American Crime Story: The Assassination Of Gianni Versace 2×03 – A Random KillingTEMPO DI LETTURA 6 min

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Quando si parla di serie tv, soprattutto se miniserie o di tipo antologiche, si può a volte far riferimento a tali prodotti come a dei film molto più lunghi (es: “The Night Of” è un film di otto ore diviso in otto puntate). Questo metodo di analisi non è sbagliato e, anzi, permette di mettere in evidenza uno dei grandi vantaggi degli show seriali, ossia la possibilità di dedicare più tempo ed attenzione alla caratterizzazione ed evoluzione dei personaggi e allo svolgersi della trama. Naturalmente, lo scopo di questa introduzione non è assolutamente quello di decretare l’assoluta superiorità dell’industria televisiva nei confronti dell’industria cinematografica: è ovvio, infatti, che nel raccontare uno stesso evento – ad esempio il rapimento di John Paul Getty III a Roma – il film e la serie tv debbano utilizzare approcci diversi, prendendo in considerazione porzioni diverse della storia, raccontando gli eventi da prospettive diverse. L’esempio del magnate Jean Paul Getty non è casuale: a poca distanza dal film “Tutti I Soldi Del Mondo” di Ridley Scott (noto soprattutto per la sostituzione di Kevin Spacey in favore di Christopher Plummer, tra l’altro candidato all’Oscar grazie a questo ruolo, a riprese già terminate), infatti, il 25 marzo debutterà su FX la miniserie Trust, che si occuperà dello stesso tema. Al di là dei giudizi riguardanti l’aspetto qualitativo, un raffronto tra questi due prodotti dal punto di vista strutturale è probabilmente il miglior modo per osservare empiricamente quanto detto in questa introduzione, perché, sebbene sia già successo che da un film venisse tratta una serie tv, non era mai accaduta una simile vicinanza temporale (molto importante, perché appartengono entrambi alla stessa epoca dell’intrattenimento; entrambi fanno riferimento, quindi, agli stessi canoni e si rifanno agli stessi punti di riferimento) tra i due prodotti, senza dimenticare che non si tratta di un remake, ma di due show indipendenti.
American Crime Story, essendo una serie antologica, ha a disposizione molto tempo per analizzare ogni aspetto di ogni vicenda; nella prima stagione, ciò era sembrato assolutamente necessario, data la complessità e la lunghezza del procedimento giudiziario e delle indagini relative alla morte di Nicole Brown Simpson e Ron Goldman; per il momento, lo stesso non si può dire a proposito della seconda stagione. Giunti a un terzo del percorso, infatti, la sensazione sempre più forte è che il materiale relativo alla morte di Versace (e alle conseguenze scaturite da questo assassinio) non fosse tantissimo e, per questo, si sia deciso di diluirlo, puntando molto su Cunanan e su fatti a lui connessi ma totalmente disconnessi con la tragica fine dello stilista italiano. Il dubbio, a questo punto, sorge spontaneo: non sarebbe stato meglio intitolare questa stagione “The Cunanan Crimes”? Da un punto di vista narrativo sarebbe stato più coerente, visto che i Versace sono costantemente in secondo piano ma, allo stesso tempo, probabilmente non avrebbe avuto lo stesso appeal.

“So dominant out there. So submissive in here. So powerful out there.
So pathetic in here. But you like being pathetic, don’t you?”

