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Glee 6×03 – Jagged Little TapestryTEMPO DI LETTURA 4 min

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Meno nove. Dopo la visione di
quest’ultimo episodio di Glee, il terzo della stagione appena iniziata, il
conto alla rovescia per il series finale è quanto di più rassicurante ci possa
essere per ogni nostalgico e irriducibile fan. 
Eppure la doppia première
della scorsa settimana aveva piacevolmente sorpreso perfino i più disillusi. La
coraggiosa scelta di riportare il fulcro dell’azione al liceo di Lima, giusto
in tempo per le battute finali, ha avuto subito positivi riscontri. Dopotutto,
sia la vita dei protagonisti, sia la stessa qualità dello show (insieme agli
ascolti), non sono riusciti a reggere con il cambiamento di set e di contesto
narrativo, perciò un ritorno alle origini non poteva che far bene a tutti. Ma l’effetto
nostalgia non riesce a far carburare, almeno stavolta, le buone intenzioni di
Ryan Murphy & co. Anzi, a tratti, si può quasi dire che sia addirittura
controproducente.
Sul palese tentativo di
ingraziarsi gli “shippers” più accaniti con la proposta di Santana e Brittany
ci si potrebbe pure ingenuamente passar sopra, se non fosse, come fa notare
ironicamente Puck, che è già la terza volta che accade, in quella stessa aula,
ed i protagonisti coinvolti non sono che ventenni in erba. Come se non bastasse,
è la stessa coppia, abbandonata da almeno tre stagioni a qualsivoglia sviluppo
o ad una continuity perlomeno coerente, che, arrivati a questo punto, manca di
mordente. Si tratta, in fondo, di quel “fan service” che accompagna lo show fin
dal principio della sua parabola discendente.
Stesso discorso, ma con
dinamiche diverse, per l’altra coppia omosessuale della serie, che, mai come
questa volta (come lo scontro Santana-Kurt testimonia), funge da contraltare.
La storia tra Kurt e Blaine, a differenza della precedente, è stata
approfondita, in tutte le salse, fin da quando il Warbler è stato introdotto,
dominando l’attenzione degli autori anche nelle stagioni successive. Anche in
questo caso, il ruolo svolto dal “fandom” si è fatto sempre più decisivo, guadagnando,
di volta in volta, una certa influenza. Considerata, perciò, l’importanza che
la loro ricongiunzione occuperà nella trama generale degli episodi a venire,
risulta tanto inappropriato, quanto prematuro, il montaggio che mostra il loro
“best of” sulle note dell’ennesimo mash-up.
Ed ecco un altro tasto
dolente, in un’altra delle “operazioni-nostalgia” della stagione. A parte la
piacevole e movimentata performance di Naya Rivera ed Heather Morris, a fine
visione risulta difficile ricordare ulteriori esibizioni degne di nota. Negli
anni passati, quella dei mash-up è sempre stata un’occasione, per gli autori,
di dimostrare la propria creatività ed inventiva. Stavolta, invece, ciò che ne
traspare è più che altro una certa svogliatezza, ed il paragone invocato, in
fase di presentazione, dagli stessi Rachel e Kurt appare quantomeno improprio.
D’altronde, sono le stesse new-entry a mancare, per il momento, di una
particolare incisività, schiacciati dal peso del cast “storico”, ancora inspiegabilmente
presente.
Chi sembra giovare, a
discapito di tutto, della nuova posizione sono proprio i personaggi
interpretati da Lea Michele e Chris Colfer. In un ruolo che, probabilmente, era
inizialmente destinato ad essere rivestito dal personaggio Finn, i nuovi coach
del Glee club affrontano i primi problemi interni di leadership. Le dinamiche
che ne susseguono sono tra le più riuscite e genuine, ed i due attori si
dimostrano all’altezza, ancora una volta, del difficile compito assegnatogli.
Quella di renderli i protagonisti della rinascita del canto corale a Lima (e
dell’intero show) è tra le scelte più azzeccate di quest’inizio di stagione.
Come lo è quello di puntare
su Sam come sostituto del coach Beiste per la squadra di football della scuola,
tra i personaggi, da sempre, di maggior potenzialità inespressa. Molto meno
saggio, però, il modo in cui si è scelto di attuare tale ricambio
generazionale. Si poteva trovare un pretesto più semplice e meno drammatico per
rimpiazzare la Beiste, piuttosto che farle fingere un tumore, prima, e optare
per un cambiamento di sesso, dopo. Tanto infelice quanto la sottotrama di Becky
e del suo nuovo ragazzo. In entrambi casi, pesano come macigni, ancora una
volta, i ben più rispettabili precedenti. Il rapporto Sue-Becky, così come il
disagio fisico del coach, è stato spesso trattato con una certa ironia e leggerezza, ma con lo scopo, allo stesso tempo, di mirare a quell’abbattimento di canoni e
pregiudizi di cui lo show si è sempre fatto garante. Assistere, invece, a tale
sufficienza e pressapochismo, rende solo più insistente il conto alla rovescia
per il series finale.             

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Le iterazioni tra Rachel e Kurt 
  • Il numero di Santana e Brittany
  • L’interminabile monologo di Naya Rivera 
  • “E’ come se tu fossi Batman, solo che sei gay… Suppongo tu sia come Batman” (cit. Sue)  
  • L’anonimato delle restanti esibizioni 
  • Il montaggio, di bassa lega, e, al momento, inopportuno, del “best of” di Kurt e Blaine
  • Il “simulato” tumore della Beiste, abbastanza di cattivo gusto 
  • L’intera gestione della sottotrama di Becky
Dopo un ben più che positivo
esordio, la sesta ed ultima stagione di Glee subisce la sua prima battuta
d’arresto. Le speranze di assistere ad una degna ed emozionante conclusione non
vanno abbandonate, seppur le iniziali ottime aspettative già necessitano di una
brusca ridimensionata. Giusto ricordare i vecchi tempi, purché non
rappresentino esclusivamente l’occasione per sterili operazioni nostalgiche. 
Homecoming 6×02 2.3 milioni – 0.7 rating
Jagged Little Tapestry 6×03 1.9 milioni – 0.7 rating

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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