Britannia 1×04 – Episode 4TEMPO DI LETTURA 6 min

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Britannia non ha paura di prendersi i suoi tempi e di procedere col freno a mano, preferendo un approfondimento dell’ambientazione (seppur vittima di tutta una serie di inesattezze storiche e luoghi comuni infondati) e delle complesse dinamiche tra druidi e società celtica, laddove altre serie avrebbero optato per un avanzamento frenetico e superficiale della trama. Non ha paura di fare fuori personaggi che sembravano destinati a durare più a lungo. Purtroppo, non ha nemmeno paura a sbattere in faccia allo spettatore personaggi banali e monodimensionali, scontati e prevedibili, a volte addirittura fastidiosi.
“Episode 4” racchiude perfettamente in sé tutti questi pregi e difetti e per fortuna risulta meno soporifero e inconcludente della puntata immediatamente precedente, anzi accanto a sviluppi di trama ampiamente prevedibili come la relazione tra Kerra e Lindon piazza un paio di plot twists fondamentali; inoltre delinea ancora meglio le figure dei druidi, rafforzando quell’ambiguità di cui sono circonfusi e che impedisce di comprendere dove finisca il fanatismo dei sacerdoti e dove inizi lo scaltro opportunismo di una casta che sa di poter controllare persino i re. La vicenda di Pellenor lo dimostra chiaramente: ai druidi basta presentarsi come gli intermediari tra gli uomini e gli dei, come i messaggeri del volere di esseri superiori per ottenere qualsiasi cosa, persino il sacrificio di un sovrano e l’incoronazione di una secondogenita femmina in luogo di un primogenito maschio, ma non si riesce a capire con precisione se dietro questo agire c’è una sincera convinzione di parlare a nome delle divinità, un semplice calcolo politico o addirittura la volontà di giungere a un accordo coi Romani mettendo sul trono una regina incline alla pace ed evitando una guerra che potrebbe risultare disastrosa per i Celti.
L’uscita di scena del vecchio re cantiaco giunge come un fulmine a ciel sereno, perché se era abbastanza ovvio che Kerra non sarebbe morta così presto era molto meno prevedibile che sarebbe stato suo padre a farlo. Ovviamente Pellenor non si sottrae alla volontà degli dei, perché se c’è una cosa che è stata messa bene in luce dalle passate puntate è proprio la sottomissione del personaggio ai druidi: come in passato non ha esitato a scuoiare la propria moglie, così adesso non batte ciglio di fronte alla richiesta di Veran, accetta senza il minimo problema di dare la propria vita. Dispiace dover vedere uscire di scena così presto un attore del calibro di Ian McDiarmid, ma per fortuna l’episodio gli permette finalmente di sfruttare nella serie la bravura maturata in quasi mezzo secolo di attività attoriale grazie a scene che mettono a nudo l’uomo dietro la maschera del re, mostrandone la fragilità. La calma serafica e la compostezza con cui Pellenor va incontro alla morte, e che ancora traspaiono nel dialogo col figlio Phelan, derivano dalla sua illusione di essere stato un buon sovrano, anteponendo il benessere del popolo e l’obbedienza ai dettami degli dei al proprio interesse e alla propria felicità; ma quest’illusione si frantuma miseramente in mille pezzi quando Veran legge nelle rune incise sul suo volto un bilancio tutt’altro che lusinghiero, e con essa crolla anche la fredda ostilità con cui ha sempre trattato la figlia, permettendo almeno in extremis un rappacificamento tra i due. Premettendo che i Celti molto probabilmente non usavano Stonehenge e siti megalitici affini per i loro rituali, preferendo boschi e sorgenti ritenute sacre, è innegabile che il sontuoso e imponente rituale sia visivamente di grande impatto, suggestivo e ben girato quanto basta per far dimenticare di trovarsi di fronte a una gran castroneria anche allo spettatore più talebano in fatto di fedeltà storica: nel perimetro circolare della location megalitica si respira un’atmosfera lugubre, quasi satanica, tra fuochi che illuminano sinistramente le tenebre e danze sfrenate dei druidi, mentre la solennità del luogo e del momento rende piccoli, quasi insignificanti, i presenti. Su tutti giganteggia, oltre alle pietre del poste, lo spettrale Veran, colui che vibra il colpo mortale e che estrae il cuore ancora palpitante dal petto dell’agnello sacrificale, colui che parla in nome degli dei e che tuttavia non sembra agire in maniera completamente disinteressata.
