American Horror Story: Cult 7×10 – Charles (Manson) in ChargeTEMPO DI LETTURA 4 min

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“Believe me, if I started murdering people, there’d be none of you left.” [Charles Manson]

Dopo una partenza convincente ed una prima parte di stagione all’insegna del puro orrore psicologico, American Horror Story sembra giungere alla conclusione di stagione svuotata di ogni qualsivoglia elemento che tanto aveva convinto e colpito della prima parte di questa settima stagione incentrata, sfruttando la storia recente delle elezioni americane, attorno al culto (personalistico o di una corrente di pensiero in generale). Proprio attorno a questi due elementi si è deciso di costruire questa stagione ed in particolar modo questa puntata: la pazzia dei culti.
Per quanto riguarda il culto personalistico svetta the absolute madman Kai, ragazzo carismatico e dalla innata capacità comunicativa con la quale riesce a piegare al proprio volere qualsiasi tipo di individuo. Si tratta di un personaggio costruito attorno all’archetipo dei baldi giovani che spopolano sulla piattaforma di 4Chan e che durante le elezioni si sono visti etichettare un proprio “simbolo” (meme sarebbe più corretto) come elemento associato alla white supremacy, in conseguenza di ciò sono poi stati elevati ad esponenti dell’alt-right americana ed il personaggio del fumetto in sé, Pepe The Frog, verrà ucciso dal suo stesso creatore. Tutta questa lunga premessa è per far cogliere come il personaggio di Kai venga rappresentato come uno stereotipo moderno, senza un’apparente evoluzione caratteriale vera e propria: il plot twist legato al female rage appare quanto meno ridicolo e gettato fuori dal contesto dal momento che appare svincolato dalla vera storia che questa stagione sembrava voler raccontare. Anche se la domanda forse più corretta che bisognerebbe porsi, ormai giunti alla conclusione di questa stagione, è proprio: quale era la storia che si era intenzionati a raccontare con American Horror Story: Cult?
Cercando di andare con ordine, è giusto menzionare la seconda tematica collegata al culto comparsa in questa stagione: il femminismo più becero e violento, collegato all’eterna lotta (che sfocia nella più malsana violenza) al patriarcato. Questa storia, introdotta ufficialmente nella settima puntata, è stata immediatamente messa da parte e solo in questa puntata ricompare in scena, forse per cercare di non far dimenticare allo spettatore la sua esistenza. Il risultato è alquanto discutibile: come detto in precedenza, si punta ad un plot twist ideologico attorno al personaggio di Kai, sminuendo in un colpo solo entrambe le tematiche (la storia dei due culti) e ridicolizzando/parodizzando due elementi storici quali il femminismo ed uno ben più moderno come l’elezione americana del 2016. Una puntata tremebonda.
Un altro elemento che deve essere tenuto in considerazione è la facilità con la quale la narrazione viene ricostruita, dalla sesta puntata in poi, basando i propri assunti attorno a deus ex machina molto più che convenienti: dopo aver passato sei puntate a costruire il personaggio di Ally come mentalmente debole per i suoi continui attacchi di panico relativamente a clown e buchi, la seconda parte di stagione salta completamente tutto ciò annunciando semplicemente che “è guarita, ora sta bene“. Peccato per le cinque ore circa che si sono sprecate per caratterizzare il suo personaggio, verrebbe da pensare. Soprattutto se si considera che oltre ad essere guarita dalle proprie fobie, Ally appare come una donna assetata di sangue, vendicativa e pronta ad eliminare qualsiasi essere vivente le si pari sulla strada. Leggermente eccessivo come cambiamento. Certo, si potrebbe concludere che avendo in mente un particolare obbiettivo (salvare sé e suo figlio) il tutto acquisti più senso, tuttavia la tematica famigliare anche in questa puntata viene completamente accatastata, pronta ad essere riutilizzata nel finale solo quando realmente occorrerà. Veramente molto conveniente, narrativamente parlando.
E’ d’obbligo far menzione, però, anche degli aspetti positivi della puntata accomunabili tutti ad un unico fattore apparso a sorpresa, nonostante compaia nel titolo dell’episodio, durante la narrazione: Charles Manson e l’interpretazione di Evan Peters che ancora una volta si dimostra un attore duttile ed adatto in maniera incredibile ai personaggi mentalmente instabili e schizzofrenici. Il pubblico può solo che giovarsi della sua interpretazione e chiedersi quanto effettivamente il successo di uno (l’attore) dipenda dall’altro (AHS) e non viceversa.
Ad un solo episodio dalla conclusione, Cult riduce ulteriormente i propri personaggi in scena, ma lo fa in maniera sconfusionata e riportando alla luce quell’incoerenza nei personaggi che pareva essere stata superata con una sesta puntata visivamente e mentalmente devastante. Ci sarebbe da rimboccarsi le maniche, ma tempo a disposizione per rimettersi in carreggiata sembra non essercene.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Evan Peters
  • Charles Manson
  • Gore e splatter
  • La morte di Gary: perché?
  • La morte di Winter: perché?
  • Il personaggio di Ally e la sua evoluzione
  • Tematica della famiglia nuovamente accantonata
  • Female rage e collegamento a Trump
  • Parodizzazione dei culti malamente riuscita
  • Kai, un personaggio iconico scaduto nello stereotipo

 

Preferiremmo che il motto della prossima puntata fosse “make AHS great again” rispetto al più noto “make America great again“. Purtroppo, date le premesse, non c’è troppo da sperare.

 

Drink The Kool-Aid 7×09 1.48 milioni – 0.75 rating
Charles (Manson) in Charge 7×10 1.82 milioni – 0.80 rating

 

 

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Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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