The Walking Dead 7×14 – The Other SideTEMPO DI LETTURA 6 min

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I wanted to kill that guy, too. 
I wanted to string them all up and watch them die. 
But we have to win. 
Help me win.

Le parole di Maggie a Daryl accompagnano l’abbraccio che chiude l’atteso e doveroso confronto (lodevolmente celere e senza ulteriori patemi d’animo) tra due dei personaggi più amati dal fandom di The Walking Dead, segnati in prima linea dalla sconvolgente morte di Glenn. La breve e significativa scena, però, ha anche un altro ruolo, ossia quello di evidenziare le dinamiche narrative adottate per questo episodio. Una è quella dell’unione di una coppia di personaggi, agli antipodi tra loro, ma accomunati dal desiderio di rivincita (o di sottomissione, come si vedrà in seguito) nei confronti di Negan. L’altra è quella della centralità dei personaggi coinvolti all’interno dell’universo narrativo della serie. Maggie e Daryl possono dirsi “protagonisti”, ma proprio il basso minutaggio a loro riservato in questo episodio sembra quasi volerli limitare, per una volta, nelle parti di personaggi “secondari”.
“The Other Side” ci racconta infatti le “altre” storie, come già l’incontro tra Rosita e Sasha che chiudeva l’episodio scorso faceva intuire. Il focus su tutti i propri personaggi, anche su quelli meno centrali nelle dinamiche della serie, abitudine inaugurata a suo tempo da Lost, è d’altronde un vezzo dello show dell’AMC. Nulla di nuovo all’orizzonte (come al solito), tanto che un estratto del dialogo tra Sasha e Rosita pare quasi un’ammissione di colpa da parte degli autori (“I’ve never told anyone any of that stuff. [..] I was stupid to waste so much time.“). Questo quattordicesimo episodio, infatti, può essere incluso perfettamente nel “terzo blocco” di stagione: dopo la  presentazione di Negan e la fase di sudditanza, si sta raccontando ormai da tempo l’organizzazione della ribellione. “The Other Side”, allora, non ci mostra solo gli “altri personaggi”, ma anche le “altre fazioni” in gioco.
Non solo gli “attendisti”, ovvero la lunga preparazione di Rick & co., qui impersonati dall’atteggiamento di Maggie e Daryl, che “si promettono” la propria vedetta. Non solo i “villain” sfrontati e sicuri della propria posizione, stavolta impersonati dal personaggio di Trevor Philips Steven Ogg (che al solito ruba la scena a tutti, in quanto a carisma sulla scena, anche se appare anch’esso per pochi minuti). Non solo i “grigi”, ossia quei personaggi dal dubbio schieramento, come Morgan o Dwight.  Ci sono anche quelli che scelgono la sottomissione totale, vuoi per codardia (Gregory), ma anche per un umano e comprensibile attaccamento alla vita (Eugene); quelli (anzi, quelle) che, infine, decidono di lanciarsi in missioni suicide e solitarie (Rosita), sacrificandosi per gli altri, ma anche un po’ per se stesse (Sasha).
L’aspetto più interessante è la connotazione di “genere” che, volente o non volente, gli autori imprimono a tale schieramento, almeno per quanto riguarda questa puntata. Una divisione netta che parte fin dalla scelta dell’ambientazione, la Hilltop dimora delle “quote rosa” del cast di The Walking Dead. L’opening d’episodio, tra l’altro, ci conferma quanto in questa serie siano tecnicamente capaci e padroni col linguaggio cinematografico (quando vogliono), data la bella sequenza muta in cui è principalmente la musica extra-diegetica a dar senso al montaggio. Musica che cambia da una melodia pesante e lenta, a rappresentare appunto l’attesa, ad una più movimentata, quella della rivalsa, che accompagna l’arrivo di Rosita alla base, inquadrata da lontano in netta contrapposizione al Gregory  alticcio e depresso alla finestra. Contrapposizione, come detto, che sarà il tema principe dell’episodio.
