American Horror Story: Cult 7×06 – Mid-Western AssassinTEMPO DI LETTURA 4 min

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“I’ve seen conservatives up close; you’re not a conservative. You’re a reactionary. You use fear and the fantasy of a time that never was, when people left their doors unlocked. People like Mr. Anderson and Trump are not the garbage. They are the flies that the garbage has drawn. It’s time that we stop worrying about the flies and we start hauling away the garbage.”

Il puro e semplice terrore, quello che scaturisce non da elementi di fantasia, bensì da fatti che vengono percepiti vicini dallo spettatore, rappresenta l’elemento forse più coinvolgente di questa settima stagione di American Horror Story. Il fulcro del racconto era sì l’elezione di Trump, ma è la sua declinazione e la sua riproposizione in scala leggermente più ridimensionata (con Kai che segue le orme del tycoon) il punto di maggiore forza. E “Mid-Western Assassin” rappresenta la sublimazione di un percorso stagionale a tratti discutibile, ma che preferisce una strutturazione elaborata della propria storia. Un piacere per gli occhi.
Togliamoci prima il dente che duole, però, prima di indorare una puntata inattaccabile praticamente sotto ogni aspetto. Per voler essere precisi due sono gli elementi che minano questa perfezione per quanto, è giusto sottolinearlo, siano pressoché di cornice: il primo è rappresentato dalla riproposta alternanza a volte eccessivamente rapida della narrazione tra presente, passato, trapassato ecc. che potrebbe far provare allo spettatore una leggera nausea quasi fosse un sintomo del jetlag; il secondo punto negativo, specifico della puntata in questo caso, è il (non)colpo di scena che vede coinvolti Meadow e Kai.

“Dear followers and friends, tonight, after many long nights of careful thinking I have come to realize something, that the truths we have always held to be self-evident… all men are created equal, knowledge is power, ask not what your country can do for you but what you can do for your country… they are all bullshit. The future will be guided by self-interest, self-promotion and narcissism. And that is a future I cannot stand. And so this is my suicide note.”

Della puntata sono reperibili due versioni in rete: la prima è la versione edulcorata (per quanto possibile) dove la sparatoria ad inizio episodio viene in gran parte saltata; la seconda versione è quella non censurata dove l’intero montaggio della sparatoria è stato lasciato. Perché questa decisione, presa da Murphy stesso? Perché, come si diceva ad inizio recensione, la paura più grande è forse quella di vedere rappresentate e riproposte le proprie più grandi paure, considerata la tragica sparatoria avvenuta il primo di ottobre a Las Vegas.
Kai non è l’espressione del conservatorismo, né la rappresentazione in scena di Donald Trump. Certo, a suo modo sembra ricordare molto il Presidente USA, ma è una concezione di Trump che Kai rappresenta e che tramite lui vede la propria traslazione su schermo: Kai è l’espressione di quel terrore (motivato o immotivato che lo si ritenga) che la vittoria di Trump ha scatenato in milioni di americani che saltuariamente fanno da sfondo negli episodi di questa stagione al grido di “not my President“. E’ una rappresentazione questa che danza a metà tra il perculo puro e semplice verso una parte di popolazione eccessivamente catastrofista ed una raffigurazione di ciò che il culto e l’inusitata fiducia verso una figura carismatica possano portare a compiere. Pellicole come “Die Welle” hanno fatto di questo tipo di narrazione la propria forza in passato, ricollegandosi ad un particolare periodo storico cinematograficamente abusato in ogni versante; Murphy ha colto l’occasione concessagli da questo particolare momento della storia contemporanea, invece.
Una musica che crea una vera atmosfera, ritmi incalzanti (salvo i continui salti di cui si faceva menzione poc’anzi) ed una violenza ed un abuso forse più psicologico che fisico/visivo: il personaggio di Meadow rappresenta l’agnello sacrificale affinché Kai possa portare a conclusione il proprio piano di scalata verso il vertice. La domanda è: sarà abbastanza?
E’ da fare menzione come la narrazione di questa stagione si avvicini sotto molti aspetti (specialmente quelli riguardante la costruzione del personaggio di Kai) al libro “La Zona Morta” di Stephen King, portato nei cinema nel 1983 da parte di David Cronenberg.
In conclusione: si può ritenere American Horror Story: Cult lo specchio dell’America di oggi? No. O meglio, è sia la raffigurazione dell’esagerata esasperazione di una parte del ceto, sia una critica a come politica ed informazione rendano assuefatti il volgo. Non può ritenersi uno specchio, sempre che non ci si riferisca ad uno specchio deformante, solitamente presente nei circhi. In quel caso sì, è esattamente lo specchio dell’America.

Every society that has ever chosen to lead with fear has undone itself.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ritmo dell’episodio
  • Kai
  • Lavoro attorno alla trama della stagione e strutturazione della stessa
  • L’approccio estremamente psicologico ed odierno della puntata
  • Sbalzi tra passato, presente, trapassato
  • Colpo di scena?

 

Dopo un episodio di questa caratura le aspettative sono giustamente molto alte. La gestione dei prossimi episodi e della trama generale dovrà quanto meno avvicinarsi alla sontuosità di questo episodio.

 

Holes 7×05 2.19 milioni – 1.1 rating
Mid-Western Assassin 7×06 2.15 milioni – 1.1 rating

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Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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