Legion 2×06 – Chapter 14TEMPO DI LETTURA 6 min

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You decide what is real and what is not. Your will.

 

Da quando sono stati introdotti i viaggi nel tempo, ossia dalla fine del “Chapter 9” con la comparsa della Syd del futuro, la probabilità che Noah Hawley avrebbe prima o poi introdotto anche la teoria dei multi-versi era sicuramente quotata bassissima.
Sono passati ben 14 anni da The Butterfly Effect, il film di Eric Bress e J. Mackye Gruber che più di tutti sdoganava l’ormai celebre “effetto farfalla”, pellicola in cui il protagonista si ritrovava a rivivere la propria vita a ripetizione, ogni volta diversa a seconda delle decisioni intraprese in momenti cruciali del suo passato.
D’altro canto è a Legion che si deve guardare e, soprattutto, alla scrittura di Noah Hawley. L’autore, come al suo solito, non si limita a ripresentare gli archetipi e i vari risvolti “nerd” che tanta letteratura e cinematografia sci-fi si sono divertite a sciogliere, ma li eleva, seguendo due precisi piani: quello  narrativo e quello psicologico.
Partendo dal primo, dove l’operazione di Hawley aumenta oltremodo il coefficiente di difficoltà, di scrittura quanto di fruizione spettatoriale. Arriva inoltre a giocare con quanto lo spettatore già conosce di David, facendo un passo successivo, ossia mostrare la realtà che la serie ha già abbondantemente sviscerato incrociandola con quella alternativa (il giovane David che deve prendere le pillole/il futuro David che ne ha prese fin troppe; o ancora il David/clochard che incrocia il carrello della spesa).
Ma è sul piano psicologico che Hawley compie il capolavoro: in una scena intrisa di sensazionale metacinema, il David/clochard, che in una realtà finirà all’Istituto Clockworks, annienta in un sol colpo i Drughi che lo importunano. Perché David è in primis un mutante potentissimo e schizofrenico. David è Legion, che ha difatti avuto interiormente più personalità, ha davvero vissuto più vite in una sola. Ma questa non è solo una puntata di approfondimento del protagonista della serie.
La cosiddetta trama orizzontale ad un certo punto fa infatti sonoramente il capolino. Nella realtà del David/impasticcato Amy fa intuire che la causa della situazione del fratello sia, in qualche modo, colpa sua, per la sua protezione.
“Chapter 14” è, quindi, innanzitutto la puntata successiva all’addio di Amy alla serie, almeno per come la conoscevamo. L’ennesima perla di Hawley si consuma qui: tutte queste realtà sono accomunate da una sola presenza, che si palesa prima, dopo, o addirittura in assenza. “I am the great uniter” dice il David/Citizen Kane e, manco a farlo apposta, un istante dopo viene annunciato l’arrivo di sua sorella, la sua Rosebud, o, come direbbe Damon Lindelof, la sua costante. 
È infatti da questo momento, minuto dopo minuto, che si fa più chiaro il “gioco delle parti” tra i due, l’approfondimento psicologico all’interno della narrazione astratta e surreale, rendendo il tutto arte purissima. In ogni realtà tra David e Amy ci sono continui scambi di posizione di subordinazione, in una prevale l'”Amy mamma”, in un altra il David potente e facoltoso, in quella del David/clochard il protagonista è evidentemente abbandonato a se stesso, in una finiscono con l’invecchiare  insieme, dopo aver evidentemente superato le loro divergenze.

 

I am, I am Superman and i know what’s happening.

 

Ogni realtà, ogni “ramo”, per dirla come Haller, presenta infatti la stessa fine: in un modo o nell’altro, David e Amy finiscono per farsi del male a vicenda. L’ultima sezione d’episodio presenta infatti tutte le derive peggiori del loro rapporto, ovviamente con lo zampino dell’onnipresente Re delle Ombre, perennemente “al fianco” della follia del protagonista, perché in fondo è lui ad aumentare considerevolmente i problemi tra i due fratelli. Ora ben accetto (con il David/Citizen Kane che sostenta la vita di Amy), ora indigesto (il David/impasticcato su tutti), ma sempre presente.
L’ironia più nera, però, è che la realtà in cui David se ne sbarazza, è proprio quella in cui Amy scompare. La realtà che conosciamo, in cui è Amy a salvare David dal suicidio, in cui lui ha preso piena coscienza dei suoi poteri e ha soprattutto incontrato l’amore della sua vita. Proprio quell’amore che forse ha portato sua sorella a morire, visto che è sotto consiglio della Syd del futuro che ha iniziato a collaborare con Farouk, avvantaggiando di gran lunga il suo piano. Un ciclo di assurdi e inevitabili eventi magistralmente chiarito in un montaggio finale da capogiro, sulle note di “Superman” dei The Clique, riarrangiata meravigliosamente per l’occasione dallo stesso Noah Hawleyy e da Jeff Russo (sì, per chi non lo sapesse, Hawley è anche compositore; giusto per farsi idolatrare di meno). Una cover, composta dallo stesso autore allora, che proprio per questo sa quasi di una presa in giro nei confronti della sua creatura e dello spettatore, che molto spesso di “cosa sta succedendo” non ne ha la minima idea.
Succede però, con il commovente ma allo stesso tempo amaro arrivo al Clockworks, che tutto si ricongiunge. Tutto quello che si è visto potrebbe anche essere successo in un solo David, nella sua schizofrenica e potentissima mente. Alla fine, non c’è un vero ed unico significato, se non che Amy, nel bene e nel male, sia stata un elemento cruciale e di forte riferimento per la crescita del protagonista. Non una sorella perfetta, in nessuna della realtà, spesso non l’ha capito, spesso ne ha avuto paura, spesso finisce per mollare la presa: “It’s just until It’s just for a few weeks.” gli mente in macchina (sappiam bene che David ci resterà molto più a lungo). Eppure c’è sempre, fino a portargli i fiori sulla tomba. La “great uniter”, ancora, è soprattutto lei, perché se ci sono realtà in cui David si salva e altre no, in molte è Amy la vittima costante.
È la realtà della serie, quella che lo spettatore conosce, in cui David (da solo) è più forte, eppure, malgrado questo, non riesce a evitare la sua morte. Le parole di Farouk, riprese ad inizio recensione, sanno solo di beffa atroce. Lui può tutto, ma non riesce a salvare la sorella, praticamente in nessuna realtà possibile, ed è questa l’unica vera realtà incontrovertibile. Noah Hawley, in cinquanta minuti d’episodio, mette in scena così una lezione tanto vera, triste e più reale che mai, sull’inesorabilità delle nostre scelte, della nostra natura e soprattutto del caso. Allo stesso tempo continua a spingere verso qualcosa di linguisticamente nuovo e moderno, di umanamente forte e distruttivo come non si era mai visto sul piccolo schermo. E in questo momento di “peak tv”, dove la qualità massima sta diventano sempre più, paradossalmente, una normalità, scusate se è poco.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • The Butterfly Effecy, il metacinema, le citazioni, le musiche, la messa in scena, ma soprattutto David e Amy, tanto imperfetti quanto meravigliosamente umani: insomma, tutto  
  • Bisogna chiederlo?

 

Life and Death of David and Amy Haller, o meglio: le vite e le morti dei David ed Amy Haller, come solo Legion sa regalarci. Semplicemente, l’ennesimo capolavoro di Noah Hawley.  

 

Chapter 13 2×05 0.46 milioni – 0.2 rating
Chapter 14 2×06 0.35 milioni – 0.1 rating

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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