La connotazione di “genere” continua nell’essenza stessa dell’avvicinamento delle due donne, unite dal desiderio comune di vendetta. Sasha e Rosita sono le “vedove” di Abraham, è il loro legame con lui a scatenare tra loro screzi (in passato, quanto nel presente), è quel legame in fondo a portarle a cercarsi l’una con l’altra, per quanto possa essere difficile per loro ammetterlo. Ma, oltre a questo, gli autori sembrano volerci dire che è presente nella loro caratterizzazione qualcosa di più, come le parole di Rosita riassumono alla perfezione: “I fell in love with him because he saw I could handle my shit“. Abraham, per lei, si differenzia dagli altri uomini del suo passato proprio per aver compreso e accettato la sua forza e individualità. Una precisazione importante, poiché trasforma l’eredità di Abraham abbracciata da Sasha col suo sacrificio finale (che conferma anche quale sarà l’elemento che porterà Negan alla sconfitta, ossia il suo crearsi una schiera esagerata di nemici), non in una pura vendetta da vedova affranta, ma in una vera ispirazione di vita, dove appunto la questione dei generi sessuali passa in secondo piano.
Infine, come anticipato, le due donne badass si contrappongono agli uomini codardi e ormai piegati al nemico, ovvero Eugene e Gregory. Un focus di portata narrativa sicuramente minore, però, rispetto  a quello delle due co-protagoniste, dominato com’è dalla prevedibilità. Se quantomeno per Eugene si riscontra un certo significato nell’incontro con l’ex-compagna di viaggio pre-Rick (e il viso rigato di lacrime al rifiuto di essere salvato da lei ha comunque la sua valenza scenica), non si può dir lo stesso per Gregory, personaggio che lanciava segnali contrastanti già da tempo, il quale apre scontati scenari di tradimenti futuri. A tal proposito, va detto che anche tutta la storyline che vede protagoniste Sasha e Rosita, malgrado gli spunti di lettura interessanti, non gode certo di chissà quale brillantezza nei dialoghi e nelle situazioni messe in scena (i nodi, really?), soprattutto avendo bene in mente l’aura di fallimento che circonda tutta la loro crociata. Lo spettatore, infatti, sa benissimo che il loro obiettivo non andrà in porto (non prima della guerra finale di Rick) e il sacrificio di Sasha, per quanto anche abbastanza inatteso, non riesce a raggiungere per forza di cose l’efficacia necessaria.
Perlomeno, sempre a riguardo delle distinzioni di “genere”, gli autori di The Walking Dead dimostrano di non avere privilegi di sorta tra uomini e donne anche riguardo la regola della “morte del personaggio di colore” che ormai vige fin dall’alba della serie.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il sacrificio di Sasha, comunque inatteso (nonostante il casting in Star Trek: Discovery)
  • Il confronto Daryl-Maggie, comunque, ce lo dovevamo togliere
  • Eugene alla radio: la rapidità della sua sottomissione a Negan, e il suo perseverare nel ribadirlo, in fondo fa davvero ridere
  • L’apparizione finale di Green Arrow
  • Per quanto potenzialmente interessanti, Sasha e Rosita non riescono ad infondere il giusto coinvolgimento nello spettatore
  • Dialoghi e situazioni, in generale, piuttosto banali
  • Il sacrificio di Sasha perde di efficacia, immaginando già che in qualche modo doveva andare a finire così (il casting nel ruolo di protagonista di Sonequa Martin-Green in Star Trek:
    Discovery va tenuto in conto)

 

Malgrado la lettura in qualche modo profonda che si può dare alla crociata di Sasha e Rosita, malgrado la soggettività che ognuno può riscontare nell’empatizzare o meno con la vicenda delle due donne, “The Other Side” risulta essere quantomeno inutile ai fini della trama generale. Ciò finisce di riflesso col pesare sul giudizio finale: insomma, vogliamo le botte.

 

Bury Me Here 7×13 10.67 milioni – 4.9 rating
The Other Side 7×14 10.32 milioni – 4.7 rating

 

 

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall’HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo…

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