Uno dei punti di forza (se non il punto di forza in assoluto) delle prime due puntate è stato rappresentato senza dubbio da Andrew Cunanan e dalla sua caratterizzazione. Descrivere ed interpretare una persona come lui non è affatto facile, perché si rischia di scadere facilmente nella macchietta o di accentuare troppo alcuni aspetti del suo carattere. Sotto questo aspetto, non si può non fare un applauso a Darren Criss, interprete di Cunanan, e a Tom Rob Criss (sceneggiatore di tutti gli episodi). La caratteristica che salta più all’occhio, probabilmente, è la sua incredibile capacità di mentire, di assumere decine e decine di identità differenti, tutte ricche di dettagli, esperienze ed aneddoti spesso inventati sul momento, ma sempre di grande interesse e utili a conferirgli quell’aura da ragazzo intellettuale e sofisticato che usa per suscitare interesse nelle persone (e nelle sue vittime). Ciò che ancora non era stato spiegato, invece, era tutto il discorso relativo al movente. Perché, ad un certo punto, Andrew Cunanan ha deciso di diventare un serial killer di uomini affermati ed omosessuali? Da questo punto di vista, la decisione di mostrare l’assassinio di Lee Miglin è stata senza dubbio corretta.
Nei pochi ma significativi minuti dedicati al rapporto tra il vecchio magnate ed il giovane amante, sono emersi molti spunti interessanti. Particolarmente significativo è, ad esempio, l’uso molto sapiente di alcuni trucchetti psicologici per far notare alle vittime la loro tendenza ad essere dominatori, ad assumere il controllo e a considerarsi sempre al centro del mondo, spingendoli così a lasciarsi andare, a desiderare di non dover più recitare quella parte, a voler essere inerme, in totale balia di un giovane affascinante del quale sono infatuati. Ciò porta, naturalmente, ad analizzare il possibile movente che spinge Cunanan ad uccidere. A questo proposito, varie teorie sono state elaborate e non ce ne è una che si possa ritenere sicuramente corretta in quanto, le suddette motivazioni, costituiscono un grande mistero ancora oggi in buona parte irrisolto. Un’ipotesi abbastanza plausibile parla di una forte invidia verso quelle persone così realizzate; è da notare, a questo proposito, che nel secondo episodio il character di Darren Criss parla di Versace come di “a man I could have been” e, in generale, spicca anche la morbosa fascinazione del ragazzo nei confronti della ricchezza e del benessere. In ogni caso, anche se si rivelasse corretta, quest’idea sarebbe soltanto una tessera del puzzle. Molto difficilmente, infatti, si sarà mai in grado di capire a fondo tutta la situazione, di scavare realmente nella sua psicologia. In questo senso, la scena finale cade a fagiolo, a mo di promemoria. L’assassinio del postino sfugge da ogni logica, è crudele e inutile (avrebbe potuto rubare qualsiasi veicolo) e ci dimostra in modo eloquente come sia impossibile capire davvero Cunanan.

“He believed in me. How many husbands believe in their wives’ dreams? How many treat us as partners? As equals? We… We were a team for 38 years. And I miss him very much.”

In questo episodio, però, non ci sono state solo note liete. Sebbene il personaggio di Marilyn sia stato senza dubbio interessante, così come il rapporto che aveva col marito, non si può non notare come le sia stato dedicato un minutaggio troppo elevato, a discapito della coppia Andrew/Lee, ossia quella che, al di là di divagazioni per rendere più corale il racconto, contava davvero ai fini della relazione. In una puntata dedicata alla narrazione di uno degli omicidi di Cunanan, dedicare a questa parte poco più di 10 minuti si è rivelata una scelta sbagliata e abbastanza controproducente. Come detto nell’introduzione, si è già realizzato come questa serie, stando a quanto visto finora, veda i Versace più come comprimari che come protagonisti, e tutto sommato si può essere anche comprensivi a riguardo (scelte di marketing, bravura di Criss e altre motivazioni simili permettono di rendere la pillola un po’ più dolce); non si può pretendere, però, che si giustifichino 48 minuti durante i quali anche il protagonista de facto si trasforma in un personaggio secondario.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Darren Criss
  • Il rapporto tra i Miglin
  • La decisione di affrontare l’omicidio Miglin
  • Marilyn Miglin protagonista
  • Troppo poco tempo dedicato ad Andrew e Lee
  • Sensazione che si stia diluendo la storia per mancanza di materiale narrativo
  • Thumb Down più complessivo che legato a questo singolo episodio: stagione finora non all’altezza della prima

 

Grazie ad un buon comparto tecnico e a Darren Criss, American Crime Story si salva in calcio d’angolo e ottiene una sufficienza. Inutile dire, però, che ci si aspetta molto di più da questo show.

 

Manhunt 2×02 1.42 milioni – 0.4 rating
A Random Killing 2×03 1.26 milioni – 0.4 rating

 

 

1 Comment

  1. Puntata deludente, al massimo. Questa serie poteva tranquillamente chiamarsi l’ASSASSINO di Versace (non l’assassinio). Va bene esplorare la psiche di Cunanan, ma quanto a fondo si può andare, considerando che la persona in questione si è ammazzata, e quindi ben poco di lui si può sapere?

    Bastavano 10 minuti dedicati a questo omicidio, non una puntata intera.

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