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The Romanoffs 1×06 – PanoramaTEMPO DI LETTURA 6 min

in Recensioni/The Romanoffs by

Diciamo la verità. The Romanoffs non è solo una serie antologica. E’ un vero e proprio ciclo di film. Ognuno di quelli che impropriamente chiamiamo “episodi” (e che per semplicità si continua a definire come tali) racconta nei tempi di un film una storia diversa. Proprio come in un film ogni storia presenta nuovi personaggi alle prese con vicende che inevitabilmente trovano una conclusione all’interno dell’episodio stesso. Mentre l’appartenenza alla dinastia dei Romanov di almeno un protagonista, elemento di trama che dovrebbe accomunare tutti gli episodi, è un aspetto solo marginale – se ne parlerà dopo – non si può non notare una ben più evidente mano comune dietro alla costruzione di ognuno di essi. Matthew Weiner, come si è già detto, e a più riprese, ha lasciato la sua firma sulla serie con una raffinata attenzione alla bellezza scenica. Infatti, se nella recensione del precedente episodio si era messa in luce la mancanza dei dialoghi brillanti tipici dei prodotti di Weiner, lo stesso non si può dire per la cura dei dettagli del creatore di Mad Men che, dagli abiti alle location, colpisce ancora una volta. Guardando lo show sui pubblicitari di Manhattan si poteva pensare che tale cura fosse guidata dall’esigenza di descrivere un’epoca passata, quindi sconosciuta agli spettatori, in modo da renderla il più realistica possibile. In The Romanoffs, venendo meno questa esigenza, si comprende come sia proprio cifra stilistica del suo autore arricchire la scena con dettagli che non necessariamente emergono singolarmente ma che nell’insieme creano un quadro che non si può non osservare con ammirazione. Tale aspetto si riscontra anche nella scelta delle location che fanno da sfondo alle vicende degli episodi, ognuno ambientato in una città diversa. Se “The Violet Hour” e “Expectation” conducevano lo spettatore nelle due città più abusate della storia televisiva e cinematografica, rispettivamente Parigi e New York, “Panorama” introduce un elemento di novità dispiegando la sua storyline in una città “nuova” per l’immaginario classico del pubblico: Città del Messico. La location non fa solo da contorno scenografico, non serve solo come spunto per il titolo dell’episodio ma diventa un importante elemento nella vicenda narrata, quasi un protagonista esso stesso. La capitale messicana fungerà da espediente per narrare un pezzo della storia e della cultura del Paese e, in definitiva, della visione del mondo di Abel, il protagonista. Lo stesso vale per la vicenda della clinica dei miracoli che questi vuole smascherare. Abel, non solo protagonista ma anche voce off screen mentre legge uno stralcio del suo articolo, prende spunto sia dalla storia delle atrocità perpetrate dagli invasori europei verso i nativi messicani, sia da ciò che osserva nelle sue visite alla clinica, per fare una riflessione sulla società odierna.

 

“We like to think of what was here versus what came later. But in the end, it doesn’t matter. Two peoples, one civilized, one savage. One white, one brown. None of this is true. Both fierce, both violent. Neither civilized. In the end the indigenous people were defenseless. They fell like a forest and were ground into pulp to make the paper of Spanish Bibles. And here they are, a new crop of trees unable to afford their own fruit. So once again, the conquistadors gallop in and seize the harvest. Life is cheap here. They would replace all their body parts with ours if they could. The ones who have everything, taking from those who have nothing, just to get a little bit more.”

 

Per Abel la barbarie dei conquistadores che vanno a prendersi quel poco di cui dispongono i popoli poveri non è terminata con la fine dell’epoca delle conquiste ma si ripete tutt’ora in forme diverse.
“Panorama” non ha solo il pregio di toccare il tema, sociale, del contrasto tra ricchi e poveri. Tramite la conoscenza di Victoria e del figlio malato, Abel e lo spettatore entrano in contatto con il mondo dei malati e il dolore che questo comporta, sia ai malati stessi, sia alle persone che sono loro accanto. Piccoli dettagli nella descrizione dei personaggi rivelano una psicologia non individuabile a prima vista: dietro all’entusiasmo per la vita di un bambino malato si cela la paura di rimanere solo (il momento in cui si accorge che la madre non è con lui e diventa improvvisamente ansioso); dietro agli atteggiamenti ultra-protettivi di una madre si cela il senso di colpa per aver trasmesso una malattia al proprio figlio; dietro all’ossessione di smascherare un medico impostore si cela l’inconsapevolezza di non aver ancora trovato la propria vocazione.
Non è tutto oro quello che luccica. “Panorama” è un episodio con un protagonista dalla scarsa espressività facciale, oltre che un ritmo particolarmente lento. Soprattutto, però, soffre del generale difetto della serie: la mancanza di un fil rouge che dia carattere agli episodi, o meglio il fatto che tale fil rouge importi poco o niente ai fini della storia narrata. Questo, unito alla durata degli episodi stessi, ne appesantisce la visione. Probabilmente la scelta di Weiner di costruire episodi così lunghi nasce dall’esigenza di avere più respiro nel racconto delle storie – presentare ad ogni episodio nuovi personaggi e nuove ambientazioni, descrivere nuovi conflitti e arrivare a nuove conclusioni -. Si potrebbe facilmente fare un paragone con un’altra serie antologica, peraltro di successo, degli ultimi anni: Black Mirror. Anche qui il minutaggio degli episodi non è fisso ma si adegua alle esigenze della vicenda narrata, concedendo agli autori la libertà di scegliere le tempistiche a loro giudizio più adatte alle diverse scene: non c’è bisogno di dilungarsi in scene inutili solo per raggiungere la lunghezza standard dell’episodio e, viceversa, non è necessario accelerare il ritmo più del dovuto per far rientrare troppi eventi in un episodio. Questo, in teoria, rappresenta un aspetto positivo. In The Romanoffs però, a volte, ed è il caso di questo episodio, le tempistiche dilatate non bastano a restituire un risultato ottimale: la mancanza di un tema comune fortemente riconoscibile, mentre si sta guardando una serie, quindi un insieme di episodi che dovrebbero esser legati tra loro da qualcosa, rende un po’ amara la visione. La differenza tra le due serie è proprio questa: mentre a legare gli episodi di The Romanoffs è solo un dettaglio poco o per nulla influente all’interno delle storyline, in Black Mirror il tema del rapporto dell’uomo con la tecnologia sempre più invasiva è centralissimo e lega gli episodi tra loro anche se personaggi, ambientazioni e storyline sono completamente diversi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ambientazione non convenzionale
  • Ensemble armonico dei temi trattati
  • Cura dei dettagli scenici tipica del suo autore
  • E’ sempre un piacere rivedere David Sutcliffe aka Christopher Hayden aka papà di Rori Gilmore
  • Il protagonista ha la stessa espressività di Jon Snow
  • Mancanza di un vero fil rouge con gli altri episodi

 

Un filo conduttore un po’ instabile è un difetto generale di The Romanoffs. A volte questo viene compensato da un episodio particolarmente interessante da farlo passare in secondo piano. Altre, nonostante i buoni propositi e qualche buona intuizione, no.

 

Bright And High Circle 1×05 ND milioni – ND rating
Panorama 1×06 ND milioni – ND rating

 

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