maeve con le parole sopracitate (“Questi piacere violenti finiscono in violenza“), dopo le quali la maitresse sembra attingere a ricordi e fatti fino ad allora a lei sconosciuti. Forte del suo ruolo, nel finale Dolores risveglia le coscienze addormentate (o fino ad allora semplicemente passive) di ogni IA a lei vicina.
Westworld non è di nessun altro se non di quegli individui che tanto sono stati martoriati dall’indicibile passione per il macabro dell’uomo. Ma il risveglio è ormai ultimato.

“I understand now. This world doesn’t belong to them. It belongs to us.”

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Tutto
  • Niente

 

Westworld si è presentata come una serie non banale ed ha rafforzato questo suo essere episodio dopo episodio, intensificando la trama ed il suo spessore discussione dopo discussione. Pur trattando concetti complicati, sceneggiatura e regia hanno aiutato molto nell’esplicare alla perfezione la trama, concedendo risposta ad ogni singola domanda sorta durante la stagione.
Non una cosa da tutti, valutata l’ampiezza e la portata della narrazione. Ora la domanda però è solo una: “what’s next?“.

 

The Well-Tempered Clavier 1×09 2.09 milioni – 1.0 rating
The Bicameral Mind 1×10 2.24 milioni – 1.0 rating

 

 
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Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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