American Horror Story: Cult 7×11 – Great AgainTEMPO DI LETTURA 6 min

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Kai: “Listen to me. The most important thing is not in the kill kit. It’s inside you. Are you able and willing to die for our cause? Are you ready to make history?”

C’è ben poco da salvare di questa undicesima puntata ma, generalizzando il discorso all’intera stagione, il punto di vista non può che rimanere simile ed in linea.
Quest’ultimo episodio continua il percorso iniziato in quello precedente, anche se si può affermare con sicurezza che questa seconda parte di stagione (dall’attentato ai danni di Kai in poi) ha rappresentato un lento ma inesorabile declino relativamente alla narrazione. Una narrazione, quella di AHS quest’anno, che si è voluta far forte di tematiche cariche di importanza e di potenzialità. Tuttavia, la loro espressione è stata malamente trasposta negli episodi tanto da rendere delle misere macchiette di trama tematiche sociali quali il femminismo o tematiche politiche come quella, nucleo centrale della serie, delle elezioni vinte da Trump nel 2016.
I punti negativi sono da ricercare, per la maggior parte, nella costruzione dei personaggi e nella loro repentina evoluzione, scusata da molti con il termine “colpo di scena”, ma che a conti fatti non può (e non deve) essere etichettato come tale. Nonostante fosse l’ultimo episodio, anche in “Great Again”, non vengono risparmiati questi cosiddetti colpi di scena allo spettatore: il doppio-gioco della guardia carceraria in conclusione di puntata, per esempio, risulta come un lapalissiano deus ex machina e nulla di più. Un elemento fortuito e congeniale adatto a far progredire (o finire, in questo caso) la puntata verso uno specifico punto. Come si diceva nella scorsa recensione: veramente troppo conveniente.
Kai ed Ally sono i due personaggi simbolo della stagione ed entrambi sembrano aver costruito la propria caratterizzazione attorno ad un ottovolante, tanto che i cambiamenti sono repentini e spropositatamente forzati. Kai, da personaggio controverso ma con una propria storia e modo di vivere, finisce per essere una collusione tra lo stereotipo del ragazzino che giunge nel mondo reale dopo essere uscito da 4Chan ed un santone di mansoniana memoria. Da possibile personaggio iconico a misero stereotipo-macchietta, una involuzione narrativa che Evan Peters non meritava dato il carisma recitativo e l’abilità dimostrata in ogni singola scena che lo trovava coinvolto.

Kai: “Did you ever think you were more than just kindling? You’re not the flame. You’re the spark to start the fire that I built. You’re not a hero. You’re a symbol. One I created! Killing people doesn’t get the men hard and the ladies wet anymore. But Americans lose their ever-loving shit when you destroy their symbols, statues, flags, pledges of allegiance, $20 bills, white Jesus and Merry fucking Christmas! You come for any of that stuff, you’ve got rioting in the streets and domination of the news cycle for weeks. You symbolize the hope that women will one day win an argument with their husbands, that they won’t be catcalled when they walk down the streets, that their bosses won’t talk about their tits anymore,that they’ll make just as much money as men make, that the fight is winnable! But when I kill you, they’ll see that there is no hope.
Women can’t lead. Women can’t win!
They will always be outsmarted and outmuscled! They need to finally understand that what they can and should do is shut up, know their place and make me a goddamn sandwich!”

Ally, dopo una prima parte di stagione passata più in lacrime che a parlare, sembra subire una vera e propria evoluzione tanto da accantonare qualsiasi elemento che le era stato affibbiato per la caratterizzazione: basta fobie, benvenuta lotta armata al patriarcato ed amore per la vendetta. Anche in questo caso, la critica è da intendersi non per il cambiamento in sé (che sarebbe stato anche legittimo, se coerentemente giustificato) ma piuttosto per le tempistiche e la rapidità di passaggio tra “ho paura di tutto” e “uccido chiunque cerchi di fermarmi“.
Messi da parte i personaggi e la loro caratterizzazione, una vasta parte di critica è da rivolgere alla narrazione: la tematica di partenza, caposaldo della prima parte di stagione, è stata l’elezione di Trump, sfruttata come trampolino di lancio per il ritorno di paure e fobie sociali nelle persone e per introdurre la tematica dello sfruttamento della paura per controllare, o aver la meglio, relativamente ad un nucleo di persone (da qui, appunto, il culto di cui Kai diventerà successivamente capo). Malauguratamente si è deciso successivamente di rimescolare le carte in tavola ed introdurre nuove tematiche, quali il femminismo, strettamente collegate alla situazione sociale odierna nel panorama repubblicano creatosi in America successivamente le elezioni “incriminate”. Tuttavia, questo elemento non ha giovato la narrazione, rendendola inconcludente in più punti (settimo episodio e conclusione di questa puntata), demolendo personaggi interi (Bebe Babbitt, Beverly Hope) ed affievolendo quel terrore psicologico che invece ha regnato sovrano per buona parte della prima metà di stagione. AHS, furbescamente, ha cercato di ripiegare sul buon vecchio splatter, riuscendo nel proprio intento nell’accattivare il pubblico nella visione, ma fallendo in quello di completezza e coerenza narrativa (Ally che osserva Ivy morire, sorridendo).
Accantonando le tematiche sociali, anche il tema della famiglia appare mal gestito e messo in discussione solo quando appare più comodo e confacente alla narrazione, mentre, invece, appare nascosto in qualsiasi altro momento della storia. Non il massimo considerando che proprio nel finale si cerca di ricondurre a quel tema sottolineando una sorta di lieto fine, in stile AHS ovviamente.
Come si diceva in apertura di recensione, c’è ben poco da salvare quindi di questo episodio e soprattutto di questa stagione. Forse il vero fattore da salvare è riassumibile con un nome ed un cognome: Evan Peters, vero mattatore della serie e capace di illuminare sia gli episodi più coinvolgenti, sia quelli più malamente costruiti ed ideati. Una mente malata, quella di Kai, perfettamente interpretata dal giovane attore americano.

“Hoorah! Divine Ruler! Hoorah! Divine Ruler!”

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Evan Peters
  • Una gestione incoerente
  • Crescita personaggi
  • Ally: perpetui cambiamenti anche nel giro di pochi minuti
  • Beverly
  • Lotta al patriarcato e femminismo: macchietta narrativa della puntata e della serie
  • I continui sbalzi temporali 
  • Colpi di scena che non sono colpi di scena ma puri e semplici deus ex machina
  • Scene al limite del surreale

 

Anche questa settima stagione di American Horror Story trova la sua conclusione. Purtroppo non nella maniera che si era immaginata alcuni mesi fa, quando il ritmo della narrazione ed il pressante terrore psicologico che scaturiva da ogni scena lasciava sperare in una stagione totalmente convincente. Ma, battuta d’arresto dopo battuta d’arresto, la serie è regredita ed ha continuato con passo sconfusionato.  Un finale inglorioso nonostante la potenzialità vasta, ma mal gestita della tematica alla base di Cult.

 

Charles (Manson) in Charge 7×10  1.82 milioni – 0.8 rating
Great Again 7×11 1.97 milioni – 1.0 rating

 

 

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Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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