Una situazione speculare a quella di re Pellenor si verifica per il padre di Cait, anche lui messo brutalmente di fronte a devastanti verità e al crollo delle sue convinzioni negli dei. Per quanto la ragazzina diventi sempre più irritante a ogni episodio e il padre vinca senza problemi il premio di peggior genitore visto finora in Britannia, il suo fallimentare tentativo di riportare in vita la figlia Islene invocando la dea Sulis risulta piuttosto straziante per lo spettatore, che osserva la speranza e la fiducia dell’uomo nelle divinità tramutarsi brutalmente in disincanto ed esplodere nel dolore più cupo. Come Pellenor, anche Sawyer (tra parentesi, chi è che sceglie questi nomi così poco celtici?) ha al suo fianco, nel momento di maggior scoramento, una figlia devota e amorevole, ma non sembra ancora, per il momento, rendersene conto, cieco nell’animo prima ancora che fisicamente.
Molto più marginale, in “Episode 4”, risulta la storyline romana, qui ridotta a poche scene che tuttavia delineano ancora meglio il carattere di Aulo Plauzio, la sua astuzia, la sua pericolosità. Più che il discorso del prigioniero Vito al principe Phelan sono le scene nel castrum a mettere bene in luce quanto sia temibile il generale romano. Invece di scegliere un approccio frontale ai problemi che ha di fronte, che si tradurrebbe comunque nella distruzione dell’avversario, egli preferisce giocare più sottilmente: potrebbe facilmente condannare a morte il disertore Bruto, e invece gli dà un’onorificenza e una nuova missione nella speranza di farlo crollare psicologicamente; e potrebbe benissimo rifiutare ai Cantiaci il permesso di procedere sani e salvi fino al loro luogo sacro, ma glielo concede per ottenere in cambio la restituzione di un prezioso prigioniero e soprattutto la possibilità di spiare ancora una volta i loro usi e costumi. Sarà interessante vedere come reagirà all’ascesa della nuova regina Kerra, con cui ha già avuto modo di confrontarsi, così come sarà interessante vedere cosa porterà questo avvicendamento tra le fila stesse dei Cantiaci: difficilmente l’ambiziosa Amena resterà a guardare, mentre Lindon potrebbe trovare molto meno piacevole del previsto il ruolo di amante della nuova sovrana. E il rapporto con Phelan, finora così forte, reggerà anche questo calpestamento dei diritti ereditari del primogenito?

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Inaspettato sacrificio di re Pellenor
  • Ian McDiarmid finalmente ottiene un po’ di meritato spazio sulla scena
  • Resa scenica del sacrificio del re
  • Aulo Plauzio ancora più infido e pericoloso
  • Prevedibile la relazione tra Kerra e Lindon
  • Dispiace veder uscire così presto di scena Ian McDiarmid

 

Britannia non è un capolavoro e c’è ancora tanto su cui lavorare per migliorare, ma episodi come questo dimostrano che il materiale c’è, i guizzi creativi anche, e non tutti gli attori sono da buttar via se si dà loro spazio per essere valorizzati. Speriamo che le prossime puntate segnino un crescendo qualitativamente parlando e non ci siano fastidiosi passi indietro.

 

Episode 3 1×03 ND milioni – ND rating
Episode 4 1×04 ND milioni – ND rating

 

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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